Eroismi.

Quel gran tipo di Marco Aurelio. Per tutti quelli che domattina si alzano, nonostante tutto.

All’alba, quando ti svegli di malavoglia, tieni sottomano questo pensiero: «Mi sveglio per svolgere il mio compito di uomo; e ancora protesto per avviarmi a fare quello per cui sono nato e per cui sono stato introdotto nel cosmo? O forse sono stato fatto per restare a letto a scaldarmi sotto le coperte?». «Questo, però, è più piacevole». Sei nato, allora, per godere? Il che, insomma, non significa forse: per essere passivo? O, invece, sei nato per essere attivo? Non vedi che le piante, i passeri, le formiche, i ragni, le api svolgono il proprio cómpito, collaborando per la loro parte alla vita dell’universo? E tu, allora, non vuoi fare ciò che è proprio dell’uomo, non corri verso ciò che è secondo la tua natura? «Ma è necessario anche riposarsi». È necessario, lo dico anch’io: la natura, però, ha posto una misura anche per questo, ne ha posto una anche per il mangiare e il bere; e tu, ciò nonostante, vai al di là della misura, al di là di quel che è sufficiente? Non lo fai più, però, quando si tratta di agire: allora ti tieni «nei limiti del possibile»! Non ami te stesso: perché in tal caso ameresti anche la tua natura e la sua volontà. Altri, che amano il proprio lavoro, vi consumano ogni energia, saltando il bagno, saltando i pasti: tu onori la tua natura meno di quanto il cesellatore onori il cesello o il danzatore la danza o l’avaro il denaro o il vanaglorioso la sua misera gloria? Eppure costoro, quando si appassionano, sono disposti a non mangiare e a non dormire pur di veder crescere l’opera in cui sono impegnati: a te invece le azioni ispirate al bene della comunità sembrano di minor valore, meno degne di attenzione?

Marco Aurelio, Pensieri, Libro V, 1.

Siamo tutti un po’ coglioni.

Sta spopolando in rete questo video, con annesso hashtag per la campagna (social)mediatica, realizzato dai tizi di Zero.

Sul contenuto nulla da ridire: è sacrosanto. Il fatto che somigli ad altre campagne, ad altre proteste, ad altre iniziative del tutto simili già viste in passato, non toglie un’unghia alla sua ragionevolezza e buona fede.

Tutti noi abbiamo fatto dei lavoretti gratis. Li chiamo lavoretti non per sminuirli, ma perché quella è esattamente la logica con cui vengono considerati da chi ce li commissiona: lavoretti anche perché, in fondo, non ci costa nulla farli, magari ci divertiamo pure, otteniamo visibilità, fa curriculum, ecc.

Io non credo a chi dice che questi lavoretti non vadano accettati: li si fa, magari per un paio di mesi come periodo prova, e poi si prova a riscuotere. E’ una via crucis all’inizio, è vero. Però è anche vero che è l’unico modo per riuscire a cavarne fuori qualche cosa in termini economici (quella della visibilità è un po’ una mezza puttanata, per usare un eufemismo).

C’è però un po’ di ipocrisia nel mondo di questi lavoretti. Sono in molti a farli, seppur negandolo. Perché è passato il messaggio che la colpa della loro esistenza è soprattutto di chi li svolge gratis. Non è assolutamente vero, così come non sarebbe vero che smetterebbero di proporli — o, meglio, inizierebbero a pagarli — il giorno in cui chi li svolge si fermasse per protesta. E’ un assioma mitologico, un po’ come quello dello sciopero del telecomando contro Berlusconi o di quello della pompa di benzina contro il caro gasolio.Oo del saltiamo tutti insieme nello stesso momento per raddrizzare l’asse terrestre.

Io, ad esempio, sto facendo un lavoretto del genere. Cioè c’è qualcuno che ha chiesto il mio tempo, la mia capacità, il mio ingegno, per dargli una mano in qualcosa che, economicamente, non mi frutta nulla. I patti sono stati chiari fin dall’inizio e da entrambe le parti. Non era previsto budget (e in questo la frase del video è di un’efficacia mostruosa, corrispondendo esattamente alla realtà), e io mi sono riservato la facoltà di mollarlo in qualunque momento senza il rispetto del benché minimo tempo di consegna e a prescindere dal fatto che sia finito o meno. Non perché non sia responsabile; piuttosto perché questo tipo di responsabilità nei lavoretti secondo me è accessoria. Come le noccioline sui voli Ryanair: le vuoi, le paghi. Il trucco è riuscire a renderla indispensabile, ed è la cosa più difficile.

Prevedo già l’obiezione: bisogna campare. Infatti questo lavoretto me lo posso permettere (perché, nonostante tutto, è gratificante e appassionante) proprio perché ho per il momento (e fortunatamente) un altro lavoro che mi dà di che vivere. Diciamo che è una situazione privilegiata la mia. Però è anche vero che se un giorno da questo lavoretto riuscirò a ricavarne qualcosa (in termini economici, ovvio, ché siamo gente di mondo), è grazie a questo periodo gratis. Non ci piove. La differenza sta nel capire quando una possibilità diventa sfruttamento, e mollare il colpo senza problemi.

Rimane il fatto che il video denuncia un problema. Grave e serissimo. Ma non fornisce alcuna soluzione, se non un generico — e divertente, e geniale, e ben fatto — sbattere in faccia quella che per molti è una dura realtà. Del resto mi sfugge anche quale potrebbe essere la soluzione al problema: non si può di certo proibire a qualcuno di dare una mano a chiunque. Diciamo che serve ai datori di lavoretti per farsi un esame di coscienza.

Non tutti, evidentemente, sono riusciti a farlo l’esame. Il video, ad esempio, è molto condiviso da un sito che solo qualche mese fa assumeva blogger in massa, senza specificare se per il progetto era previsto un budget. Non dico nell’annuncio: nemmeno a chi, nei commenti, lo ha chiesto espressamente e più volte. Per questo mi viene spontanea (e anche un po’ maliziosa) la domanda: nei titoli del video si dice che nessuno ha preso una lira per averlo girato/montato/prodotto. Avete idea, però, quanto abbiano reso in termini economici le visite alle pagine che in queste ore stanno facendo a gara nell’embeddarlo e rilanciarlo?