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Libri distillati per il lettore moderno

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Da qualche tempo sono apparsi in edicola i “Distillati”: versioni riassunte di best seller letterari, che promettono di garantire lo stesso piacere «in meno della metà delle pagine originali» poiché vanno – come recitano lo slogan e il payoff del sito ufficiale – «al cuore del romanzo». Editi da Centuria, divisione della Rcs libri (e quindi, antritrust permettendo, Mondadori), sono libri senza fronzoli, senza descrizioni, sorte di bignami letterari per l’uomo moderno: senza tempo per definizione. La collana, che per il momento ha debuttato con Venuta al mondo di Margaret Mazzantini e Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, prevede l’uscita di due libri al mese, dando così l’ebrezza al lettore distillato (ops) di riuscire a mantenere una media più che soddisfacente, nel paese in cui si comprano tantissimi libri e se ne leggono una quantità inversamente proporzionale.

Ne hanno scritto in tanti. La cosa più interessante, come spesso accade con le questioni che hanno a che fare con le lettere o i libri, è quella di Stefano Bartezzaghi su Repubblica (10.01.2016, p. 44):

Nella gastronomia, che è il medium attualmente egemone, funziona: si possono chiedere mezze porzioni e quasi tutti i grandi ristoranti hanno oramai il loro bistrot, che pratica prezzi più abbordabili servendo piatti nello stile del ristorante maggiore. Nelle ricette si scrive: «Aggiungere un’idea di vino rosso»: bene, i libri distillati danno “un’idea” di Mazzantini. Oscar Wilde si serviva proprio di un esempio enologico per giustificare le proprie impazienze e incostanze di lettore: «Per sapere se il vino è buono non occorre bere l’intera bottiglia». Per chi ama il belcanto ma si annoia con i recitativi esistono raccolte di romanze e grandi arie. Infine, quanto pensiamo di venire a conoscere nelle nostre frettolose visite a mostre e musei o nei “weekend lunghi” in metropoli e regioni sterminate e piene di angoli segreti, che tali rimarranno? In letteratura fa certo più impressione e il paradosso di Wilde è appunto un paradosso. Può essere applicato solo alla degustazione della scrittura: tre poesie di Montale ben scelte appagano un piacere di lettura e comunque danno un’idea della poesia montaliana. Ma i meriti di Larsson o di Grisham non sono certo di tipo calligrafico, bensì narrativo. Non è proprio questione di “spirito” della poesia. Si tratta piuttosto di prendere una trama e sfrondarla dalle sue diramazioni più periferiche, cercando di stare attenti all’alto monito trasmesso dalla Legge di Woody Allen: «Ho fatto un corso di lettura veloce, sono riuscito a finire Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». Che sia lecito dare lo stesso titolo all’opera che esce da una tale demolizione è solo una curiosa lacuna legislativa e sarebbe bello che qualche associazione per i diritti dei consumatori ci buttasse un occhio. Ma, a parte il problematico dettaglio, è chiaro che il libro non è più lo steso, né è lo stesso l’eventuale piacere che l’opera originale provoca. È un’altra cosa, come sono altre cose le “riduzioni” delle fiction tv. Per esempio la nuova miniserie con cui la Bbc racconta a stessa Guerra e pace (che si spera continui a parlare della Russia).

Oriundismi

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Stefano Bartezzaghi, che si occupa delle cose della lingua italiana come nessun altro, approfitta [La Repubblica, 24.03.2015] della polemica innescata da Roberto Mancini sugli ‘oriundi’ in Nazionale per fare un po’ di chiarezza sul termine, partendo dalla sua esperienza di collezionista di figurine dei calciatori nei tardi anni Sessanta:

[Il termine] «oriundo» non era affatto un nonsense. I calciatori «oriundi» appartenevano a una categoria che andava all’esaurimento: non ne venivano tesserati di nuovi, le frontiere si erano serrate da un pezzo; ma alcuni delle ultime ondate erano ancora in attività (Sivori! Sormani! Pesaola! l’intramontabile Altafini!) e il loro status veniva segnalato dalle sobrie didascalie dell’editore Panini: «oriundo». Nessuno spiegava ai piccoli collezionisti di allora che l’aggettivo derivava dal gerundivo del latino oriri, nascere, avere origine. Significava qualcosa come «indigeno», insomma, ma senza connotazioni sgradevoli («indigeni» era allora un sinonimo di «primitivi», con il tremendo girotondo di specificazioni: baluba, zulu, bagonghi…). Gli oriundi italiani erano in definitiva calciatori nati qui o là, Argentina o Belgio, figli o nipoti di immigrati. Dirigenti sportivi scartabellavano archivi parrocchiali. Anche solo una nonna italiana, se reperita e in qualche modo documentata, poteva consentire a un calciatore sostanzialmente straniero di venire schierato come italiano, anche in Nazionale. Andrebbe quindi detto sempre «oriundo italiano», intendendo «originario (anche lontanamente) dell’Italia»; ma nell’uso rimaneva quella strana parola scempia: «oriundo», come dire «originario» ma senza origine. Un po’ come quando il lattaio chiede quale latte si desidera e gli si risponde «il parzialmente». Aggiungere «scremato» parrebbe da puristi pedanteschi.

Nutella, Nutellae.

È morto ieri a Montecarlo Michele Ferrero, l’industriale che è rimasto alla guida dell’omonimo gruppo dolciario fino al 1997 e che nel 1954 aveva inventato la Nutella, tra i marchi italiani più famosi nel mondo. Caparbio e visionario, non aveva mai ceduto alle sirene della finanza e si è sempre rifiutato di quotare la sua azienda, una multinazionale, in Borsa.

Scrive Stefano Bartezzaghi su Repubblica [15.02.2015, p. 21], a proposito della Nutella e degli altri prodotti della Ferrero:

Il prodotto principale della ditta retta da Michele Ferrero già nel nome ha indovinato la perfezione dell’ibrido, l’italianità che ingentilisce l’anglofonia, il diminutivo –ella che dà calore al monosillabo nut (il quale sta per la nostra nocciola). In quanto alla cosa, poi, la disponibilità a vaschette o molto meglio a barattoli di qualcosa che è crema ed è cioccolato può far sentire ogni goloso che si affacci ai bordi della confezione come Paperon de’ Paperoni sul trampolino da cui poi si tufferà nella piscina di dobloni. La Nutella! Consolazione, festa, delizia, peccato, godimento di lingua e palato, baffo all’angolo della guancia. E poi i cioccolatini dell’ambasciatore, gli ovetti con le sorprese da montare, i Mon Cherì e i Pocket Coffee, i Tic Tac e l’Estathè… Voluttà discrete, minime libidini dove la discrezione, la compostezza e il piemontesissimo «non esageriamo» sono altrettanti pertugi che aprono la via all’universo della più sconcertante, ma ordinaria, perversione.