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La scomparsa delle recensioni negative ai dischi

Metacritic è un aggregatore di recensioni che, per ciascun disco, o film, o serie tv o videogioco, calcola il punteggio medio tra quelli assegnati dalle testate monitorate (e sono presenti le principali testate di riferimento per ciascun settore) e assegna un semaforo: verde quando le recensioni sono mediamente favorevoli, gialle quando sono nella media (su una scala da 0 a 100 Metacritic considera mediocre anche un punteggio medio di 40) e rosse quando le recensioni sono sfavorevoli.

La «scala» di giudizi di Metacritic

Un lungo articolo di Neil Shah sul Wall Street Journal si chiede che fine hanno fatto le recensioni negative ai dischi. Su 7.287 dischi le cui recensioni sono state aggregate da Metacritic tra il 2012 e il 2016, il WSJ ha calcolato che soltanto 6 album hanno ottenuto un semaforo rosso; mentre nel 2017, fino ad oggi, nessuno dei 787 dischi che compaiono su Metacritic ha avuto delle recensioni mediamente negative (per fare un paragone, l’articolo spiega che nello stesso intervallo di tempo 39 film su 380 hanno raggiunto recensioni mediamente negative).

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Post-it per Peter Gabriel

E’ uscito un nuovo singolo di Sting e a novembre uscirà addirittura un album intero. La canzoncina è adorabile, non c’è che dire. Si diverte come un ragazzino e si sente che a Hell’s Kitchen, NYC, se la passa non male. Mai piaciuto Sting, più per via di una certa epica che lo circonda che per altro. Però appunto qui il brano, come post-it nella speranza che Peter Gabriel – con il quale l’ex Police è andato in tour si recente – tiri fuori anche lui una sciocchezza come questa “I can’t stop thinking about you”, che sarebbe comunque meglio di una qualunque delle cose che ha fatto negli ultimi 15 anni.

Il simpatico gioco delle bolle.

apple music bubbles

Come qualche altro milione di persone l’altro giorno ho effettuato l’update del sistema operativo dell’iPhone e mi sono ritrovato installato la nuova applicazione Musica, quella che permette di accedere ad Apple Music. Ero scarsamente interessato al suo utilizzo, ma al contrario molto interessato — per vari motivi — all’aspetto industriale della cosa. Le prime impressioni dopo la sua presentazione mi avevano lasciato perplesso. Non ho poi scritto più nulla del leak del contratto dove si diceva che Apple non avrebbe pagato i detentori dei diritti durante i primi 3 mesi di prova, né delle successive proteste degli artisti, né della discesa in campo della compagna Taylor Swift né, infine, del passo indietro di Apple («Ok Taylor, ci hai convinti, paghiamo anche per il periodo di prova»).

Ho resistito un giorno poi ieri sera ho avviato il periodo di prova, cioè ho sottoscritto il rinnovo automatico al prezzo di 9,99 euro una volta passati i primi novanta giorni. E mi sono trovato catapultato in un mondo che, al primo impatto, non riesco a sentire mio e non solo per una certa complessità di fondo che qualcuno ha già evidenziato. Lasciando perdere sterili discorsi generazionali, non sono (più) abituato a condividere così tanto di quelli che sono i miei ascolti abituali. Capita che ne scriva su Facebook, pubblichi qualcosa da queste parti o twitti una segnalazione; ma riguarda una percentuale minima dei miei ascolti. L’aspetto social della musica, la smania di condivisione che pure mi prende per altre cose, non lo capisco. Chi seguo su Spotify — per la stessa logica pigra che non mi porta ad approfondire il mondo social non della musica (quello sì) ma della pura condivisione degli ascolti musicali — è quasi sempre mio amico nella vita reale: cosa mi può interessare di sapere cosa ascolta in questo periodo, se già lo so/me lo ha detto la sera prima?

È un limite mio, convengo. E non la farei troppo drastica: prima o poi mi ci abituerò. Il fatto che Apple Music prima ancora di farmi ascoltare un secondo di musica mi abbia fatto un terzo grado seppur mascherato da simpatico giochino delle bolle, nel quale mi chiedeva quale fosse il mio genere musicale preferito o, quali in un elenco i miei artisti preferiti — un tap se ti piaciucchia, due tap se adori, tieni tappato se odi — mi ha indisposto. E se avessi sbagliato a rispondere e non sarei potuto più tornare indietro? L’idea che dall’altra parte qualcuno, un algoritmo o chi per esso, pensi davvero che Lionel Richie sia uno dei miei artisti preferiti non solo mi infastidisce perché evidentemente non corrisponde al vero (con tutto il rispetto), ma trovo la stessa domanda vincolante alquanto irrispettosa dell’utente che voleva solo ascoltarsi in santa pace il disco di Taylor Swift.

Detto questo, potrebbe rimanere valido l’adagio secondo cui l’ultima volta che la Apple ha introdotto delle novità riguardanti la musica ha rivoluzionato non solo il mercato musicale, ma anche se stessa. Il fatto è che di novità sostanziali, in Apple Music, non ce ne sono. C’è il solito hype esagerato che ha intasato social network, siti web e mezzi di comunicazione in generale. Si sono affrontati discorsi che riguardano anche il futuro dell’industria musicale, e per la prima volta un’artista con un potere di negoziazione enorme si è fatta in qualche modo carico (con molti suoi interessi, ovvio) di una categoria di artisti che non hanno potere di contrattazione — e l’ha spuntata, a quanto pare. Il lancio ha generato l’ingresso di gruppi da sempre contrari alla musica digitale come gli Ac/Dc nel mondo dello streaming — di contro pare invece che Prince se ne andrà: quando qualcuno ha iniziato a dire che su Apple Music non c’era nemmeno un suo disco mentre su Spotify si trovava l’intera discografia il cane che stava dormendo si è svegliato e ha deciso di togliere tutto da tutti, per non sbagliare e/o non fare un torto a nessuno (scrive Fact che potrebbe rimanere su Tidal).
C’è della concorrenza positiva, insomma. Spotify ha 20 milioni di abbonati paganti, che è al momento ancora un buon vantaggio, e un’interfaccia/usabilità che mi sembrano migliori (e sono in buona compagnia a pensarlo). Vediamo cosa succederà.

Una critica rock, al femminile.

Proprio quando Jessica Hopper di Pirchfork pubblica un libro dal titolo programmatico (The first collection of criticism by a living female rock critic), Anwen Crawford denuncia sul New Yorker il disperato bisogno di una critica rock al femminile. La colpa principale di questa mancanza sarebbe secondo lei della stessa stampa musicale, che fin dagli inizi si è formata principalmente sul contributo di critici maschili:

Nel tentativo di dimostrare che la fiorente scena rock degli anni Sessanta fosse un soggetto degno di analisi critica, il rock aveva bisogno di essere considerato sia serio che autentico. Una delle conseguenze di tutte queste discussioni — i Rolling Stones vs Muddy Waters, la Motown vs la Stax, Bob Dylan vs il resto del mondo — fu che le donne uscirono da perdenti, come qualcosa di frivolo e fasullo.

Nonostante ciò, Crawford ammette che le cose vanno un po’ meglio nel mondo accademico, quello dei cosiddetti «Popular music studies»:

Il mondo accademico, piuttosto lontano dal macismo tipico delle redazioni, si è dimostrato più accomodante nei confronti delle donne che scrivono di popular music. In questa sfera i saggi e i libri di autrici come Tricia Rose, Daphne Brooks, Aisha Durham, Alice Echols, Gayle Wald e Angela McRobbie contribuiscono ad un’analisi ricca e costante sul femminismo. Gli scritti di queste donne però appaiono a intermittenza nella grande stampa, sebbene quarant’anni di teoria critica femminista sulla popular music siano lentamente arrivati nella prospettiva dei critici più giovani.

Oltre la grande stampa mainstream, c’è il mondo delle biografie, dove secondo Crawford la fiction, anziché l’analisi critica, ha permesso alle donne di «riflettere sulle pressione e le contraddizioni dei loro ruoli». Gli esempi sono molti: dal recente Girl in a band di Kim Gordon, alla biografia di Viv Albertine delle Slits Clothes, clothes, clothers. Music, music, music. Boys, boys, boys a classici come Dreamgirl: my life as a Supreme di Mary Wilson (The Supremes) e I, Tina di Tina Turner:

Forse gli ambiti della fiction e del ricordo, più di quelli della critica, lasciano spazio alle scrittrici per analizzare tutto ciò che è sia meraviglioso che esasperante nella musica popular: lo spettacolo, gli imbrogli e le bellissime bugie che ci racconta.

Alla fine emerge che non è tanto il mondo del rock, col suo cliché che lo vorrebbe contornato da macismo e misoginia, ad essere il più colpevole per questo status quo denunciato da Crawford. Che, citando un famoso saggio del 1971 di Ellen Willis (una delle prime critiche di musica per il New Yorker), prova a mettere in luce un punto di vista differente:

[Willis] sosteneva che la «cruda esibizione di virilità» di Mick Jagger fosse meno sessista rispetto alla posa «condiscendente» di un bohemienne come Cat Stevens; questo poiché il rock — ha scritto — «si intrometteva nel solco delle energie delle ragazze adolescenti contro le loro frustrazioni consce ed inconsce, portando implicitamente avanti la battaglia per la liberazione femminile». Pur non essendo del tutto d’accordo con la difesa dei Rolling Stones fatta da Ellen Willis, riconosco il difficile compromesso che lei descrive, tra la libertà che per una donna può sembrare il rock e il soggiogamento che può celebrare. Ma è proprio all’interno di questi due confini che una critica femminile può funzionare, nella speranza di tracciare un solco.

Scrivere le biografie.

Ammesso e non concesso che un giorno sui quotidiani italiani ci sarà un articolo dedicato a Jim O’Rourke, lascio ai posteri un buon modello di biografia presa da un articolo del Guardian — valevole per chiunque, non solo per O’Rourke. Mi serve per sottolineare come si scrivono le biografie brevi negli articoli di giornale, soprattutto avendo in mente che il lettore potrebbe non sapere nulla di chi si sta parlando:

As musical polymaths go, Jim O’Rourke makes Damon Albarn look slack. Straddling the indie and experimental scenes like a cardigan-clad colossus, O’Rourke has played guitar with Sonic Youth, collaborated with avant garde titans Derek Bailey and Merzbow, produced a Grammy award-winning Wilco album, improvised a film score for Werner Herzog, had his own short films shown at the Whitney Biennial and, as music consultant for School Of Rock, taught a bunch of child actors how to shred like AC/DC.

Since leaving Chicago post-rockers Gastr Del Sol in 1998, he’s explored American primitivist guitar (Bad Timing), glitchy electronica (I’m Happy And I’m Singing And A 1,2,3,4) and playfully zonked improv (as one-third of Fenn O’Berg), each new project seemingly intended to confound fans of the previous one. He even found time to join Sonic Youth for four years, while resisting an easy payday by turning down the opportunity to produce A-ha and the Rolling Stones.

Pensare a se stessi, soprattutto.

OliverSacksBigOliver Sachs, uno dei più affermati scienziati nel campo della neurologia e autore di libri bellissimi come L’uomo che scambio sua moglie per un cappello e Musicofilia, ha rivelato di avere un cancro terminale al fegato. E in un intervento sul New York Times affronta la cosa dal punto di vista di chi conosce il suo destino ma, nonostante tutto, non molla. Sa di non avere più tempo da dedicare «alle cose inessenziali» e che deve invece concentrarsi «su se stesso, sul suo lavoro e sui suoi amici». Insomma, niente perdite di tempo la notte a guardare NewsHour, né troppa attenzione «per la politica o per questioni come il global warming: non per indifferenza, ma per distacco». Soprattutto, nel suo intervento fa una considerazione sui suoi sentimenti:

Non posso pretendere di vivere senza paura. Ma il mio sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; mi è stato dato molto e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Mi sono confrontato con il mondo, un confronto speciale di quelli che capitano ai lettori e agli scrittori. Sopra tutto, sono stato un essere dotato di pensiero, un animale pensante, su questo splendido pianeta, e questo in sé è stato un enorme privilegio e una grande avventura.

E — come già detto — tantissimi auguri.

Forse è già mattino e non lo so.

diana est

(Al lettore: mi trascino questo scritto da anni. È stato pubblicato una prima volta su una vecchissima versione di questo blog (nel 2006) e poi su un sito che dirigevo (2013). Lo ripropongo ancora, perché oggi sistemando i miei dischi dopo un trasloco sono saltati fuori i tre 45 giri in questione.)

Il contatore del mio iTunes è spietato. Cercando «Diana Est» — l’artista della quale oggi vorrei scrivere — segnala impietosamente questo tempo: 22,2 minuti.

Il fatto è che la carriera discografica di Diana Est, se si escludono i remix, dura esattamente tanto (cioè poco). Circa venti minuti compressi nello spazio di tre 45 giri. Tre singoli ufficiali ai quali vanno aggiunte le relative b-side. Ma vale la pena raccontarli. Perché Diana Est non è stata solo una delle tante icone e/o meteore che hanno affollato il pop italiano negli anni ’80. Non era la cantante di un Gruppo Italiano qualsiasi. Non si è dovuta reinventare una carriera di disco-singer e fashionist per prolungare il riverbero della sua onda. Con soli tre singoli ha lasciato una scia ancora ben visibile nel mare magnum di quella che  viene pigramente ricordata come Italo Disco.
Tre 45 giri e poi è sparita, trincerata dietro un mistero che ancora oggi — a distanza di 29 anni da Diamanti, l’ultimo dei tre singoli — migliaia di fan sparsi per l’Italia cercano di penetrare alla ricerca di una notizia, di uno scoop, di un pezzo raro. Inutile dire che è praticamente impossibile trovare anche una sola di queste cose; così come di dubbia verità — ma di sicuro dubbio gusto — sono quei rari «io la conosco» e «io so» che spuntano ogni tanto in rete. L’ultima volta che ha voluto far avere una sua notizia, una sua dichiarazione, è stato il 24 gennaio 2004. Intervistata da Radio Popolare, ripercorse la sua carriera ma rifiutandosi — e, pare, «categoricamente» — anche solo di canticchiare il refrain di uno dei suoi vecchi pezzi (inutile scrivere all’emittente milanese: sembra che tutto l’archivio antecedente il 2005 sia irrecuperabile). D’altronde sono rimasti lettera morta anche gli inviti ai vari Meteore, Cocktail d’Amore e trasmissioni di recupero assortito degli anni ‘80.

Dicono che oggi Diana Est restauri mobili. Dicono. La si vorrebbe residente a Milano, ma una delle portinerie di cui è piena l’Internet alimenta confusione anche in questo senso — e non si capisce se la si debba prendere, questa confusione, come una faccenda seria o lasciarla lì, tra il detto e non detto, tra lo verità e la burla.Trascrivo dal forum del sito Gay.it: «I milanesi la vogliono nei dintorni di Milano; quelli friulani, rientrata nella terra d’origine; i bresciani nella Franciacorta; altri ancora in Svizzera, Sardegna, trasferita all’estero». Tutti la vogliono, Diana Est. Che oggi è semplicemente la signora Cristina Barbieri, così come sta scritto sulla sua carta d’identità.

Nipote di quel Mario Lavezzi che tanto ha dato alla musica italiana, Diana Est è apparsa per la prima volta in televisione all’età di 17 anni. Era la corista di Ivan Cattaneo nella trasmissione Rai Mister Fantasy. Da lì l’ascesa: incontra il produttore Nicola Ticozzi e con Tenax (Dischi Ricordi, 1982, autori Enrico Ruggeri e Stefano Previsti) è subito trionfo. Pulsante (italo) Disco con basso live e una spruzzata di post-moderno («Un modo di vivere e di pensare. In breve, il compito dei postmoderni è quello di recuperare il passato» dirà la Est in un’intervista dell’epoca). Il testo ha lasciato un paio di frasi brillanti e, a loro modo, decadenti (“Val la pena vivere solo dalle 11” e “Forse è già mattino e non lo so”, quest’ultima impressa anche sui muri che conducono all’interno del Cocoricò di Riccione). Il ritornello che cita Seneca (“Sed modo senectus morbus est / carmen vitae immoderatae hic est / Tenax / Tena-Tenax”) non si sa se ascriverlo agli studi classici della Barbieri o se a quelli del paroliere Ruggeri. Sul lato B l’ancora più pura e disincantata Notte senza pietà, che ogni tanto fa capolino ancora oggi nelle serate goth o in quelle dedicate al titillare la nostalgia Eighties.

Il successo di Tenax viene bissato l’anno successivo con il singolo Le Louvre / Marmo di città (Dischi Ricordi, 1984), sempre firmato dal duo Previsti-Ruggeri. Questa volta la Est canta che «per molti secoli / quei nobili / sono rimasti nascosti sempre immobili / con una voglia intensa / di entrare nei bistrot» in omaggio al museo parigino. Altro successo, altri Festivalbar (1983, vinse Vasco Rossi ma insieme alla Est c’erano Scialpi e Gaznevada in piena transizione dal punk a I.C. Love Affair), altri concorsi, altri premi. E la leggenda che cresce a dismisura. L’aspettano al varco dell’LP, ma qualcosa inizia a non funzionare. Si rompe il sodalizio con Enrico Ruggeri (voci che arrivano sempre dalla rete dicono che tuttora fra i due non corra buon sangue) e il singolo Diamanti / Pekino (Dischi Ricordi, 1984) presenta un netto cambio di rotta. Iniziando dagli autori (Avocadro – Ameli per Diamanti ai quali si aggiunge anche Fasolino per Pekino) per arrivare alla musica. Partita da una ballabile disco con mood dark, ora Diana Est sembra aver preso come modello vocale Antonella Ruggero e Diamanti suona esattamente come avrebbero suonato i Matia Bazar di Tango se solo fossero stati più innocenti.

Dopodiché la storia s’interrompe bruscamente, senza preavviso. I motivi del ritiro con ogni probabilità li conosce solamente lei, la signora Barbieri. Il suo produttore di allora, Nicola Ticozzi, ha affermato che Diana Est «aveva perso interesse. Aveva la testa altrove».Mentre Tony Carrasco (autore dei remix di Le Louvre e Tenax, oltre che di almeno un milione di altri brani) conferma la tesi che la vorrebbe restauratrice di mobili: «Stefano Previsti è morto. La ragazza è ancora viva oggi, però non fa più queste cose qua. È mamma. So che fa queste cose qua (la restauratrice di mobili, appunto, ndr), mi sembra che vive tranquillamente, una vita abbastanza tranquilla». Nemmeno Carrasco conosce i motivi dell’improvvisa fuga dal mondo della musica: «Cristina e Nicola sono partiti con i primi due singoli, poi lei non aveva più voglia e infatti ha fatto un po’ impazzire Nicola che voleva fare un album. Dal terzo singolo lei era già da un’altra parte». Già: un’altra parte. Pare che quella volta, a Radio Popolare, non spese parole rispettose nei confronti del music business dell’epoca.

Diana Est è stata una breve ed intensa cometa. Col suo look che rappresentava un perfetto ponte tra il passato e il futuro, il suo carré asimmetrico in testa, la sua eleganza e la sua maestria nei movimenti. La cosa più tangibile che ci è rimasta, oltre alla musica, è un articolo che il giornalista, scrittore e autore televisivo Matteo B. Bianchi le ha dedicato su Max nell’agosto del 2002. Il contenuto è verosimile, ma ci piace pensare che tenda più alla realtà che alla fantasia.

Scopro dopo anni, rimettendo mano al pezzo, che c’è una novità: sono spuntati su Youtube alcuni video di esibizioni recentissime di Diana Est. Segno che la nostra, ogni tanto, esce dal buio e regala ancora un po’ di luce.

Equo compenso: una proposta.

Cosa penso dell’equo compenso credo sia ormai chiaro a chi segue questo blog. Posso ritenerlo giusto in linea di principio. Ma se non è possibile ripartire l’incasso tra chi ne ha effettivamente diritto, far convergere tutto nel calderone di una ripartizione secondaria (leggi: non analitica) lo rende un odioso balzello e nulla più.

Il recente ritocco alle tariffe operato dal ministro Franeschini, che vede alzarsi l’importo su tablet e smartphone e contemporaneamente abbassarsi sui supporti obsoleti (come le videocassette), dà l’ennesima dimostrazione del fatto che l’equo compenso è visto solo come un modo per fare cassa sui prodotti più venduti. A poco servono le rassicurazioni che a pagare saranno i produttori e non i consumatori: è del tutto evidente che questa è una barzelletta e poco più.

Se però vogliamo dare un senso all’equo compenso, e vogliamo farlo pagare in modo trasparente ai consumatori che ora lo pagano più o meno inconsapevolmente*, sarebbe opportuno trasferire la quota dagli apparecchi in grado di generare copie private agli originali stessi. Se, ad esempio, acquistassi una chiavetta USB, non è detto che mi servirà per salvarci sopra la copia privata di un disco regolarmente acquistato. Se, invece, comprassi l’ultimo album di Mina, e venissi informato della possibilità che la legge mi dà di farmi una copia privata, potrei farlo tranquillamente e con due notevoli vantaggi. Il primo, i soldi dell’equo compenso finirebbero nelle tasche di Mina, e non di qualcun altro in base a criteri astrusi; il secondo, non verrebbero tassate indiscriminatamente tutte quelle tecnologie che permettono anche — ma in funzione del tutto accessoria e non primaria — di effettuare copie private. D’altronde è persino corretto che l’equo compenso lo paghi chi ha diritto alla copia privata, non chi produce tecnologie in grado di effettuare quella copia.

Dice: ma chi acquista l’originale pur non avendo alcuna intenzione di beneficiare del suo diritto di copia privata? Non si può fare molto in quest’ultimo caso. Ma equo per equo, la parte finanziata e non ‘sfruttata’ finirebbe comunque all’artista per coprire parzialmente i danni subiti dalla pirateria.

Non dico che sarebbe il migliore dei mondi possibili. Dico solo che sarebbe meglio di quello attuale — anche se il presidente di SCF Enzo Mazza twitta che le leggi si cambiano in parlamento, non sui blog.

* In rete in questi giorni si è letto di tutto. A scanso equivoci: la copia privata è un diritto del consumatore e prevede che, una volta acquistato l’originale e previo il pagamento dell’appunto equo compenso, questi possa effettuare una copia dell’esemplare per uso privato. Questo diritto, previsto dalla legge sul diritto d’autore (n.633 del 1941) e regolato da una direttiva europea (2001/29/CE), non è ovviamente cedibile. L’equo compenso non è una copertura economica dei buchi lasciati dalla pirateria, né un condono per aver praticato la stessa.

 

Il #concertodelprimomaggio

Oggi che è il primo maggio io che mi occupo di musica penso ad una cosa sola: il concertodelprimomaggio. Il concertodelprimomaggio è organizzato dai sindacati. Mica da tutti. Dalla cosiddetta «triplice»: Cgil, Cisl e Uil. Io non so perché i sindacati continuino ad organizzare il concertodelprimomaggio, e non so nemmeno perché abbiano mai iniziato ad organizzarlo. Sono proprio ignorante in materia, di quegli ignoranti irrecuperabili: non ho neanche la voglia di andare a cercare su Wikipedia da quando esiste il concertodelprimomaggio, il motivo per cui è stato inventato, da quanto tempo va in onda su Raitre (ma mi sembra di ricordare che il prime-time un tempo andasse in onda su Raidue; rimane il fatto che nessuno è mai riuscito, nemmeno i sindacati, ad intaccare la democristianissima Raiuno). A dirla tutta, dei motivi nobili per cui i sindacati organizzino, ancora oggi nel 2014, il concertodelprimomaggio non me ne frega nulla.

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Il mio contribuito alle sorti dell’indie italiano: qualche riflessione intorno a Tabula Rasa Elettrificata dei Csi (usata come scusa per altro).

csi

M’importa ‘Nasega, ‘nasega sai, ma fatta bene che non si sa mai.

Proprio in questi giorni in cui stiamo assistendo all’ennesimo dibattito sul cantautorato italiano — pare si siano svegliati tutti dopo che il direttore di un fu bel giornale di musica italiano ha invitato a (metaforicamente, si spera) prendere a calci nel culo una fu buona promessa del cantautorato italiano, al cui sdoganamento ai tempi del debutto aveva contribuito proprio il fu bel giornale — proprio in questi giorni di dibattito stantio, si diceva, dove pipponi (che non vi linko, tanto sapete tutti dove si trovino) ad opera di scribacchini-musicisti sperimentali fanno la tiritera tirando in ballo tutto e tutti (da Piero Ciampi a Brunori Sas, passando pure per i soliti nomi per carità), io mi sono (ri)ascoltato Tabula rasa elettrificata dei Csi. Continua a leggere