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Prima le normalizzazioni lessicali. Poi?

Posso anche capire — in nome della mania al politicamente corretto — la battaglia lessicale che Gary Nunn propone sul Guardian affinché il termine “omosessuale” sia bandito almeno dalle pagine dei giornali in favore dell’espressione più neutrale e meno discriminatoria “persone gay”. Certo, tra qualche anno poi dovremmo affrontare anche il fatto che “gay” potrà essere considerato discriminatorio e quindi si dovrà trovare un termine sostitutivo (quanto a “persona”, mi auguro che nessuno lo trovi un termine politicamente scorretto). D’altronde, anche qui in Italia, pur se nessuno al momento si è spinto a chiedere una moratoria dei termini sui giornali (ma chissà se nelle redazioni gira un prontuario, periodicamente aggiornato…), abbiamo una lunga tradizione in questo senso: dal classico “spazzino” che è diventato “operatore ecologico” al più recente “disabile” che, dopo aver sostituito il poco carino “portatore di handicap”, ora viene malvisto in favore del migliore “diversamente abile”.

Posso anche capire, scrivevo all’inizio, la battaglia lessicale: in fondo non costerebbe nulla fare più attenzione all’uso di certi termini, se c’è chi si sente offeso da essi (ma quanti gay si sentono realmente offesi per l’uso del termine “omosessuale”?) Solo non mi tornano i conti, quando chi la porta avanti la giustifica col fatto che le persone gay debbano essere normalizzate (“need to be normalised”) e non discriminate dall’uso dei termini:

To stop prejudice-based bullying, gay people need to be normalised — not distanced by language.

Ora, se proprio vogliamo (dobbiamo?) soffermarci sui termini: possibile che nessuno dei paladini del politicamente corretto si sia accorto di come quel “normalizzare” sia goffo, almeno quanto l’avverbio “diversamente” nell’espressione “diversamente abile”?