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Mal d’Africa

Dev’essere stato il 1996, o forse il 1997. D’estate ci trovavamo nel piano seminterrato della villetta di un amico, tutti i pomeriggi. Avevamo allestito una specie di sala prove: dato una pulita micidiale a quello che fino a poco tempo prima era stato utilizzato per metà come box auto e per l’altra metà come officina con tanto di torni, tavoli da lavoro e tutto l’occorrente, appesi alle pareti avevamo messo dei rettangoli di lana di vetro per insonorizzare l’ambiente (una cosa pericolosissima, coi genitori di oggi), e la zona era stata delimitata con dei vecchi mobili che chissà che vita avevano vissuto fino a quel momento. Infine avevamo trasferito i nostri strumenti, sui quali ci esercitavamo tutti i giorni come se avessimo dovuto esibirci al Madison Square Garden anziché alla festa di compleanno di qualche amico. Quella cantina era diventata il nostro quartier generale: non disturbavamo nessuno – eccetto i genitori del nostro amico, che per questo non smetteremo mai di ringraziare – e tutto sommato eravamo anche sotto il controllo di un occhio vigile, che ogni tanto scendeva a vedere cosa stava succedendo – mai nulla, al massimo qualche occhiataccia per il fumo di sigarette che improvvisamente fingevamo di non avere mai acceso.

Avevamo persino un impianto stereo, che all’occorrenza serviva anche come amplificatore di improbabili tastiere qualora si fosse visto da quelle parti un tastierista. Il nostro amico aveva un fratello più grande, che aveva avuto la nostra età negli anni Ottanta e che per questo era motivo di ammirazione incondizionata da parte di tutti noi. Negli anni Ottanta gli capitava – come capitava a moltissimi dei giovani di quegli anni – di farsi le compilation su cassetta con i brani che passavano dalle radio: detto con l’immediatezza del consumo musicale di oggi, sembra qualcosa di antichissimo e romantico allo stesso tempo. Cassette che dovevano aver vissuto chissà quante esperienze, se solo avessero avuto degli occhi per vederle e una bocca per raccontarcele.

Le ascoltavamo con la stessa curiosità che si usa nei confronti di qualcosa di esotico: contenevano musica a noi, che pure ci atteggiavamo a grandi conoscitori musicali con la strafottenza tipica dei quattordicenni, pressoché sconosciuta: c’erano tutti i brani minori degli anni Ottanta, quelli con la batteria col gated reverb e le marimbe in modulazione di frequenza, inframezzati dai soliti Vasco e Litfiba e da qualche pezzo più famoso. In quelle cassette scoprimmo anche un gruppo svedese che però suonava una specie di italo disco, i Fake, e ridemmo intere giornate ripetendo ogni volta se ne presentasse l’occasione l’intercalare lussureggiante di “Donna rouge”: «ho tanta voglia di fare l’amore con te, andiamo a letto».

Non fu la prima volta che la ascoltammo, “Africa” dei Toto, quando ce la ritrovammo tra quei nastri. Però fu la prima volta che, in mezzo a tutti quei suoni, per noi raggiungeva lo status di musica degna di attenzione. I Toto, infatti, scontano un po’ il problema dei gruppi come i Toto: bravissimi, per carità; avevano suonato, da singoli musicisti, con i migliori e nei dischi di maggior successo; però facevano musica che repelleva – e repelle – qualunque rappresentante di qualsiasi sottocategoria giovanile, e mica per nulla facevano presa su un pubblico che di giovane non aveva nulla. Erano una specie di Umberto Tozzi internazionale: piacevano agli zii, ai papà e ai cugini più grandi al matrimonio dei quali si era stati trascinati, noi quattrenni con i primi mocassini ai piedi che finivamo per tirare calci al pallone per tutto il pomeriggio – con notevole rottura, di mocassini e di piedi.

Col tempo i Toto hanno continuato a stare lì, tra quelle cose talmente kitsch e patinate che, al massimo, saltano fuori come guilty pleasures in serate particolarmente povere di stimoli. Ma “Africa”, ancora oggi, contiene quanto di meglio certo rock da classifica abbia prodotto, fosse solo per il tipico esotismo da esploratore del mondo: il ritmo spezzato, le percussioni, l’odore di sigaro e il colore cachi dei vestiti da safari.

Mi è venuto in mente oggi quanto straordinario sia, ancora adesso, un pezzo come “Africa”. Oggi che sono trentacinque anni esatti – e sei Grammy, e più di 3 milioni di copie nei soli Stati Uniti – da quando uscì Toto IV, il disco che la conteneva.