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Je suis accente circonflexe

L’Académie Française è l’ente che decide le cose riguardanti la lingua francese. Nel 1990 – ventisei anni fa – stabilì una specie di riforma degli accenti circonflessi, cioè quei simbolini (ˆ) che si trovano sopra le vocali e che talvolta — ma come spiega bene Wikipedia in passato e in alcune zone d’Italia molto più spesso di oggi — troviamo anche nella lingua italiana. È il caso, ad esempio, di quei rari giornali o di quelle case editrici che tra le norme di redazione si sono date la pena di distinguere il plurale di «principio» da quello di «principe», indicandolo come «principî».

Oggi, a distanza di ventisei anni, la riforma sta per essere attuata: l’accento circonflesso sparirà da una serie di vocaboli, in un tentativo di svecchiamento e semplificazione. Ma in Francia non la stanno prendendo affatto bene.

Godere e rosicare.

schadenfreude

«Schadenfreude» è un termine tedesco che indica una particolare forma di piacere provata quando si gode delle disgrazie altrui. È un termine cross-linguistico: viene cioè usato in molte lingue senza essere tradotto e sembra essere l’unico in grado di rendere bene l’idea del sentimento che vuole indicare.

Come racconta il giornalista Ben Cohen in un articolo sul Wall Street Journal, schadenfreude è una antica parola tedesca il cui impiego, almeno nella lingua inglese, si può far risalire alla metà del 1800. Ha avuto un momento di gloria subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere caduto in disuso, almeno stando a quanto riportano le ricerche di Google consultate da Cohen.

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Le lettere si firmavano, altroché.

slack

C’è stato un periodo in cui m’infastidivano persino le e-mail delle persone più vicine — un genitore, un amico, persino la mia ragazza. Non che m’infastidissero le e-mail in sé, quanto piuttosto la sciatteria con cui erano scritte. Siccome chi le inviava pensava rientrasserro nell’ambito di una comunicazione informale e confidenziale, si aspettava che accettassi tutte le licenze più o meno poetiche. Nessun «ciao» in apertura, e nemmeno un «ciao»-a capo: aprivi la mail e letto l’oggetto — quando si degnava di mettere l’oggetto — eri catapultato direttamente al cuore del messaggio. Una formula di cortesia in chiusura di e-mail? Quasi mai pervenuta.

Tutto ciò mi infastidisce ancora, se ci penso bene. Solo che ho trovato cose che mi infastidiscono ancora di più in grado di farmi dimenticare questo fastidio. A fastidio, fastidio e mezzo. E (forse) ho risolto la cosa.

Capisco che sia un problema solo mio. E che sia un problema doppio: oltre a pretendere un certo grado di formalità anche nelle e-mail personali e confidenziali, mi applico ad offrire lo stesso a chiunque stia scrivendo, adeguando di volta in volta il tono a seconda della formalità richiesta, ma mai rinunciando ad un saluto in apertura e ad un ringraziamento in chiusura. Lo stesso capita anche con le mail di lavoro. Anche lì però col tempo mi sono abituato: offro cortesia a chiunque, ma dagli italiani non me l’aspetto più. Non ne faccio una questione antropologica o esterofila. Non sono qui per dire che noi italiani siamo pecoroni e maleducati mentre all’estero sono tutti dei gentiluomini. Non troverete mai nessuna facileria da queste parti. Perché non è vera né l’una né l’altra cosa. E se c’è un’alta probabilità che una e-mail ricevuta da un italiano non abbia un’apertura e una chiusura degne di questo nome, non è altrettanto probabile che quelle spedite da un inglese, da un americano, da un francese, da un finlandese o da un tedesco siano sempre educate e con tutte le formule al loro posto.

Ma questo problema dell’educazione nello scrivere le e-mail rimane, soprattutto in quelli che lo vivono male come me. Mi è sempre stato detto, ad esempio, che gli inglesi sono tendenzialmente permalosi e che quindi è buona norma mettere un ringraziamento in chiusura. Un «Thank you.» o anche un più semplice «Many thanks.» (o, talvolta, solo «Thanks.») possono bastare. Se proprio si vuole essere formali, «Best regards.» o «Kind regards.» vanno benissimo. Al contrario, se siamo in un ambito informale, basta chiudere con un «Cheers.», che è formula che va bene un po’ per tutto. Con gli americani valgono le stesse regole: hanno un buon grado di educazione che però spesso fa loro dimenticare di salutare in apertura — ma mai di non salutare o ringraziare in chiusura. Anche con i tedeschi, i finlandesi, i francesi o chiunque altro il discorso non cambia: le e-mail che ci scambiamo sono in inglese, e le formule di chiusura e saluto sono le stesse — evito però il «Cheers.», che uso solo ed esclusivamente con gli inglesi.

Ogni tanto — e qui prende senso tutto il cappello iniziale — mi capita di chiudere una e-mail solo con «Best.». Una formula che mi è sempre sembrata un saluto a metà, mai portato a compimento. Però alla milionesima e-mail ricevuta che si chiudeva con «Best.» mi sono in qualche modo adeguato e ogni tanto cado in questa brutta tentazione. Del dilagare del «Best.» si è occupata anche Rebecca Greenfield, ed è arrivata ad una conclusione piuttosto tranciante. Scrive su Bloomberg che utilizziamo le e-mail nel modo sbagliato e, soprattutto, le concludiamo male: con tutte queste formule di apertura e di chiusura è come se ad ogni e-mail ricevuta volessimo porre un punto definitivo, quando invece le dinamiche della comunicazione hanno trasformato i messaggi di posta elettronica in elementi di un discorso continuo, come fossero pezzi di una chat su Whatsapp o messaggi su un canale di Slack. E tra tutte le formule per concludere una e-mail, la più insulsta è proprio «Best.». E conviene non metterla del tutto:

Don’t sign off at all. With the rise of Slack and other office chatting software, e-mail has begun functioning more like instant messaging anyway. In conversations with people we know, complimentary closings have started to disappear. Tacking a «best» onto the end of an e-mail can read as archaic, like a mom-style voice mail. Signoffs interrupt the flow of a conversation, anyway, and that’s what e-mail is. “When you put the closing, it feels disingenuous or self-conscious each time,” Danzico argues. “It’s not reflective of the normal way we have conversation.” She ends all her e-mails, including professional ones, with the period on the last sentence—no signoff, no name, just a blank white screen. #

Una soluzione del genere, a questo punto, sarebbe l’ideale anche per me. Se solo non avessi quell’idiosincrasia che mi porta a giudicare — male, lo ammetto — una persona che non apre e non chiude le e-mail così come andrebbero aperte e chiuse.

Un enorme telefono senza fili.

Leggendo sull’Atlantic un articolo di Joe Pinsker sugli scenari futuri cui i sistemi di traduzione simultanea ci condurranno, ho trovato questo passaggio che rinforza le mie convinzioni. E cioè che, ancora per molto tempo, servizi pure innovativi come quello della traduzione simultanea appena resa disponibile anche in Italia da Skype, saranno sostanzialmente inutili:

A mio padre piace raccontare una storia che riguarda un suo amico scienziato. Il quale una volta esordì ad una conferenza che stava tenendo in Giappone raccontando una barzelletta che durava un paio di minuti. Dopo averla raccontata in inglese, aspettò che fosse fatta la traduzione per il pubblico. La traduttrice però parlò per pochi secondi, dopodiché il pubblico esplose in una risata.
Una volta finita la conferenza, lo scienziato chiese alla traduttrice come aveva potuto riassumere l’umorismo della sua barzelletta in una forma così concisa. Lei alzò le spalle e disse: «Ho spiegato che il nostro ospite americano aveva appena raccontato una barzelletta molto divertente, e che quindi tutti avrebbero dovuto ridere».
La storiella su questo scienziato dimostra la qualità soggettiva e tutta umana della traduzione. Muoversi tra diverse lingue di rado vuol dire tradurre letteralmente il significato; richiede il costante riposizionamento di input imprevisti, infinite decisioni soggettive e qualche consapevolezza sociale. In altre parole, tradurre è qualcosa per cui sono portati gli umani, non le macchine.

Il motivo di questo mio scetticismo è presto detto. Non vorrei che la già pigra umanità facesse troppo affidamento su questo tipo di servizi, e li collocasse nel suo ordine di priorità molto al di sopra del cercare di imparare una lingua straniera che possa rivelarsi utile nel lavoro o nelle relazioni sociali. Il risultato sarebbe imbarazzante: milioni di persone che credono di comunicare con milioni di altre persone facendo affidamento su un servizio terzo nei confronti del quale non possono avere l’onere della prova circa il fatto che si stia comportando correttamente. Un enorme telefono senza fili, dove alla peggio nessuno capirà nulla di ciò che sta dicendo il suo interlocutore e, alla meglio, tutti annuiranno alle affermazioni altrui fingendo di averle capite — un po’ come la traduttrice che chiede al pubblico di ridere per una barzelletta appena raccontata in un’altra lingua.

Riscrivere gli incipit

nori_formaggio

Paolo Nori è, secondo me, uno dei migliori scrittori italiani della sua generazione, ed un gran esperto di letteratura russa (ma questo gli viene riconosciuto unanimemente, non è solo «secondo me»). Qualche anno fa, Marianna Rizzini del Foglio gli dedicò un lungo ritratto, per chi volesse inquadrare meglio il personaggio. I suoi libri, i suoi racconti e le sue storielle non sono solo belli e interessanti per ciò che contengono, ma anche per come lo contengono. La sua lingua scritta è molto parlata: suona bene, ed è piena di anacoluti e altre cose del genere che se le scrivessi io — se le scrivessimo noi — sarebbe ridicolo. Eppure, sembra ridicolo anche a qualcuno che fa il suo stesso mestiere. Lo stesso Nori lo racconta oggi su Libero: a Pasqua un suo conoscente lo chiama al telefono, gli spiega di aver parlato di lui con uno «scrittore romano» e che questi gli ha riferito che Paolo Nori sarebbe meglio che «i libri li scrivesse in italiano». A Nori, allora,

è venuto in mente di una volta che ho sentito il mio amico Daniele Benati che, in una relazione dove parlava di lingua scritta e lingua parlata, citava la prima frase di un romanzo che ho scritto, che si intitola La banda del formaggio, frase che è pronunciata dal protagonista del libro, che si chiama Ermanno Baistrocchi, e che dice: «Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate?». In quella relazione, Daniele aveva poi trasformato quella prima frase della Banda del formaggio in una frase grammaticalmente corretta che era, se ho trascritto bene: «Ma ai giornalisti, non capita mai che sorga il dubbio che i loro articoli siano assurdità?».
Ecco. Questa seconda frase, cioè la variante in italiano corretto della prima frase della Banda del formaggio, è una frase che io non scriverei mai, e che mi sembra non solo poco interessante, repellente, proprio, e che mi rimanda a un personaggio non solo poco interessante, repellente, proprio, mentre molto interessante e attraente mi sembra la voce che pronuncia la prima frase, quella scorretta, cioè la voce di Ermanno Baistrocchi, praticamente.

Oriundismi

oriundi

Stefano Bartezzaghi, che si occupa delle cose della lingua italiana come nessun altro, approfitta [La Repubblica, 24.03.2015] della polemica innescata da Roberto Mancini sugli ‘oriundi’ in Nazionale per fare un po’ di chiarezza sul termine, partendo dalla sua esperienza di collezionista di figurine dei calciatori nei tardi anni Sessanta:

[Il termine] «oriundo» non era affatto un nonsense. I calciatori «oriundi» appartenevano a una categoria che andava all’esaurimento: non ne venivano tesserati di nuovi, le frontiere si erano serrate da un pezzo; ma alcuni delle ultime ondate erano ancora in attività (Sivori! Sormani! Pesaola! l’intramontabile Altafini!) e il loro status veniva segnalato dalle sobrie didascalie dell’editore Panini: «oriundo». Nessuno spiegava ai piccoli collezionisti di allora che l’aggettivo derivava dal gerundivo del latino oriri, nascere, avere origine. Significava qualcosa come «indigeno», insomma, ma senza connotazioni sgradevoli («indigeni» era allora un sinonimo di «primitivi», con il tremendo girotondo di specificazioni: baluba, zulu, bagonghi…). Gli oriundi italiani erano in definitiva calciatori nati qui o là, Argentina o Belgio, figli o nipoti di immigrati. Dirigenti sportivi scartabellavano archivi parrocchiali. Anche solo una nonna italiana, se reperita e in qualche modo documentata, poteva consentire a un calciatore sostanzialmente straniero di venire schierato come italiano, anche in Nazionale. Andrebbe quindi detto sempre «oriundo italiano», intendendo «originario (anche lontanamente) dell’Italia»; ma nell’uso rimaneva quella strana parola scempia: «oriundo», come dire «originario» ma senza origine. Un po’ come quando il lattaio chiede quale latte si desidera e gli si risponde «il parzialmente». Aggiungere «scremato» parrebbe da puristi pedanteschi.

Compleanni.

Oggi è l’anniversario dell’espressione «OK», che apparve la prima volta 176 anni fa sul quotidiano Boston Morning Post. Era il 23 marzo del 1839 e, come scrive Allan Metcalf sul blog Lingua Franca, fu quasi uno scherzo: era l’abbreviazione volutamente sbagliata di «all correct».

L’OK è forse una delle espressioni più conosciute in tutto il mondo, a prescindere dalla lingua. Fa notare Metcalf che si potrebbe teoricamente organizzare un picnic mettendosi d’accordo sul da farsi e adoperando solo l’OK come parola — «una specie di Esperanto, solo più facile», scrive ad un certo punto.

Ma l’OK, pur nel suo essere estremamente conciso e riconosciuto da chiunque, ha varie sfaccettature:

I have claimed that this OK is the two-letter essence of an American philosophy of pragmatism, of being concerned above all with getting things done. Something did not need to be perfect to be OK.

But to put it another way, OK introduced a new dividing line between success and failure. If an arrangement or a product is OK, it may be only a partial success, but it’s good enough to get by. Maybe very good, maybe just tolerable. The important thing is that the speaker or writer considers it satisfactory.

We use this OK all the time. If someone slips and falls, we immediately ask, “Are you OK?” And the downed person performs triage with a quick Yes or No—Yes, give me a minute and I’ll recover, or No, call an ambulance.

OK performs this function countless times every day as we coordinate meeting times and places. Like in Shakespeare: “OK, Caesar, see you in the Capitol on the ides”; “OK, Hamlet, I’ll join you on the watchtower at midnight.”

What is OK for one person, of course, may be quite different from what is OK for another. Negotiations are often necessary until everyone is OK with an arrangement. Some may be happy, others reluctant, but the arrangement isn’t definite until everyone has given the OK.

There are different ways of saying and writing OK to indicate different degrees of enthusiasm. I’ve heard from some members of the current millennial generation that texting “K” means grudging approval, “OK” means positive approval, and “okay” implies a degree of enthusiasm. At least those are the signals for some; others surely have different forms of OK for their friends, just as everyone can say OK aloud with varying degrees of enthusiasm.

Pedanterie grammaticali

Lo scrittore e giornalista Oliver Kamm se la prende con quelli che puntano il ditino alla minima incertezza grammaticale (sono i cosiddetti «grammar nazi» e sono tanto famosi sul web), chiamandoli «pedanti» e scrivendo sul Wall Street Journal che non hanno capito come funzionano le regole che governano le lingue: «Se lo dicono le persone, significa che è il modo corretto di parlare».

Le regole grammaticali invocate dai pedanti non sono affatto regole grammaticali. Alla meglio, sono solo convenzioni stilistiche. Un esempio potrebbe essere l’uso della doppia negazione («I can’t get no satisfaction»). Grammaticalmente ha senso, come rafforzativo. Il fatto che solitamente non usiamo le doppie negazioni di questo tipo nell’inglese standard è solo una convenzione.

Altre imposizioni tipiche dei pedanti non sono nient’altro che elementi di folklore, come la convinzione che sia sbagliato dividere un infinito o finire una frase con una preposizione. Dovremmo invece essere rilassati davanti ad una scelta del genere. Perché preoccuparsi, come fanno i pedanti, se scrivere «firstly» o «first» all’inizio di un elenco puntato? Entrambe sono corrette.

Il range di variazioni grammaticali legittime è più ampio di quanto immaginiate. Sì, puoi usare «hopefully» come avverbio andando a modificare l’intera frase; e puoi usare «they» come un generico pronome al singolare; e puoi anche dire «between you and I». I divieti dei pedanti di usare costrutti come questi non sono supportati dall’evidenza dell’uso generale.

La pedanteria è una cattiva abitudine, certo, ma è anche cattiva erudizione. Se qualcuno ti dice che «non puoi» scrivere qualcosa, chiedigli perché. Raramente otterrai una risposta che abbia senso a livello grammaticale; si tratta piuttosto di una superstizione che si portano dietro da anni.

Certo che è possibile fare errori grammaticali, di punteggiatura o di ortografia. Ma non è possibile che tutti, o almeno la maggioranza degli istruiti, sbaglino la stessa cosa. Se un’espressione è parte dell’uso generale allora è parte di una lingua.

Buttare via i numeri di pagina

Naomi S. Baron, professoressa di linguistica e autrice di Words Onscreen, ha iniziato a notare un cambiamento di atteggiamento nei suoi studenti circa la numerazione delle pagine nei compiti. Non importava che lei chiedesse o meno esplicitamente di inserirli nei documenti che preparavano, gli studenti quasi sempre non lo facevano. E nel suo libro — di cui Slate ha pubblicato un piccolo estratto — dopo aver passato in rassegna alcuni dei meta-testi che, col tempo, sono apparsi nel libro e nei documenti fisici (il nome dell’autore, il sommario, i numeri di pagina ecc.) prova a darsi una spiegazione di questo fatto:

Data l’esperienza di lettura su schermo degli studenti, i numeri di pagina nei documenti che creano su un computer (in questo caso i compiti che avevo loro assegnato) sembrano essere irrilevanti. Quando i lettori accedono ai giornali online, non ci sono i numeri di pagina, e sempre più persone leggono i giornali in rete anziché su carta — soprattutto in questa fascia d’età. I documenti che nascono per il web sono prevalentemente non impaginati, e i numeri di pagina sugli ebook non hanno alcuna correlazione con i loro omologhi su carta stampata. Dal momento che i compiti in questione sono stati creati su computer — e talvolta inviati in formato elettronico — se io, lettore, volessi trovare una parola o un passaggio nel testo degli studenti dovrei utilizzare la funzione di ricerca, anziché la convenzione apparentemente antica dell’impaginazione.

Con l’avvento della stampa nella metà del Quindicesimo secolo, il modo in cui le persone leggono ha iniziato a cambiare. E così, con la funzione di ricerca ora disponibile nella lettura online, il concetto di lettura può essere potenzialmente ridefinito da un’attività lineare (continua) ad un processo di accesso casuale (quella che io chiamo la «lettura in agguato»).

Per finire, una confessione. Nella mia carriera di scrittrice professionale, ho ripetutamente affrontato il dilemma se sforzarmi di rintracciare i numeri di pagina originali negli articoli che leggevo online pensati però per un supporto di carta (la maggior parte dei siti internet non prevede l’impaginazione), o se rinunciarvi. Generalmente preferisco la seconda ipotesi. Il motivo: nell’era di Internet le convenzioni bibliografiche sono cambiate.