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Leggere, rileggere.

Mentre la pila dei libri «da leggere questa estate» sta pian piano aumentando in vista delle agognate ferie — quel periodo-non-periodo che dovrebbe durare un anno e mezzo se solo dovessimo davvero fare tutto ciò che ci illudiamo di riuscire a fare in due, tre settimane — Joanne Kaufman sul Wall Street Journal annuncia la sua tattica: ri-leggere.

I’m returning to Roth, to Laurie Colwin, Tony Earley, Evan S. Connell and Peter Taylor not because I’ve read everything else on our shelves (far from it— though, because of my work and my inclinations, I do finish at least half a dozen books a month), but because I miss them and I miss their characters. There I was the other night, my nose buried in Colwin’s “Shine On, Bright and Dangerous Object,” savoring anew the description of one character as “a jolly hockey stick.” I’m on exactly the same page as the toddler rank and file who want to hear the same bedtime story over and over—hell-o and hell-o again, “Goodnight Moon”—for the comfort and reassurance it provides. It is for just this reason that I don’t particularly like lending anything from my library; I’ve learned through bitter experience that many friends and family members are bookkeepers. But against all logic I’m far more willing to part with a novel whose spine I’ve yet to crack than a book I know so very well.

Ri-leggere.

Non mi ricordo chi — forse Giampiero Mughini in uno dei suoi libri, ma non ci giurerei — una volta ha scritto che ai direttori di giornali non capita mai di leggere libri — semmai di rileggerli. È un po’ la stessa cosa che mi è venuta in mente quando questa mattina leggevo sul Guardian dello scrittore canadese Stephen Marche, il quale ha ammesso di aver letto più di 100 volte l’Amleto di Shakespeare e L’inimitabile Jeeves di P.G. Wodehouse. Così, per provare non tanto i limiti della lettura, quanto quelli della ri-lettura. Questo è il risultato:

After a hundred reads, familiarity with the text verges on memorisation – the sensation of the words passing over the eyes like cud through the fourth stomach of a cow. Centireading belongs to the extreme of reader experience, the ultramarathon of the bookish, but it’s not that uncommon. To a certain type of reader, exposure at the right moment to Anne of Green Gables or Pride and Prejudice or Sherlock Holmes or Dune can almost guarantee centireading. Christmas is devoted to reading books we all know perfectly well. The children want to hear the one story they have heard so many times they don’t need to hear it again.

By the time you read something more than a hundred times, you’ve passed well beyond “knowing how it turns out”. The next sentence is known before the sentence you’re reading is finished. As I reread Hamlet now, I know as Gertrude says, “Why seems it so with thee?” that Hamlet will say “Seems, Madam? Nay it is. I know not seems.” I know as Bertie asks “What are the chances of a cobra biting Harold, Jeeves?” that Jeeves will answer: “Slight, I should imagine, sir. And in such an event, knowing the boy as intimately as I do, my anxiety would be entirely for the snake.” Centireading reveals a pleasure peculiar to text lurking underneath story and language and even understanding. Part of the attraction of centireading is that it provides the physical activity of reading without the mental acuity usually required.

Il piacere di leggere

Cosa sia il piacere di leggere e cosa cerca il lettore ai giorni nostri è argomento piuttosto dibattuto — se ne sono lette di ogni. Per aggiungere qualcosa al discorso, è interessante quanto scrive Joshua Rothman sul New Yorker:

Alcune persone leggono perché vogliono sapere cosa succede qui e ora. Ma quando il libro preferito di un giovane è Il grande Gatsby o Jane Eyre, accade qualcos’altro. Questo particolare lettore si impegna— come spiega Deidre Shauna Lynch [professoressa di Inglese ad Harvard e autrice di Loving literature: a cultural history – ndt] — «di colmare la distanza tra sé e gli altri e tra ora e allora». Da quel senso di impegno emerge un intero set di valori. Nella cultura retorica, la scrittura più importante era aggiornata ai tempi, era up-to-date, e i lettori più forti la usavano per migliorare la loro stessa eloquenza. Ma nell’epoca dell’apprezzamento, nell’età letteraria, i libri più importanti sono quelli che sono sopravvissuti alla propria epoca, e i lettori “migliori” sono quelli che più suscettibili alle emanazioni che arrivano da altri tempi e da altri luoghi. Essere un lettore diventa un’identità a sé stante. Un lettore è insoddisfatto del presente e cerca qualcosa di più. Lo trova coltivando relazioni intime con spiriti simili provenienti da un altro tempo.

L’ebook ti spia?

Nel frattempo viene scoperta l’acqua calda, e cioè che Kobo conosce le abitudini dei lettori — ma non ho motivo di dubitare che la cosa succeda anche con gli e-book reader che s’appoggiano ad altre piattaforme. Le quali non solo, come ovvio, sanno cosa i lettori acquistano; ma anche quali libri poi effettivamente vengono letti, quali non e quali sì ma solo fino a quando la noia prende il sopravvento e vengono perciò abbandonati. Alison Flood lo scorso dicembre sul Guardian aveva fornito un po’ di dati:

Dopo aver raccolto, tra gennaio e novembre del 2014, dati da oltre 21 milioni di utenti in paesi come il Canada, gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, l’Italia e l’Olanda, Kobo ha scoperto che il libro la cui lettura è stata la più completa nel 2014 nel Regno Unito non era uno di quelli che hanno vinto il premio Man Booker o Baileys. Piuttosto, i lettore erano più propensi a terminare il thriller auto-pubblicato di Casey Kelleher Rotten to the core, che non compariva nemmeno nella lista generale dei besteller — nonostante Kelleher abbia vinto un contratto con il marchio Thomas & Mercer (di proprietà di Amazon UK) dopo aver venduto quasi 150 mila copie dei suoi tre romanzi auto-pubblicati.

Continua a leggere

Non si leggono più libri (ma si legge tutto il resto)

550412-Books-1368750653-758-640x480Non si leggono più libri, pare. Il ministro della cultura francese ha detto di non riuscire a leggere un libro da due anni, sommersa com’è da testi legislativi, e di non ricordare un’opera del Premio Nobel Patrick Modiano. Allora il Guardian, per la penna di Rihannon Lucy Cosselett, ne approfitta per la solita intemerata contro la vita iper-connessa:

It’s a question of time, we say. Yet we make time for other things: binge-drinking, arguing on Twitter, the X-Factor. The internet in particular is frequently blamed for the death of the novel. It changes the way we read: we scan, trying to pick the diamonds from the detritus, flitting from one page to the next. Our attention spans are frazzled. Researchers say we are developing new, digital brains that are eclipsing the deep reading circuitry that has formed over millennia. This kind of reading feeds our imaginations and in them, we create people and places and experiences, in what Will Self described beautifully, as a kind of telepathy. It’s not that the internet is making us stupid, but that we’re losing what comes with that deep reading: immersion, relaxation, escapism.

I’ve always viewed reading as a form of self-improvement. As with travel, you discover new worlds and ideas, become richer, more knowledgeable, and hopefully more empathic; a better human. But if, as a society, we have abandoned this kind of self-improvement, what does it say about us? We live in a self-improvement culture, with many of us relying on meditation apps to gain some kind of “headspace”. Download this app and on your lunchbreak, instead of doing what you usually do – curling up in the staff room next to the radiator in the hope of a short nap – make a few clicks and you might reach nirvana.

Non che non ci siano delle verità, in ciò che scrive Cosslett. Ma il discorso è, ovviamente, molto più complicato che dare la semplice colpa ai messaggini di Whatsapp. Forse che c’entri anche il cambiamento nella visione di cosa siano i veicoli della cultura, dello svago o dell’informazione?

Tre cinesi che leggono.

Tutte le mattine alla fermata dell’autobus che prendo per andare in ufficio c’è una famiglia cinese. Non è strano che in quella zona di Milano ci siano cinesi; in molti, infatti, prendono i mezzi proprio da quello slargo per recarsi in via Paolo Sarpi, la zona di Milano nota come Chinatown.

La cosa strana è che questi tre cinesi — una madre e due figli in età compresa tra le scuole elementari e le medie — sono molto atipici. O almeno così mi sembrano. Prima di tutto sorridono. Non che i cinesi non sorridano. Solo, a me viene già difficile immaginare una tavolata di cinesi che si spanciano dal ridere tra di loro. Figuriamoci con chi non conoscono. Mentre i tre cinesi che prendono l’autobus tutte le mattine sorridono anche a te che passi e chiedi permesso. O ti sposti perché sono infastiditi — ma non te lo direbbero mai — dal fumo della tua sigaretta. Anche in questo mi sembrano tre cinesi atipici: io i cinesi li immagino tutti che fumano, moltissimo. Sarà anche un mio pregiudizio, ma quando li vedo arrivare in posta con tutti quei pacchi pesantissimi e impiegano mezza giornata a far capire all’impiegato postale (mal disposto a capire) dove devono essere spediti, ecco quando li vedo arrivare hanno sempre la sigaretta in bocca. Hanno le dita da fumatori incalliti.

Un’altra cosa strana dei tre cinesi che prendono l’autobus con me è che leggono. Tolta la madre, che però non distoglie mai lo sguardo da loro, i due ragazzini hanno gli occhi incollati su un giornale. Non sullo smartphone, come tutti gli altri cinesi (ma anche italiani) che mi capita di osservare. Su un giornale di quelli di carta. Su un free press. E lo leggono avidamente, tutto, non solo le pagine sportive alle quali uno pensa siano più interessati. Leggono della politica italiana, della cronaca italiana. Non si fanno un’idea precisa, certo. Probabilmente non gliene frega nulla di farsi un’idea precisa. Però leggono, s’informano. Ad essere cattivi si potrebbe persino fare un paragone con quanti italiani — presumibilmente più interessati alle vicende politiche interne — s’informano. E temo che il risultato, se tutti i cinesi fossero come quei tre cinesi, sarebbe impietoso.

All’Università il professore di linguistica ci diceva che i giornali free press — all’epoca in pieno boom di pubblicazione — svolgevano per gli stranieri lo stesso compito che la televisione di Mike Bongiorno aveva svolto per gli italiani. Cioè insegnavano loro la lingua italiana. A me sembrava un’esagerazione, e immaginavo orde di stranieri che parlavano un linguaggio stringato e assurdo da sentire, pieno di sensazionalismo e senza verbi. Solo frasi nominali, come il 90% dei titoli di Leggo e Metro.

Non so come parlino l’italiano i due ragazzini cinesi e la loro madre. So solo che se ne stanno lì, con il loro zaino delle tartarughe ninja in spalla, e stringono forte il loro giornale quando l’autobus troppo pieno li costringe ad interrompere la lettura per la mancanza di spazio. Probabilmente frequentano qualche campo estivo, dove un’insegnante si preoccupa che facciano i compiti delle vacanze e che trascorrano in pace questo pezzetto d’estate che tarda ad arrivare per tutti.

Mi piace immaginare che, ad un certo punto, uno dei due ragazzini alzerà la mano e chiederà alla maestra perché tutti i giorni deve assistere ad una tiritera — non dirà così, userà termini più consoni — sulla legge elettorale. E penserà che se lui tutti i giorni vuole interessarsi al paese in cui sta vivendo, è un peccato che gli italiani se ne stiano lì incollati sullo schermo dello smartphone a messaggiare.

(immagine: Walter Carni’, Ritraggo persone che leggono, Ritratto, Tecnica mista, Tavola / Legno, 122x122x3cm, 2008)