Archivio tag: scienza

Spaventarsi a morte.

Spesso le espressioni idiomatiche (i modi di dire, insomma), se prese alla lettera non vogliono dire nulla — c’è anche uno studio dietro alla differenza tra i cliché e le frasi fatte. C’è però un’eccezione alla regola, ed è rappresentata dall’espressione «spaventarsi a morte». Quando ci spaventiamo, infatti, il nostro corpo rilascia una grande quantità di adrenalina: è una reazione fisiologica allo stress causato dallo spavento meglio conosciuta come «fight or flight response». In una persona di buona salute e con un cuore forte, questo non rappresenta un problema. È raro, ma sussiste, il pericolo per chi non sia in perfetta salute che il suo cuore si blocchi. Lo spiega bene un video prodotto dai ragazzi di AsapSCIENCE:

Pensare a se stessi, soprattutto.

OliverSacksBigOliver Sachs, uno dei più affermati scienziati nel campo della neurologia e autore di libri bellissimi come L’uomo che scambio sua moglie per un cappello e Musicofilia, ha rivelato di avere un cancro terminale al fegato. E in un intervento sul New York Times affronta la cosa dal punto di vista di chi conosce il suo destino ma, nonostante tutto, non molla. Sa di non avere più tempo da dedicare «alle cose inessenziali» e che deve invece concentrarsi «su se stesso, sul suo lavoro e sui suoi amici». Insomma, niente perdite di tempo la notte a guardare NewsHour, né troppa attenzione «per la politica o per questioni come il global warming: non per indifferenza, ma per distacco». Soprattutto, nel suo intervento fa una considerazione sui suoi sentimenti:

Non posso pretendere di vivere senza paura. Ma il mio sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; mi è stato dato molto e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Mi sono confrontato con il mondo, un confronto speciale di quelli che capitano ai lettori e agli scrittori. Sopra tutto, sono stato un essere dotato di pensiero, un animale pensante, su questo splendido pianeta, e questo in sé è stato un enorme privilegio e una grande avventura.

E — come già detto — tantissimi auguri.

I have a party in my head and I hope it never ends.

earworms

Chiunque l’avrà provato almeno una volta: siete andati a letto, avete spento la luce, state provando ad addormentarvi, ma c’è una canzone che suona nel vostro cervello e non vi dà tregua. Oppure: vi siete svegliati una mattina con una canzone in testa, siete andati al lavoro e quella ha continuato imperterrita a tormentarvi, siete tornati a casa ma niente, quel brano non ne vuole sapere di andarsene dalla vostra mente.

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Il cartogramma del mondo.

immagine via Vox, copyright TeaDranks - clicca per ingrandire

immagine via Vox, copyright TeaDranks – clicca per ingrandire

TeaDranks rappresenta il mondo con un cartogramma: ogni nazione è raffigurata in rapporto al suo numero di abitanti. Scrive Vox:

Un aspetto molto semplice di questa rappresentazione è che, a differenza di molti altri cartogrammi, le forme di ogni nazione sono molto riconoscibili. Avendo pochi abitanti, una larga parte delle nazioni anglofone come il Canada e l’Australia quasi spariscono dalla cartina, mentre le nazioni del subcontinente indiano si gonfiano enormemente. Anche la Russia, se giudicata dal numero di abitanti, si restringe e passa dall’essere un grande territorio ad una nazione di media grandezza. Si vede inoltre che la Nigeria domina l’Africa occidentale in termini di popolazione reale, ciò che non si evince osservando una mappa tradizionale.

L’odore della pioggia

Il petricore è il tipico odore di pioggia, che solitamente si sente non appena cominciano delle piogge deboli o moderate. La sua esistenza è stata scoperta nel 1964 da due scienziati australiani, i quali non sono però riusciti a spiegare il fenomeno meccanico alla base della produzione e della diffusione nell’aria di questo odore. Una nuova ricerca condotta da alcuni scienziati del Mit sembra aver portato delle importanti novità in questo senso:

Utilizzando delle videocamere ad alta velocità, i ricercatori hanno osservato che quando una goccia di pioggia cade su una superficie porosa, al momento del contatto incapsula delle piccolissime bolle d’aria. Come in un bicchiere di champagne, queste bolle poi risalgono sulla superficie della goccia, esplodendo in un piccolo aerosol.
Il team di ricerca è riuscito anche a stabilire la quantità di aerosol rilasciato, sulla base della velocità della goccia di pioggia e della permeabilità della superficie. I ricercatori sospettano che negli ambienti naturali, questi piccoli aerosol portano con sé degli elementi aromatici, insieme ai batteri e ai virus che si trovano per terra. Questi aerosol vengono rilasciati solitamente durante delle piogge deboli o moderate, e poi diffusi dalle raffiche di vento.

Fascio-salutismo?

Secondo Andre Spicer e Carl Cederström, siamo passati dall’internet delle cose (internet of things) all’internet di noi (internet of me). Non basta più, infatti, essere connessi alla rete tramite diversi device, alcuni dei quali decisamente bizzarri come lo spazzolino da denti intelligente; mediante questi dispositivi connettiamo a Internet anche il nostro corpo e la nostra mente: ci sono applicazioni per tenere traccia di ciò che succede nel nostro cervello mentre dormiamo, applicazioni per la dieta, applicazioni che raccolgono dati sulla nostra attività fisica. Siamo schiavi dei dati, in epoca di big data. E non rinunciamo a raccogliere e rielaborare tutto ciò che riguarda il nostro benessere — dai minuti corsi, ai battiti cardiaci 24/7, alle calorie ingerite. Tutto questo salutismo estremo, secondo i due autori, ci rende un po’ dei «fascisti del corpo»:

Queste applicazioni non solo modellano i nostri comportamenti in modo tale da farci diventare persone più produttive. Promettono anche di renderci più salutari e più felici. Pavlok [un braccialetto connesso alla rete che promette di farci abbandonare le cattive abitudini] elenca tutti i grandi nemici di oggi: «Il fumo (fa venire il cancro e le rughe), il fast food (fa ingrassare), stare seduti tutto il giorno (fa ingrassare)». Sembra quasi che avere brutte abitudini equivalga ad essere delle brutte persone. Per sbarazzarci di questi peccati dovremmo autoflagellarci, o al limite relegare la pratica ad un’applicazione.

Come suggeriamo nel nostro nuovo libro The Wellness Syndrome, il wellness è diventato una sorta di imperativo morale. Per essere una persona moralmente buona devi fare esercizio fisico, mangiare correttamente e certamente non fumare. Queste nuove applicazioni fanno intravedere il lato più sinistro del comandamento del wellness. Quando accettiamo il fatto che avere uno stile di vita poco salutare equivale ad essere dei cattivi esseri umani, allora diventa accettabile punire chi è malato. Oppure, essendo persone grasse o poco salutari non dovremmo sederci ad aspettare che qualcuno ci punisca: dovremmo farlo noi stessi, fino a quando non ci saremmo disciplinarmente trasformati in persone rispettabili, che indossano gli scintillanti simboli di uno stile di vita salutare.

Potremmo esserci spostati dall’internet delle cose all’internet di noi. Nonostante ciò, sembra l’unica cosa che questa internet delle cose stia ottenendo è quella di presentare nuovi modi di trattare noi stessi non come persone, ma come oggetti.

Perché piace la musica

perché piace la musica

«Perché la musica la musica piace così tanto alle persone?». Chiunque, almeno una volta nella vita, si è posto questa domanda nel momento stesso in cui stava realizzando che la musica, per lui, aveva una valore molto importante.

Su Quora, il social network basato sulle domande poste dagli utenti e sulle risposte date non solo dagli stessi utenti ma anche da varie personalità più o meno attinenti al settore della domanda, hanno risposto a questo quesito tra gli altri il compositore di colonne sonore Hans Zimmer e il professore e musicologo Ethan Hein.

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C’è una canzone triste nel mio cuore.

Una ricerca della Freie Universitat di Berlino (pubblicata su PlosOne) ha dato conferma di qualcosa che in molti sospettavano da tempo: quando si è tristi, si ascolta musica triste. I ricercatori hanno chiesto ad un campione di 770 persone quanto spesso ascoltino musica triste, e quali sono le emozioni che questa evoca maggiormente (la risposta è stata: dolcezza, tranquillità e nostalgia). E fin qui sembrerebbe essere tutto nella norma. Quanto la ricerca mette in luce è però altro: la capacità della musica triste di influire, positivamente, sul nostro umore. Tra i risultati si legge che:

il fatto che le persone cerchino e apprezzino nella musica la tristezza può sembrare un paradosso, data l’enfasi che solitamente viene attribuita — sia dalla vulgata che dalla comunità scientifica — alla felicità come fonte di benessere personale. Lo studio ha dimostrato che per molti individui, ascoltare musica triste può realmente portare a effetti benefici sulle emozioni. Le nostre scoperte sono importanti per quattro motivi. Primo, i risultati indicano il potenziale della musica triste nel regolare l’umore negativo e le emozioni, così come nell’essere consolatoria. In particolare, gli effetti consolatori e confortanti sembrano essere gli unici della musica triste, come suggerisce il confronto tra gli usi e le funzioni dell’ascoltare la musica triste e quelli della musica allegra. Secondo, i risultati disegnano un quadro completo dei fattori situazionali di esposizione e dei tratti di personalità che contribuiscono all’apprezzamento della musica triste. In particolare, gli ascoltatori apprezzano maggiormente la musica triste quando stanno vivendo uno stato di stress emotivo, o quando possiedono una forte empatia e una scarsa stabilità emotiva. Terzo, i nostri risultati svelano meccanismo psicologici alla base dell’evocazione della tristezza per mezzo della musica, mostrando che i processi che coinvolgono la memoria sono centrali nella tristezza evocata dalla musica. Quarto, i nostri risultati contribuiscono al dibattito sul paradosso della tristezza evocata dalla musica, fornendo la prima prova empirica del fatto che questa tristezza è legata ad un’esperienza multidimensionale di gratificazione: la tristezza evocata dalla musica può essere apprezzata non solo come una ricompensa astratta (a causa del coinvolgimento dei processi di immaginazione o della mancanza di implicazioni tipiche della vita reale), ma svolge anche un ruolo nel benessere, dando conforto e regolando gli umori e le emozioni negative.

Spiegando la funzione di bilanciamento dell’umore che avrebbe la musica triste, Samantha Zabell scrive su Realsimple che

i dati suggeriscono che, in maniera prevedibile, la maggior parte delle persone trova che la musica triste sia confortante quando vive la crisi di una relazione — da qui la popolarità delle cosiddette «playlist per la separazione». Di fatto, gli intervistati hanno ammesso che la musica triste li ha aiutati a regolare un cattivo umore. Al contrario, la maggior parte delle persone ascolta musica allegra durante una festa, o come musica di sottofondo — quando stanno viaggiando o sono al lavoro. In queste circostanze, non è richiesta alcuna regolazione dell’umore — pulire la stanza o fare un viaggio non sono tipicamente i momenti in cui si ha più bisogno di un grande sostegno all’umore.

Toglietemi dalla vostra cazzo di mailing list.

fake_paper

Nel 2005 i ricercatori informatici David Mazières e Eddie Kohler, esasperati dai continui inviti a conferenze ricevuti via mail, crearono un finto paper dal titolo eloquente: Get me off your fucking mailing listLevami dalla tua cazzo di mailing list. Unico contenuto: il testo del titolo, ripetuto per 10 pagine (qui trovate il Pdf). Il paper, impaginato come se fosse una vera ricerca scientifica — titolo, abstract, grafici — ha fatto in breve tempo il giro della rete e in molti, nella comunità scientifica e non, hanno imparato a riconoscerlo come un falso, uno scherzo, una boutade.

Secondo quanto riporta il blog Scholarly Open Access, lo scienziato australiano Peter Vamplew dell’Università australiana di informatica, infastidito dal continuare a ricevere inviti ad inviare le sue pubblicazioni da parte dell’International journal of advanced Computer Technology, si è ricordato di questo vecchio pdf, l’ha tirato fuori da qualche angolo del suo computer e l’ha inviato per tutta risposta. E qui viene il bello: l’International journal of advanced Computer Technology ha preso l’articolo, ha dichiarato di averlo revisionato, l’ha considerato eccellente e l’ha accettato. Fortunatamente non pubblicato: per questo, infatti, il dr. Vamplew avrebbe dovuto pagare una fee di 150 dollari — questo il prezzo chiesto dalla pubblicazione agli autori.

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