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Un po’ di libri letti questa estate

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Tra i buoni propositi delle vacanze estive c’è quello di leggere. È un classico dell’estate italiana, e peraltro uno dei più disattesi: se tutti passiamo da una libreria prima di partire — fossero anche solo quelle delle stazioni o degli aeroporti — non sono poi molti coloro che effettivamente leggono i libri che hanno acquistato.

Sulla lettura, l’unica statistica che non disattendo è quella che vuole si acquistino più libri di quanti poi se ne leggano. E però dalla mia, come già dimostrato, c’è che leggo molto, forse troppo. Anche in vacanza — e più in generale durante tutto il mese di agosto — ho voluto mantenere il ritmo e, se possibile, provare ad alzarlo un po’. Per farlo ho sacrificato il tempo perso a consultare in modo compulsivo il computer (quasi del tutto assente dalla mia dieta, se non per lo stretto necessario) e il telefono. Pochi scatti, pochissime condivisioni e i cari e vecchi giornali cartacei come unica fonte di informazione (sorpresa: non mi sono perso nessun evento, tra i tanti e tragici di questa estate 2018, e nemmeno un’analisi intorno ad essi e anzi forse questo distillare le informazioni e le loro fonti mi ha fatto bene: avevo più tempo per ragionare, per leggere opinioni talvolta anche le più diverse tra loro, per farmi una mia idea).

Di seguito i libri che ho letto questa estate, intendendo con essa il solo mese di agosto (che è poi l’unica concezione di estate che possiede una persona collocata in un contesto lavorativo).

Fabrizio Bolivar, Sei a zero (Elliot).

Romanzo tragicomico sulla crisi di mezza età, sull’amore perso e su quello ritrovato. Il titolo allude al tennis, che viene praticato dal protagonista del libro e usato come metafora per i risultati ottenuti. Avevo letto recensioni piuttosto entusiaste rispetto a questo lavoro fresco di ristampa e che ha in parte disatteso le mie aspettative. Linguaggio piuttosto piatto, unico brio la completa assenza di punteggiatura a delimitare i discorsi diretti da quelli indiretti. Ma è un brio che un autore conferisce sempre con effetti alterni e una certa difficoltà — a meno che quell’autore non si chiami Aldo Busi.

Enzo Gianmaria Napolillo, Le tartarughe tornano sempre (Feltrinelli)

L’adolescenza su un’isola è già di per sé un problema, ma a sopperire c’è il rapporto con colei che rimane l’amore rincorso per tutto il racconto. A fare da cornice, gli sbarchi dei migranti. Testo così così, zuccheroso e buonista fino all’eccesso, fornisce però anche uno spaccato di Lampedusa, dei suoi usi e dei suoi abitanti, piuttosto veritiero e a piacere del lettore che abbia passato del tempo su quell’isola.

Walter Siti, Pagare o non pagare (Nottetempo)

Il pamphlet di Siti sul denaro evaporato. A metà tra l’attacco al capitalismo e l’attacco agli scrocconi. Si è perso il valore del denaro, un po’ per via della gratuità e un po’ perché c’è la crisi, e quindi non ci ricordiamo più del piacere che avevamo a pagare, soprattutto con i soldi guadagnati col sudore della fronte. Il libro è stato oggetto di numerosi dibattiti, se ne è parlato in lungo e in largo e se ne è discusso ampiamente: sono arrivato alla sua lettura con colpevole ritardo, pur passando un’oretta piacevole tra il conforto di riconoscermi in alcune opinioni dell’autore e lo sconforto di contrastarne certe altre. L’esiguo prezzo di copertina — e il tempo di lettura — non tolgono però nulla ad uno dei passaggi più divertenti del testo:

Durante un viaggio a Lanzarote con la Ryanair, a un certo punto lo steward (con aria di forzata allegria) ci ha annunciato che avrebbe venduto i biglietti del rasca y gana, cioè del gratta-e-vinci, e che in palio c’erano un soggiorno a Las Vegas, una Seat Ibiza e addirittura un milione di euro; ci ha anche comunicato che la compagnia avrebbe destinato una parte degli introiti alla beneficenza, in quel caso all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Allora ho finalmente capito: quel che stavamo risparmiando sul biglietto lo pagavamo in volgarità.

Jean Echenoz, Inviata speciale (Adelphi)

Non ho idea di quanti libri, nel passato ma soprattutto nel presente, abbiano (avuto) come tema la destabilizzazione della Corea del Nord ad opera dei servizi segreti. Qui ci si arriva per gradi ed è quasi un dettaglio. Il libro — di cui avevo letto molto bene un po’ ovunque e malissimo sull’Espresso — è però divertente e spassoso come solo certi noir (ma non c’è delitto centrale) francesi sanno essere. La quarta di copertina prometteva di ritrovare «l’euforia della lettura»; il marketing è esagerato, ma la storia è ben scritta e avvincente, seppur nella paradossalità e nell’inverosomiglianza di certi passaggi.

Gilberto Severini, Congedo ordinario (Playground)

Gilberto Severini è la più bella scoperta di questa estate. Dopo aver inutilmente inseguito uno qualunque dei suoi titoli nelle librerie della mia zona (in attesa di leggere il suo ultimo Dilettanti, alla fine ordinato su Amazon), ho trovato — unico a disposizione — questo suo romanzo del 2011 in una libreria del centro di Perugia durante una scorribanda umbra. Non è tanto per la storia impregnata del miglior provincialismo del centro Italia di cui però non voglio dire nulla, quanto per la scrittura. Un autore prolifico, ingiustamente sottovalutato e quasi sempre assente nel dibattito narrativo sulle pagine dei grandi quotidiani (a memoria, negli ultimi anni, ne ho letto solo sulla Domenica del Sole 24 Ore). Se ci fosse una giustizia in Italia, o anche solo un’ora di letteratura da potersi chiamare tale nelle nostre scuole, Severini sarebbe letto e commentato: e per le tematiche dei suoi romanzi e per il suo stile narrativo.

Davide Longo, Così giocano le bestie giovani (Feltrinelli)

Longo, non me ne voglia, è tutto ciò che non cerco nella narrativa italiana: ritmo da sceneggiato seriale e scrittura convenzionale (non per niente insegna alla Scuola Holden). Tuttavia il libro è bello, tiene impegnati e offre un notevole spaccato della storia italiana piuttosto recente : sullo sfondo del ritrovamento di alcune ossa umane in un cantiere viene dipanata una trama intorno agli anni delle lotte tra rossi e neri, con una spruzzata di strategia della tensione. L’unico difetto è di essere una narrazione un tantino partigiana, se non altro perché la storia non mi sembra ispirarsi ad alcun fatto realmente accaduto.

Paul Auster, Follie di Brooklyn (Einaudi)

La seconda più bella scoperta di questa estate dopo Severini. Ammetto le mie colpe: non avevo mai letto nulla di Paul Auster, ingiustamente snobbato per troppo tempo, e ora mi ritrovo infettato da austerite. La storia è magistrale, da grande romanzo americano: lo zio, il nipote, la pronipotina. E un contorno di personaggi strambi, truffaldini, insoliti. Lo sfondo: la ricerca di se stessi, del proprio posto nel mondo o, semplicemente, del posto nel mondo in cui trascorrere i giorni che ci separano dalla morte.

Claudia Piñeiro, Le vedove del giovedì (Feltrinelli)

Letteratura sudamericana. Gli anni sono i primi Novanta, siamo nei quartieri periferici e residenziali protetti da guardie e da alti muri perimetrali. Qui vivono famiglie agiate, che fingono di non sapere cosa succede al di là del confine del proprio villaggio e fingono di essere quello che non sono anche all’interno di quel confine. Ci sono dei morti, ma non è come può sembrare. Narrazione un po’ spezzata, non lineare nei tempi e condotta da diversi punti di vista (una volta che ci si abitua a certi particolari, non è difficile capire chi sia in quel momento in narratore). Acquistato a caso, per godere di un’offerta cumulativa, l’ho letto in un giorno di pioggia. E mi è piaciuto, anche per le nozioni di storia argentina finora quasi completamente ignorate.

Angelo Morino, Rosso taranta (Sellerio)

Se questo anziché un elenco di libri fosse una compilation (o una playlist, come si usa dire oggi), Rosso taranta sarebbe una bonus track: non previsto, ma gradito. Acquistato in una libreria del centro di Lecce (la più bella libreria del centro di Lecce, quindi nessuna delle due principali catene italiane) anche per via del Salento in cui mi trovato. Pensavo di leggere il resoconto di una gita, ma oltre a questo c’è chiaramente il cuore del libro. Anzi, i cuori: il primo, ripercorrere i luoghi della già celebre inchiesta dell’antropologo Ernesto De Martino La terra del rimorso sulle tarantate salentine (parte di una più ampia ricerca sul mezzogiorno italiano) e scoprire uno spaccato dell’Italia tanto inquietante quanto affascinante (e il libro di De Martino è finito diretto nella lista di quelli da leggere); il secondo, l’omosessualità, della quale non sapevo nulla non conoscendo la vita e le opere di Morino e che sta lì, sullo sfondo, a farci capire che a volte i libri servono anche a chi li scrive per raccontarci qualcosa di se stesso.

Senza sensi di colpa.

All’inizio dell’anno ho fatto una specie di fioretto: smettere di leggere il giornale sulla metropolitana per il lavoro e sfruttare il tempo di trasferimento per leggere quanti più libri possibili. Recuperare la narrativa, sacrificata negli ultimi anni sull’altare della saggistica, della lettura di quotidiani e riviste, dell’immersione nei flussi del web tanto abbondanti quanto incapaci di restituire qualcosa che rimanga veramente.

Uniche regole di questo fioretto: i libri al di sopra delle 250-300 pagine li avrei letti in e-book; i libri che in qualche modo avessero ostacolato questo mio fioretto – cioè: i libri talmente brutti che ti inchiodano nella lettura – li avrei piantati al primo sbadiglio, senza senso di colpa.

Fino al punto prima di iniziare il libro che ho attualmente in lettura, è filato quasi tutto liscio: su 24 libri, ne ho mollato solo uno prima del tempo e prima persino che raggiungessi la metà del testo: Imparerò il tuo nome di Elda Lanza, una storia lesbo-chic di cui si parla inspiegabilmente da mesi negli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani e nei siti specializzati.

Settimana scorsa è uscito un dibattito che rende bene l’idea dell’ombelicalismo dell’industria culturale italiana: la filosofa Michela Marzano ha usato sulle pagine di Repubblica parole velenose nei confronti di Bruciare tutto, l’ultima fatica di Walter Siti, che racconta di un prete di città, tendenza Bosco Verticale e piazza Gae Aulenti, alle prese con le sue turbe di pedofilo. Nel giro di due giorni tutti si sono sentiti in dovere di dire la loro: è giusto limitare l’azione della letteratura quando ci sono di mezzo temi scomodi, è sbagliato limitare l’azione della letteratura alle sole storie da famiglia del mulino bianco, quale limite nelle espressioni, esiste un limite nelle espressioni. Sembra di essere tornati indietro di parecchi anni, quando per l’ultima volta si celebrò un processo simile nei confronti della letteratura, e quando per la verità si celebrò anche un vero processo, nelle aule di tribunale, nei confronti delle oscenità – o presunte tali, il dibattito a quanto pare non si è ancora concluso – contenute in Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi.

A me del processo, vero o finto, interessa poco. La letteratura non dovrebbe avere limiti, se non nella bellezza della storia e, in subordine qualora quest’ultima non reggesse troppo, nella bellezza della scrittura, nella musicalità e nella ricchezza del linguaggio. Spinto da cotanto interesse per le sorti dell’industria culturale italiana, ho comprato e iniziato a leggere Bruciare tutto. Per trovarci un libro sì osceno, ma nella bruttezza della costruzione narrativa, mica del tema. Più che le accuse di Marzano, qui le critiche si sarebbero dovute muovere verso un romanzo che eleva il pettegolezzo di una certa milanesità da macchietta dei personaggi che fanno da contorno ad una storia che, tra tormenti interiori e citazioni teologiche, rimane immobile e anzi gira intorno a se stessa. Il lettore spera di arrivare in fretta ai momenti criticati nel dibattito, ma viene preso per sfinimento e molla prima. Senza alcun senso di colpa, come da fioretto.

UPDATE: Dopo aver scritto le righe qui sopra, sono andato a fare un giro a Tempo di libri, la manifestazione editoriale che ormai con pigrizia giornalistica viene chiama «il Salone del libro di Milano». Ho visto Walter Siti, che firmava alcune copie del suo libro. E ho visto, soprattutto, tanti lettori che si accingevano a acquistare Bruciare tutto. Ho avuto la prova che le polemiche editoriali, ancora oggi, spostano copie. Poveri lettori.