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Benvenuta ECM

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Dallo scorso venerdì 17 novembre, tutto il catalogo dell’etichetta ECM è disponibile sulle piattaforme di streaming Spotify, Apple Music, Deezer, Tidal e Qobuz. Per gli appassionati di musica vuol dire avere a disposizione uno dei cataloghi più interessanti, influenti e criticati di sempre. Per il suo titolare, Manfred Eicher, probabilmente il vantaggio non è così immediato e il passaggio è stato molto più sofferto.

Fondata da Eicher a Monaco di Baviera nel 1969, la ECM – acronimo del pretenzioso «Editions in Contemporary Music» – era rimasta infatti uno degli ultimi fortini musicali a non essere stato espugnato dal consumo digitale (persino il download è arrivato più tardi rispetto agli altri). È una questione di qualità della musica, certo; la stessa questione che ha fatto preferire ad Eicher, nel corso degli anni (sebbene qualche tentennamento: vedremo dopo), il compact disc al vinile – anche il ritorno in auge di quest’ultimo è stato preso dalle ECM cum grano salis: qualche ristampa di vecchi titoli, ma le nuove uscite sono solo in cd. Soprattutto, è una questione di etica dell’ascolto e di estetica musicale.

Partiamo da quest’ultima: una delle critiche che sono state più mosse alla ECM e al suo capo, sin dagli inizi, è stata quella di aver creato uno standard audio che, col tempo, è finito quasi per essere un cliché e una parodia di sé stesso. Del resto il motto dell’etichetta – apparso per la prima volta in una recensione negli anni Settanta – è «the most beautiful sound next to silence». Suoni curati fino allo sfinimento e una qualità audio altissima in pressoché qualunque produzione messa sul mercato. Ma anche l’accusa, nemmeno troppo velata, di voler sacrificare sull’altare della pulizia sonora la creatività e la fantasia dei musicisti. Un trattamento à la ECM che avrebbe finito per privare molte delle musiche, soprattutto quelle di derivazione jazz, di una certa spontaneità. Comprensibile quindi, con queste premesse, che il formato digitale non fosse certamente la prima, né la seconda, scelta per uno come Eicher, le cui produzioni – pure acquistate in massa, almeno per certi titoli – hanno sempre strizzato l’occhiolino ad audiofili di medio-alta patologia.

Se lo scoglio della qualità del suono è risultato comunque superabile (c’è sempre un back catalogue da mettere a reddito: anche sotto questa lente è da leggere l’accordo con la Universal per la distribuzione digitale), rimaneva l’ostacolo più grande da aggirare per raggiungere questo cambiamento – per lui, gli altri si erano già adeguati da tempo – epocale: quello dell’etica. È facile prendersela con il solito, corretto, discorso sulla frammentazione dell’ascolto di musica sulle piattaforme digitali. Abbiamo tutta la musica del mondo a disposizione, ma ci siamo dimenticati gli strumenti per ascoltarla. Chiunque oggi non voglia essere visto come un dinosauro è ormai abituato ad ascoltare musica scegliendo un po’ qua e un po’ là, saltando ogni trenta secondi da un brano all’altro e – cosa ben peggiore – affidando ad un algoritmo, anziché ad un proprio percorso di scoperta e crescita, cosa ascoltare. Per Eicher questo passaggio però dev’essere stato faticoso, perché già in tempi non sospetti – era il 1989 – dichiarava alla rivista The Wire, in una delle rarissime interviste concesse durante la sua carriera, che i recensori e i critici di musica erano peggiorati con l’avvento del compact disc: poiché questo nuovo mezzo permetteva di saltare da una traccia all’altra senza alcuna fatica, arrivò persino a dire che «forse dovrei produrre soltanto dischi come Passio di Arvo Pärt, che ha una sola traccia che dura più di 70 minuti».

Non crediamo che da oggi la ECM produrrà dischi con brani da tre, quattro minuti per accontentare l’ascolto digitale. Del resto, la preferenza al cd rimane scritta anche nel comunicato stampa diffuso da Eicher, dove alla base delle decisioni si legge anche il contrasto alla pirateria sulla rete (provate a girare per Youtube e vi renderete conto che gran parte del catalogo ECM era già disponibile in maniera illecita). Piuttosto, prendiamo con piacere la notizia augurandoci che, in mezzo a qualche playlist di musica da scoprire e a qualche giro (impazzito?) dell’algoritmo, gli ascoltatori si trovino davanti un brano di Keith Jarrett, di Dave Holland, di David Torn, di Egberto Gismondi o del quartetto di Elina Duni. C’è pur sempre un mondo, là fuori, da scoprire.

 

 

Visioni miopi.

John Seabrook sul New Yorker fa una corretta – e cliccatissima – analisi sul perché la scelta di non rendere disponibile il disco di Adele 25 sui servizi di streaming è a cortissimo raggio:

Album sales are profitable, but they are not the future of the music business—streaming is. Could it be possible that the record business, pursuing a strategy of inflating sales by keeping an album off Spotify, Apple Music, or Deezer, is choosing short-term profits over long-term growth? (Perish the thought!) That would be consistent with the industry’s attitude toward its potential tech partners, going back to its failure to join forces with Napster in 2001 and killing Napster instead.

Aggiungo, se interessa: no, non ho ascoltato il disco di Adele. L’avrei fatto se fosse stato su Spotify? Probabilmente sì, è un fenomeno pop, impossibile ignorarlo. Comprerei il disco perché non posso ascoltarlo in streaming? No, non credo. Lo scaricherei in maniera illegale, giusto per dargli un’ascoltata? No, non lo faccio nemmeno con la musica che realmente mi interessa.

Come andrà a finire? Nel giro di tre-quatto mesi 25 sarà disponibile anche sui servizi in streaming, almeno per chi possiede un abbonamento — secondo un’analisi che stanno facendo in molti. È inevitabile: esaurita la spinta iniziale, le vendite fisiche non reggeranno e allora tanto varrà la pena raccogliere un po’ di soldi con lo streaming. A latere, aggiungo: 25 ha battuto il record di vendite in una settimana negli Stati Uniti, con la considerevole cifra di 3,2 milioni di copie vendute. Il record precedente lo aveva un disco degli NSYNC, No string attached. L’album uscì nel 2000, oggi nessuno si ricorda un solo passaggio. Questo per dire che c’è un rischio concreto: che non sia vincente nel breve periodo solo la scelta di non rendere 25 disponibile sui servizi di streaming, come Seabrook fa notare, ma anche il successo stesso di Adele.

Il simpatico gioco delle bolle.

apple music bubbles

Come qualche altro milione di persone l’altro giorno ho effettuato l’update del sistema operativo dell’iPhone e mi sono ritrovato installato la nuova applicazione Musica, quella che permette di accedere ad Apple Music. Ero scarsamente interessato al suo utilizzo, ma al contrario molto interessato — per vari motivi — all’aspetto industriale della cosa. Le prime impressioni dopo la sua presentazione mi avevano lasciato perplesso. Non ho poi scritto più nulla del leak del contratto dove si diceva che Apple non avrebbe pagato i detentori dei diritti durante i primi 3 mesi di prova, né delle successive proteste degli artisti, né della discesa in campo della compagna Taylor Swift né, infine, del passo indietro di Apple («Ok Taylor, ci hai convinti, paghiamo anche per il periodo di prova»).

Ho resistito un giorno poi ieri sera ho avviato il periodo di prova, cioè ho sottoscritto il rinnovo automatico al prezzo di 9,99 euro una volta passati i primi novanta giorni. E mi sono trovato catapultato in un mondo che, al primo impatto, non riesco a sentire mio e non solo per una certa complessità di fondo che qualcuno ha già evidenziato. Lasciando perdere sterili discorsi generazionali, non sono (più) abituato a condividere così tanto di quelli che sono i miei ascolti abituali. Capita che ne scriva su Facebook, pubblichi qualcosa da queste parti o twitti una segnalazione; ma riguarda una percentuale minima dei miei ascolti. L’aspetto social della musica, la smania di condivisione che pure mi prende per altre cose, non lo capisco. Chi seguo su Spotify — per la stessa logica pigra che non mi porta ad approfondire il mondo social non della musica (quello sì) ma della pura condivisione degli ascolti musicali — è quasi sempre mio amico nella vita reale: cosa mi può interessare di sapere cosa ascolta in questo periodo, se già lo so/me lo ha detto la sera prima?

È un limite mio, convengo. E non la farei troppo drastica: prima o poi mi ci abituerò. Il fatto che Apple Music prima ancora di farmi ascoltare un secondo di musica mi abbia fatto un terzo grado seppur mascherato da simpatico giochino delle bolle, nel quale mi chiedeva quale fosse il mio genere musicale preferito o, quali in un elenco i miei artisti preferiti — un tap se ti piaciucchia, due tap se adori, tieni tappato se odi — mi ha indisposto. E se avessi sbagliato a rispondere e non sarei potuto più tornare indietro? L’idea che dall’altra parte qualcuno, un algoritmo o chi per esso, pensi davvero che Lionel Richie sia uno dei miei artisti preferiti non solo mi infastidisce perché evidentemente non corrisponde al vero (con tutto il rispetto), ma trovo la stessa domanda vincolante alquanto irrispettosa dell’utente che voleva solo ascoltarsi in santa pace il disco di Taylor Swift.

Detto questo, potrebbe rimanere valido l’adagio secondo cui l’ultima volta che la Apple ha introdotto delle novità riguardanti la musica ha rivoluzionato non solo il mercato musicale, ma anche se stessa. Il fatto è che di novità sostanziali, in Apple Music, non ce ne sono. C’è il solito hype esagerato che ha intasato social network, siti web e mezzi di comunicazione in generale. Si sono affrontati discorsi che riguardano anche il futuro dell’industria musicale, e per la prima volta un’artista con un potere di negoziazione enorme si è fatta in qualche modo carico (con molti suoi interessi, ovvio) di una categoria di artisti che non hanno potere di contrattazione — e l’ha spuntata, a quanto pare. Il lancio ha generato l’ingresso di gruppi da sempre contrari alla musica digitale come gli Ac/Dc nel mondo dello streaming — di contro pare invece che Prince se ne andrà: quando qualcuno ha iniziato a dire che su Apple Music non c’era nemmeno un suo disco mentre su Spotify si trovava l’intera discografia il cane che stava dormendo si è svegliato e ha deciso di togliere tutto da tutti, per non sbagliare e/o non fare un torto a nessuno (scrive Fact che potrebbe rimanere su Tidal).
C’è della concorrenza positiva, insomma. Spotify ha 20 milioni di abbonati paganti, che è al momento ancora un buon vantaggio, e un’interfaccia/usabilità che mi sembrano migliori (e sono in buona compagnia a pensarlo). Vediamo cosa succederà.

The first cut is the deepest

Io sono il peggior utilizzatore di tecnologia che una compagnia produttrice di tecnologia possa mai avere. Per esempio non sono uno smanettone. A me interessa che la macchina funzioni, non come funziona. Quando sono davanti ad un pc, ad un telefono, ad un tablet, voglio accenderlo e iniziare a lavorare nel minor tempo possibile.

Forse per questo ho un mac. Ma anche no: perché con una frase del genere potrei iscrivermi di diritto tra coloro i quali si sentono una categoria superiore perché hanno un mac (e spesso solo per quello). A me di tutto questo non me ne può fregare di meno. Ho un mac perché funziona subito, quando lo accendo. E perché non mi ha mai dato una di quelle schermate blu che stanno tra le più grandi rotture di scatole di tutti i tempi. Ho un mac perché clicco, e funziona. Non perché devo portare a letto qualcuno la sera; né perché bisogna averlo. Nemmeno perché faccio un lavoro creativo — faccio un lavoro con un certo grado di creatività, e molte delle mie passioni richiedono un certo altro grado di creatività; ma non mi sono mai considerato un creativo, tanto meno nel senso che intendono quelli che hanno un mac.

(Per la cronaca: ho anche un iPhone e un iPad, entrambi non dell’ultimo modello e nemmeno del penultimo).

Però alla Apple — e qui scriverò una prima banalità — ho sempre riconosciuto un certo grado di pionierismo. Non particolarmente difficile da trovare, seppur sotterrato sotto quintali di marketing (ma, hey!, serve anche quello). Quando più di dieci anni fa l’azienda di Cupertino ha deciso come secondo lei sarebbe dovuto cambiare il mercato musicale, è poi riuscita a convincere tutti che quello fosse l’unico cambiamento possibile. È riuscita a convincere gli utenti, cui non pareva vero poter avere tutte le canzoni che prima stavano sui loro pesanti hard disk all’interno di un coso che aveva le dimensioni di un pacchetto di Marlboro. Ha convinto i discografici — non che fosse difficile, viste le condizioni in cui versavano — che acquistare (vabbé, concedere in licenza, ma quello si è scoperto solo dopo) dei file musicali fosse la soluzione non migliore ma certamente unica contro la pirateria, e anche l’unico modo per prendere una boccata d’aria uscendo da una stanza il cui livello di asfissia aveva raggiunto una soglia pericolosamente alta. Era una boccata d’aria d’emergenza, di quelle con cui non ci campi ma senza le quali muori; stava poi all’industria discografica trovare una soluzione alla sua crisi. Però era l’unica boccata d’aria che garantiva la sopravvivenza. Con l’operazione dell’Ipod è riuscita a consolidare persino il suo status presso il gotha del design, e a convincere il mondo economico che lì dietro c’era una grande azienda con una grande visione.

Già, la visione. Ieri la Apple ha presentato il suo nuovo servizio di streaming Apple Music, e io ho avuto l’impressione (che alcuni esperti avevano già annunciato) che per la prima volta l’azienda di Tim Cook si sia messa a rincorrere i tempi, anziché anticiparli. Apple Music è la più grande rivoluzione musicale in casa della mela dai tempi di iTunes. Ma arriva quando il mercato è già pieno e il suo leader — Spotify — ha sessanta milioni di abbonati, dei quali quindici a pagamento. Alla Apple fanno sapere di voler raggiungere i 100 milioni di abbonati, che è un numero modesto ed enorme allo stesso tempo. modesto se si pensa che la Apple parte con un enorme numero di utenti ai quali il servizio (in Italia dal 30 giugno) arriverà automaticamente e come per magia sui loro gadget; ma enorme se consideriamo che Apple Music non prenderà in considerazione il modello freemium, e cioè scaduti i tre mesi di prova (un periodo però molto lungo, bravi) o paghi la tua fee (in linea: 9.99 euro) oppure nisba.

Ma cosa offre di più Apple Music? Nulla, altrimenti non avrebbe rincorso il mercato. A meno che si voglia essere dei fan boy fino in fondo e dire che i trenta milioni di brani già presenti su iTunes sono un bacino incredibile e concorrono a formare quell’insieme che si chiama «tutta la musica che vuoi». Solo che poi all’utente interessa soprattutto la musica giusta nel posto giusto, non «milioni di canzoni da tutto il mondo» — ci saranno i Beatles?, e i Led Zeppelin che danno lo streaming in esclusiva a Spotify?, e con gli AC/DC siete riusciti nell’opera di convincimento? C’è la radio, Beats1, che già dal nome sembra una joint venture tra la Apple e la BBC (e in parte lo è, visto che il responsabile della programmazione Zane Lowe proviene proprio dall’emittente britannica). Ma davvero c’è bisogno di una radio? Uhm. C’è la funzione Connect, che vuole connettere direttamente i fan e gli artisti, anche quelli sconosciuti: sembrerebbe la novità più interessante. Poi però ci ricordiamo di due cose: la prima è Ping, lanciata dalla stessa Apple anni fa con più o meno lo stesso scopo e lasciata naufragare al suo destino (e anche nel non accanirsi contro i buchi nell’acqua sta la grandezza di un’azienda); la seconda è che piattaforme che mettono in contatto gli artisti e i fan ci sono già, e le usano sia gli uni che gli altri. Si chiamano Facebook, soprattutto. Ma in misura minore anche Twitter, Instagram. Entrando poi nello specifico ci sono Bandcamp e Reverbnation. Ci sono persino le piattaforme per il crowdfunding. E sempre Spotify mette in contatto gli artisti e i loro fan.

Come ha fatto notare l’esperta di musica e nuove tecnologie Cortney Harding in un suo post su Medium, il fatto che gli altri competitor abbiano risposto tra il bizzarro e il piccato alla presentazione di Apple Music è comunque significativo dell’entrata della mela in questo settore. Insomma, se Daniel Ek scrive «Oh, ok» in un tweet (poi rimosso) e Rdio si lancia in una parodia degli spot Apple, vuol dire che se l’obiettivo non l’hai c’entrato ci sei comunque andato vicino (sempre Harding nel suo post scrive: «Nessuno di loro si è preso la briga di twittare in modo irriverente quando è stato lanciato Tidal.»)

Però mi rimane l’impressione che queste feature non rendano granché chiaro l’obiettivo che Apple si pone e siano davvero debolucce come gamechanger. Forse è la mia visione ad essere sbagliata e sicuramente è limitante: tanto più che anche se entri in un mercato già colmo, crei concorrenza e fai (si spera) un servizio all’utente. Ma credo che là fuori disposte ad usare Apple Music ci siano più persone come me, che pagano Spotify dal primo minuto, anziché praterie di gente che ascolta la musica su YouTube e continuerà a farlo. E non la convinci ingaggiando un ‘curator’ per una radio online o promettendo rapporti diretti artista-fan che saranno tutti da dimostrare. Si sa che i rapporti abitudinari sono i più difficili da scalfire, e né Amazon Music né Google Play sono mai riusciti a surclassare iTunes per volumi di vendite e per considerazione proprio perché sono arrivati dopo, rincorrendo qualcosa che già c’era e non offrendo sostanzialmente nulla di nuovo.

Poco, ma meglio di niente.

Il 20 gennaio scorso Bjork è stata costretta a pubblicare (nella sola versione digitale) il suo nuovo disco Vulnicura con un paio di mesi di anticipo sulla data d’uscita ufficiale, prevista per il 17 marzo (e ancora confermata per quanto riguarda l’edizione fisica). Questo perché improvvisamente erano apparsi i leak in rete, e dunque l’album aveva iniziato a circolare piratato. Il disco, ad oggi e a differenza di tutto il suo back-catalogue, non è disponibile su nessuna piattaforma di streaming. Il motivo — almeno stando a quanto ha dichiarato a Fast Company — è figlio di una precisa volontà dell’artista islandese: dare ancora un senso al disco acquistato. Non sembra una battaglia contro lo streaming, sul modello di quelle condotte (inutilmente) da Thom Yorke e David Byrne. Piuttosto, il tentativo — e non è l’unico: l’operazione sta prendendo un certo piede — di provare a fare con la musica quello che fa il cinema nell’epoca di Netflix: prima il film esce nelle sale, poi va in streaming.

Il discorso è suggestivo, e può avere un suo senso sia artistico che commerciale. Poiché ho investito tempo, denaro, fatica, arte e ispirazione in questo prodotto, voglio che almeno nella fase iniziale della sua vita sia promosso al meglio. Se ci pensiamo bene, non è molto differente a quello che succede anche con i libri: esce un libro e, prima che vada in offerta, deve accadere almeno una di queste cose: il libro non vende nulla, e tanto vale svenderlo; oppure passa qualche anno, il libro ha un discreto successo, viene ristampato in economica per ingolosire all’acquisto chi ancora non ha provveduto. Lo stesso, del resto, succedeva con i dischi «nei cestoni del supermercato». Mica ci trovavi le nuove uscite: ci trovavi le chiaviche, o vecchi successi (ma spesso non gli enormi successi) che aveva senso tenere in catalogo a prezzo medio.

Non sono sicuro che questa cosa funzioni. O che funzioni per tutti. Di certo, se c’è un’artista per la quale potrebbe funzionare, quell’artista è Bjork. Né troppo di nicchia da permettersi di rinunciare del tutto ad un canale distributivo; né così tanto famosa da permettersi di andarci subito — nel senso che gli U2, pur con tutte le criticità del caso e tenuto conto dell’unicità dell’operazione, hanno potuto persino regalare il loro disco in un formato che non è quello fisico ma è infinitamente più tangibile di uno streaming.

C’è poi da aggiungere, a voler essere maliziosi, che Bjork fa le date con il biglietto a 80 euro. Il che, per quanto si possa trattare di una produzione non esattamente low-budget, è di sicuro un buon viatico per guadagnare. Da persona che usa lo streaming — e paga il prezzo pieno per farlo — sono ovviamente dispiaciuto. Allo stesso tempo, non me la sento di biasimare la scelta di Bjork, che come detto ha qualche buon motivo. Mi rimane solo un dubbio, che applicherei tanto al cinema quanto alla musica: sarebbe interessante vedere di quanto aumenta la pirateria per quei dischi che hanno una finestra temporale dedicata alla vendita tradizionale (sia essa fisica o digitale), rispetto ai prodotti che vanno da subito in streaming. Perché credo che a questo punto, e soprattutto oggi e se non sei Taylor Swift, quello del «poco, ma pur sempre meglio di niente» sia un discorso che inizia a diventare irrinunciabile.

La libreria di iTunes e quella del mio salotto.

A pagina 51 del Corriere della Sera di oggi [24.09.2014] (a proposito: bene il nuovo formato e la nuova pulizia grafica, peccato solo l’aver mantenuto la carta porosa che sporca i polpastrelli: sarebbe stata meglio quella che usa anche Repubblica) il cantante Mika interviene sulla questione del disco degli U2 dato in omaggio non richiesto a tutti gli utenti di iTunes.

Per Mika ha rappresentato un autogol dell’azienda di Cupertino, che per la prima volta «ha compromesso la fiducia dei suoi clienti». Il paragone fatto è quello tra la libreria di iTunes e la libreria del proprio salotto:

è uno spazio molto personale. Se mi introducessi in casa vostra, lasciassi senza diverlo un libro in mezzo allo scaffale, e ve lo facessi sapere solo in seguito, non solo vi infuriereste ma avrei commesso un atto illegale. La libreria di iTunes non è diversa. Apple può promuovere quello che vuole nello Store, ma la nostra libreria dovrebbe essere protetta […] Agendo in questo modo [Apple] ha fatto la figura del padrone di casa impiccione.

Quanto all’illegalità, fortunatamente si preme di informare i lettori del quotidiano milanese che, diversamente dalle librerie dei salotti

il contenuto acquistato in libreria non è nostro, non come lo erano i cd o i dischi in vinile: lo stiamo solo prendendo in affitto.

Questo perché, come noto, l’acquisto di un brano su iTunes (ma lo stesso vale se il brano è regalato) non rappresenta l’acquisto di un qualcosa di tangibile — seppur in formato liquido — ma solo l’acquisto di una licenza alla esecuzione e riproduzione privata, tra le mura di casa o nelle cuffie dell’iPhone.

Tuttavia l’analisi di Mika tocca anche l’aspetto del futuro della musica a sottoscrizione, seguendo l’esempio dei servizi in streaming. Che non sono condattati dal cantante libanese, ma anzi salutati positivamente come

un ritorno al sistema bibliotecario pubblico, meno polveroso e più rumoroso. In ogni caso quel che scegliamo di conservare nelle nostre librerie private è sacro.

(foto CFRC Library via Flickr)

Oggi su Medium

Oggi ho scritto un pezzo su Medium, la piattaforma a metà tra il blog e la cura dei contenuti, che sembra un magazine digitale e che è stata fondata da Evan Williams e Biz Stone (già Twitter). Si chiama quasi come un vecchio brano di Gil Scott-Heron: una specia di tributo, essendo un pezzo che tratta anche di musica.

The revolution will be metadataed.

Spotify si spiega.

Spotify, più volte attaccato dagli artisti con argomentazioni un po’ dubbie, ha pensato di fare un po’ di chiarezza aprendo Spotify for Artists, un sito internet dove è spiegato il funzionamento del servizio e dove sono reperibili dati sul suo andamento. Questo perché:

With any format change in music – CD and iTunes included – there’s a lot of confusion around how these different models work, and quite often some serious scepticism. We understand that’s out there, so we want to be as clear and transparent as we possibly can explaining how Spotify fits in.

Spotify, nella mente di chi l’ha creato, è considerato alla stregua di un semplice cambio di medium. Nel passato, ad ogni transazione — dal vinile alla cassetta, dal vinile al cd, dal cd ad iTunes — si sono sollevati polveroni, dubbi, inchieste, controinchieste. Interessi di parte, soprattutto.

Anche Spotify for Artists rappresenta un interesse di parte, certo. Per fare un paragone un po’ azzardato, è come uno studio commissionato dalla Coca Cola sui benefici delle bevande gassate. Però a me sembra anche un buon punto di inizio, una risposta a quegli artisti che maggiormente avevano mosso delle critiche a questo nuovo paradigma di consumo musicale.

Attendiamo fiduciosi la contro-replica degli interessati. Qualora ci fosse. Nel frattempo facciamo notare una cosa. Nell’algoritmo pubblicato sul sito e che spiega il funzionamento dei pagamenti attualmente adottato da Spotify, è evidente che il collo di bottiglia che strozza i guadagni degli artisti è rappresentato dal modello industriale ancora in vigore (e non più sostenibile, come già detto), e non dai servizi di streaming musicale.

Ancora su Byrne, Yorke, Spotify e l’industria discografica

Non sono l’unico a non aver gradito l’intervento di David Byrne pubblicato l’altro giorno sul Guardian a proposito di musica, Spotify e di internet che soffoca la nostra creatività. Dave Allen su North, ad esempio, usa argomenti simili ai miei per quanto riguarda la colpa del fatto che gli artisti percepiscono poco dagli stream:

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Oh supergirl, you’ll be my supermodel.

david byrne

Con argomentazioni decisamente migliori rispetto a quelle utilizzate da Thom Yorke —che in verità non ne ha utilizzate affatto— oggi il Guardian pubblica il lamento di David Byrne nei confronti di Spotify in particolare e di Internet in generale.

Il problema, leggendo questi pezzi — e il problema si fa infinitamente più grande quando a scriverli sono persone di grande intelligenza come David Byrne — è che vanno a battere tutti sullo stesso chiodo. E cioè su quella che un paio di giorni fa ho definito come una specie di difesa corporativa di un sistema che non è più sostenibile.

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