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La buona scrittura, la buona lettura.

buona scrittura

Sulla Lettura del Corriere della Sera [04.10.2015, p.13] il politologo e costituzionalista Michele Ainis, all’interno di un articolo che vorrebbe indagare la verbosità della legge (Senza leggerezza la legge non si legge), scrive un paragrafo delizioso su cosa debba essere la scrittura, per chi la fa e per chi legge. Annoto qui.

La buona scrittura, dalla quale scaturisce poi una buona lettura, è sempre leggera, aerea. Scrivere è sottrazione di peso, e infatti uno scrittore si distingue dal suo cestino dei rifiuti. Scrivendo, espelli verso il fuori il vortice d’idee che ti frulla nel di dentro, ma quando l’hai fissato sulla carta devi poi limare, cancellare, devi impugnare un paio di forbici da pota. Perché il primo aggettivo che stai adoperando è quasi sempre pure il più banale, è una parola resa logora dall’uso. E perché in genere gli aggettivi sono troppi, oppure si ripetono rendendo inelegante il tuo fraseggio. Ma la prima bonifica devi farla tu stesso, e devi farla prima ancora di incominciare a scrivere. Devi liberarti dell’erudizione che appesantisce il pensiero, che zavorra la fantasia. Devi conoscere ciò di cui stai parlando, ma al contempo devi essere capace di dimenticarlo, di ignorare quanto già consoci. Altrimenti sarai un megafono di cose risapute, e il megafono è una fonte di rumore, è peso sonoro che sovastra gli altri suoni.

Scrivere è selezionare.

john_mcphee

John McPhee è uno dei narratori più straordinari dei nostri anni. Stile conciso, scrittura avvincente, quattro volte finalista del Pulitzer che ha poi vinto nel 1999 con il libro Annals of the former world. Dalle nostre parti non molto della sua opera è stato tradotto, ma un paio di anni fa McPhee è riuscito comunque ad essere un piccolo caso editoriale con il suo Tennis (Adelphi, l’originale è del 1969 e si chiamava Levels of the game): diviso in due parti, racconta nella prima la semifinale tra Arthur Ashe e Clark Graebner a Forrest Hills nel 1968, storica perché era la prima volta per un tennista di colore; nella seconda si trova invece il resoconto di un periodo di tempo che l’autore ha passato in compagnia di Robert Twyman, capo dei giardinieri di Wimbledon, che racconta i segreti dell’erba di uno dei più prestigiosi campi da tennis del mondo.

Molta della produzione di McPhee è stata pubblicata su alcune delle più prestigiose riviste del mondo. Qualche giorno fa mi sono imbattuto sul New Yorker nel racconto di cosa sia per lui la scrittura: un esercizio in cui il togliere è un’azione sempre più raccomandabile dell’aggiungere. La annoto qui, a futura memoria:

Writing is selection. Just to start a piece of writing you have to choose one word and only one from more than a million in the language. Now keep going. What is your next word? Your next sentence, paragraph, section, chapter? Your next ball of fact. You select what goes in and you decide what stays out. At base you have only one criterion: If something interests you, it goes in—if not, it stays out. That’s a crude way to assess things, but it’s all you’ve got. Forget market research. Never market-research your writing. Write on subjects in which you have enough interest on your own to see you through all the stops, starts, hesitations, and other impediments along the way.

Fare palestra.

Sono d’accordo con molte delle cose scritte da Matthew Ingram in questo articolo, che oggi ha fatto il giro della rete in risposta a quest’altro pezzo di Tim Kreider uscito la scorsa domenica sul New York Times.

Sono d’accordo perché capita anche a me di scrivere gratis. Anzi, siamo sinceri: la maggior parte delle volte scrivo gratis. Lo faccio per molti motivi, sempre miei. O quando non sono intrinsecamente miei, stanno dietro ad un progetto nel quale ci metto le mie forze e la mia faccia (questo, ad esempio, che è in pausa ma riprenderà).

Scrivere gratis è pratica nemmeno lontanamente associabile alla schiavitù. Ingram ha ragione. Ma, probabilmente, quella di Tim Kreider era una provocazione, una esagerazione giornalistica e nulla d’altro; tant’è che ne stiamo ancora discutendo, segno che a livello di strategia lo scomodare il termine forte ha funzionato.

Dunque sono d’accordo con Mathew Ingram e con le opinioni che a mo’ di collage ha assemblato nel suo pezzo su Paid Content: scrivere gratis fa guadagnare esposizione; non sono mai stato così felice come quando il mio nome è apparso sul bollettino parrocchiale che pagava i collaboratori in copie; etcetera etcetera.

C’è solo un piccolo particolare, omesso. Quando la smetti di scrivere gratis per te stesso, o per qualche progetto cui hai dato vita, inizia quel momento in cui giocoforza inizi a scrivere gratis per qualcun altro. Sono scelte, e anche in questo caso la schiavitù non c’entra. A quel punto, però, diventi un ingranaggio nel meccanismo della manodopera cheap. Ci sta, per carità: siamo uomini di mondo e non ci scandalizziamo per così poco. Però, ecco, ricordiamoci anche che c’è qualcuno che per quel lavoro di scrittura che tu fai gratis, ci guadagna.

Lo chiamano “fare palestra”, per pulirsi la coscienza, ma poi l’incontro finale lo giocano loro.