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Una storia di sinusiti

Soffro di sinusite da oltre dieci anni. Non ricordo la prima volta che sospettai che un raffreddore si fosse nel frattempo trasformato in altro, ma ricordo benissimo la prima volta che l’otorino mi fece la diagnosi. Sinusite causata dalla deviazione di un setto nasale che mai avevo urtato – con un pallone o per colpa di un pugno – ma che, nonostante ciò, aveva deciso in totale autonomia di diventare storto.

Chiesi al medico come fosse possibile. Disse che era piuttosto normale: il setto nasale si devia non solo quando riceve un colpo ben assestato, ma anche per cause naturali. La mia causa era stata lo sviluppo. Le mie mucose nasali avevano cioè deciso di prendersi più tempo rispetto al resto del corpo.

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CeccomasterOpera propria, CC BY-SA 3.0, Immagine Wikimedia , CC BY-SA 3.0, Wikimedia

Wikipedia definisce la sinusite come «un processo infiammatorio, acuto o cronico, delle mucose dei seni paranasali». In pratica ti si ingrossano le mucose, tu respiri peggio e in cambio dal tuo naso fuoriesce un liquido acquoso. Esistono tre tipologie di sinusiti: acuta, cronica o ricorrente, a seconda della durata della patologia; la maggior parte delle volte, la sinusite arriva dopo un raffreddore, più raramente è di origine virale o batterica (in quest’ultimo caso, serve l’antibiotico).

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Avere la sinusite fa schifo. Vuol dire passare alcuni giorni, specie durante l’inverno o nel periodo di transizione tra il caldo (l’estate) e il fresco (autunno ed inverno), con mal di testa, naso che cola, mal di denti, mal di occhi, febbre, nausea e tante altre belle cose. Per quanto mi riguarda, vuol dire passare tre o quattro giorni con dolore acuto, vertigini e senso di intontimento, per tre o quattro volte durante l’anno — ho letto alcune cose in Internet, e pare che sia tra i casi più fortunati.
Di solito succede così: prendo il raffreddore, perché la gente prende il raffreddore. Solo che il mio raffreddore non vuol quasi mai dire naso chiuso, starnuti e sintomi influenzali; dal mio naso, quando ho il raffreddore, esce poco o niente. Tutto si accumula all’interno e, quando pensi che il raffreddore sia passato senza farti nemmeno il torto di eccessivo disagio sociale (i fazzoletti di carta appallottolati e seminati qua e là), ecco che ciò che non era uscito prima inizia a farsi sentire. Parte una specie di emicrania all’altezza della radice del naso quando abbassi la testa. Evolve velocemente al secondo stadio dove, sempre in quel punto, è come se una mano premesse. Al secondo giorno, sento gli zigomi che si staccano e i denti che premono per uscire dalle gengive – ma non succede nulla di tutto ciò, ho controllato.

Ormai riconosco i sintomi da subito e passo ai rimedi. Inizio con gli aerosol, quando ho la fortuna di avere in casa le fialette, altrimenti tocca uscire e cercare un farmacista compiacente che ti dia il Clenil anche senza la ricetta. Insieme agli aerosol faccio i fumenti: prima usavo il Sedo Calcio, poi ho iniziato a mettere semplicemente il sale nell’acqua mentre oggi uso l’olio 31, non ne ricavo alcun beneficio aggiunto, ma il suo profumo mi piace di più. Quando anche queste due soluzioni fruttano poco, e nemmeno se affiancate ad una dose di paracetamolo prima di andare a dormire (come in questi giorni), allora inizio ad escogitare ogni trucco possibile per espellere il muco dal mio corpo. Fino a qualche anno fa era facile, bastava soffiarsi il naso premendo bene alla radice del naso: oggi pare impossibile.
Mancando di una sonda da far salire su per le narici per aspirare il tutto, mi viene in mente il consiglio dell’otorino: tenere al caldo la fronte, perché è lì che (almeno nel mio caso) risiede il muco, e il calore lo scioglie e ne facilita l’espulsione. Allora indosso cappellini e appoggio panni caldi. E poi faccio docce, tante docce: il microclima che si crea all’interno della cabina è l’ideale, sembra di essere in un bagno turco. Respiro profondamente, nella speranza che il vapore caldo sciolga tutto. E quando sento che è il momento, mi soffio il naso violentemente.

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Pare che soffiarsi il naso sotto la doccia utilizzando le mani anziché un fazzoletto sia una delle cose più negate dall’umanità dopo mettersi le dita nel naso: a riguardo hanno chiesto pareri persino su Quora e su Reddit. Non lo ammette nessuno, ma soffiare il naso nelle proprie mani non solo è una delle cose più naturali del mondo, nel contesto di una doccia, ma è anche una liberazione. In tempi di ecologismo religioso, inoltre, il risparmio di carta (o di elettricità per lavare i fazzoletti di stoffa) dovrebbe essere premiato, non dileggiato.

Christine Friar ha stilato per The Awl la classifica dei tessuti migliori con i quali soffiarsi il naso. Utilizzare le mani quando si è sotto la doccia prende sei su dieci:

Listen, there are plenty of people out there who will front hardcore like they don’t empty their sinuses into their own hands when they’re alone in the shower, but I’m not one of those people. I excrete. It’s fine. This method is great because you’re breathing in steam and your boogs are all melted and malleable, so it’s a strategically advantageous time to clean the ol’ pipes. Plus you get to rinse all of the byproduct right down the drain then and there. No mess! No paper waste! The only downside is that you still ostensibly have a hygiene routine to complete afterward, which leaves a couple minutes for fresh boogs to drop, which will then melt in the steam and leave you with a runny nose. So my advice would be to do this as many times as you want during your shower, but make sure you do one right before you turn off the water and step out for peak impact.