L’odore della carta

Uso un Kindle da anni. Credo di aver comprato una delle primissime versioni che sono state distribuite in Italia. La storia di quell’acquisto, in verità, è particolare: il Kindle lo avevo comprato da regalare a Natale ad una persona che legge moltissimo, e pensavo che il regalo fosse di quelli graditi. Senonché, ad un paio di giorni dal Natale, quella persona mi chiese con l’aria tipica della sfida: «Non mi avrai mica regalato uno di quei cosi di plastica che si usano per leggere i libri, vero?!». Sì, era vero. Tenni il regalo per me e iniziai ad utilizzarlo con un certo entusiasmo.

Sono passati parecchi anni. Il Kindle che possiedo ora non è di ultima generazione ma, rispetto a quel primissimo regalo mancato, è di quelli con lo schermo retroilluminato, che permettono di leggere anche di notte con notevole affaticamento della vista, per la verità, ma senza disturbare chi dorme accanto. La storia di questo Kindle è per certi versi simile a quella precedente: l’avevo regalato ad una persona che legge moltissimo, ma che l’avrà usato in tutto un paio di volte perché preferisce avere la libreria piena. Così, quando mi sono trovato nella circostanza di dover cambiare il mio, ho chiesto gentilmente se si poteva non sprecare del tutto quel regalo.

All’inizio di quest’anno ho fatto una specie di fioretto, già raccontata da qualche altra parte: diminuire drasticamente la lettura di giornali e periodici in generale e aumentare quella di libri. Sfruttare soprattutto i quotidiani tempi di spostamento casa-lavoro, che al momento mi stanno consentendo di mantenere una media rispettabilissima di 7 libri al mese. Poche regole: abbandonare al primo sbadiglio un libro che ci sta annoiando e leggere in ebook i libri sopra le 300 pagine (nessuna eccezione alla prima, qualche deroga alla seconda).

Leggere sul Kindle non mi dispiace, ma ho sempre avuto l’impressione che il libro rimanesse meno impresso nella memoria e svanisse dopo qualche settimana. Può essere solo una sensazione, o più semplicemente può essere che mi è andata male e ho finora letto solo libri meno belli (o più brutti?) in versione elettronica rispetto a quanti ne abbia letti in edizione cartacea. Il Kindle ha innegabilmente i suoi vantaggi, primo tra tutti il peso e la comodità di trasporto e la possibilità di evidenziare e accedere in un solo colpo a tutte le sottolineature. Poi ci sono gli svantaggi, certo: il libro non è mai veramente tuo, il libro non lo puoi esporre, il libro non ti qualifica e non ti descrive agli occhi di chi ti vede leggere — possiamo far finta che non ci interessi, ma siamo davvero sicuri che un libro non ci rappresenti, almeno un po’, agli occhi degli altri sin dalla sua copertina?

In questi giorni sta facendo il giro della rete un bell’articolo di Paula Cocozza pubblicato sul Guardian. Racconta del crollo delle vendite degli e-book e si prende una rivincita sui funerali del libro di carta che andavano di moda una decina di anni fa. L’articolo contiene varie considerazioni sugli e-book e molte differenze con il mondo cartaceo. L’attacco del pezzo, però, elencando ciò che non si può fare con un Kindle, fa emergere alcune tra le migliori caratteristiche del libro di carta. Le riporto qui, a futura memoria e soprattutto perché Cocozza ha evitato la considerazione più diffusa e più stupida di tutte: l’odore della carta.

Here are some things that you can’t do with a Kindle. You can’t turn down a corner, tuck a flap in a chapter, crack a spine (brutal, but sometimes pleasurable) or flick the pages to see how far you have come and how far you have to go. You can’t remember something potent and find it again with reference to where it appeared on a right- or left-hand page. You often can’t remember much at all. You can’t tell whether the end is really the end, or whether the end equals 93% followed by 7% of index and/or questions for book clubs. You can’t pass it on to a friend or post it through your neighbour’s door.

(Pubblicato anche su Medium)

Prestare i libri (a pagamento)

Negli Stati Uniti Amazon ha lanciato Kindle Unlimited, il servizio in abbonamento grazie al quale gli iscritti possono prendere in prestito ebook dal più grande rivenditore mondiale. Il servizio, annunciato forse per sbaglio e forse no la settimana scorsa, ha debuttato ufficialmente il 18 luglio. Ed è subito stato paragonato a Spotify.

In effetti sono molte le similitudini con i servizi di streaming musicale: si paga una fee mensile e si ascolta (si legge, in questo caso) quanto si vuole. Finora nessuno aveva mai pensato di applicare questo concetto al noleggio digitale di libri. Men che meno Amazon, il quale non aveva reso capillarmente disponibile nemmeno il più semplice scambio temporaneo di ebook tra utenti.

(Apro e chiudo subito una parentesi. Il concetto di «prestito digitale» è spinoso. Come noto, infatti, anche l’acquisto di file audio su iTunes non è molto diverso da un prestito: i file sono concessi in licenza per l’ascolto, ma chi li ha acquistati di fatto non li possiede; quando invece compro un compact disc, pur con tutte le limitazioni legislative sul suo utilizzo, questo rimane mio: lo posso rivendere, ad esempio).

Con i dischi non eravamo più abituati al noleggio. Una ventina di anni fa alcune videoteche avevano pensato di allargare il business aprendo al prestito dei compact disc. Poi, complice la solita tiritera sulla pirateria, la pratica è stata vietata e di fatto è riservata solo alle biblioteche (dove però, sempre più spesso, li si può ascoltare solo in loco). Per questo quando sono esplosi i servizi di streaming musicale a pagamento non ci è sembrato strano pagare per ascoltare e basta un disco. Esiste anche un aspetto che riguarda la fruizione: per quanto possa appassionarmi, difficilmente rileggerò un libro (o tutto il libro) immediatamente dopo averlo finito — cosa, questa, che con la musica capita più spesso: vuoi per un maggior appagamento fisico, vuoi perché i tempi e le modalità stessi della fruizione sono differenti.

Traslare questo discorso sui libri è un po’ diverso. Tutti noi abbiamo, o abbiamo avuto, consuetudine con le biblioteche pubbliche. Luoghi sacri nei quali vai e noleggi («prendi a prestito», secondo un’espressione con meno implicazioni commerciali) tutti i titoli che i regolamenti di ciascuna biblioteca ti permettono di noleggiare. Quello che fa Kindle Unlimited è più o meno la stessa cosa: affitti fino ad un massimo di 10 libri per volta da un catalogo disponibile e li tieni salvati sul device fino a quando non li hai letti (o abbandonati: non c’è in questo caso un bibliotecario che ti guarda storto se gli riconsegni un tomo di 3 mila pagine dopo soli due giorni). Con una piccola differenza: le biblioteche pubbliche sono gratuite, Kindle Unlimited no.

Potrebbe sembraree una differenza di poco conto. In effetti 9 dollari e 99 (che in Europa diventeranno automaticamente 9 euro e 99 quando il servizio sarà disponibile) non è di certo un prezzo proibitivo per un lettore forte (diciamo tre libri al mese). In più c’è il fatto che con Kindle Unlimited non ti muovi di casa. Non devi, cioè, affrontare il sole/la pioggia/la neve per recarti in biblioteca e prendere in prestito i libri. Si potrebbe — per semplificare e tacere il complicatissimo discorso di licenze con gli editori che c’è dietro — dire che si paga la comodità.

Più o meno, però. Perché Kindle Unlimited potrebbe introdurre un modello in grado di scardinare quello esistente di libro a prestito, facendo diventare una questione commerciale ciò che finora è stato un modello culturale e/o filantropico. Non è un discorso contro il commercio e il profitto il mio. È un dato di fatto. Con i libri siamo semplicemente davanti a due opzioni: o lo acquisto o lo prendo in biblioteca. C’è anche la terza via del «lo scarico gratis», ma non la prendo in considerazione per due motivi: a) mi metto dalla parte di chi vuole fare le cose per bene e b) leggere i libri scaricati si rivela spesso un inferno di formattazioni impazzite, di tre righe vuote ogni due di testo, di accenti ballerini e caratteri strani che vanno a rovinare l’esperienza di lettura molto più di quanto un mp3 rovini l’esperienza dell’ascolto in un ascoltatore medio in metropolitana nell’ora di punta.

Come fa efficacemente notare («Kindle Unlimited, seriamente, vai a farti fottere!») Maria Bustillos in un pezzo su The Awl:

It shouldn’t cost a thing to borrow a book, Amazon, you foul, horrible, profiteering enemies of civilization. For a monthly cost of zero dollars, it is possible to read six million e-texts at the Open Library, right now. On a Kindle, or any other tablet or screen thing. You can borrow up to five titles for two weeks at no cost, and read them in-browser or in any of several other formats (not all titles are supported in all formats, but most offer at least a couple): PDF, .mobi, Kindle or ePub (you’ll need to download the Bluefire Reader—for free—in order to read ePub format on Kindle.) I currently have on loan Alan Moore’s Watchmen, Original Sin by P.D. James, and The Dead Zone by Stephen King.

Al netto del sottinteso un po’ cultural-snob, il discorso regge. In Italia ancora non siamo abituati, ma negli Stati Uniti  esistono circuiti di biblioteche pubbliche che permettono il prestito di ebook a distanza (per esempio sul circuito OverDrive). Che mi sembra un buon punto di partenza, per Davide, per provare ad andare contro Golia. Perdendo con dignità, almeno.

Il Kindle e le professoresse d’italiano.

Chi è suppergiù della mia età conserverà sicuramente il ricordo di certi temi del liceo. Nei quali la professoressa di italiano ci chiedeva un parere su quella che allora sembrava un’ipotesi molto più che remota: il libro elettronico. Si era in un’epoca in cui il computer ancora non era uno strumento presente in tutte le case, la connessione internet era un lusso di pochi (ai quali la si scroccava spesso e volentieri) e la musica, per dire dell’altro bene culturale che ha subìto un’enorme trasformazione negli ultimi vent’anni, era venduta ancora sui cd, mentre erano pochissimi quelli che la scaricavano illegalmente (nemmeno Napster, a memoria, era ancora apparso).

Il libro elettronico, quindi, era visto dalla professoressa come un pericolo culturale più che un pericolo concreto. Non voleva da noi studenti un parere sulle modalità di lettura differenti da quelle tradizionali, o un’opinione su come sarebbe dovuto essere il device sul quale leggere questo tipo di testi. No, la professoressa voleva solamente assicurarsi che anche noi scongiurassimo il pericolo; voleva che ci schierassimo nei nostri temi apertamente contro quella possibilità solo paventata, della quale non si vedeva nemmeno l’ombra, ma che prima o poi (all’epoca, molto poi) sarebbe finalmente apparsa a minare millenni di cultura. E noi, studenti già poco avvezzi alla lettura dei libri su carta, volentieri stavamo al gioco. Giù dunque a scrivere inutili righe sul piacere tattile della carta, sul suo odore, sull’immenso patrimonio librario e sulla funzione educativa e culturale che la stampa aveva avuto; tutti elementi, questi, che sapevamo la professoressa vedeva minati dalla digitalizzazione dei testi e contro la cui (presunta) scomparsa anche noi diligentemente ci schieravamo. L’idea di prendere in considerazione, con un minimo di spirito critico, i vari stadi evolutivi che nel corso dei secoli la stampa aveva affrontato, dai blocchi di legno a Gutenberg, dalla litografia fino alla tipografia, non ci sfiorava minimamente — figuariamoci quindi se qualcuno osava anche solo pensare che il libro elettronico non sarebbe stato solo l’ennesima tappa, di scarso successo, di questo sviluppo che si presuppone infinito.

Poi passano gli anni, e finalmente il libro elettronico prende piede. Prima come un qualcosa di esotico, che arriva dall’estero, al quale sono in pochi ad avere accesso. Poi sempre più come un elemento alla portata di tutti e che accettiamo come parte integrante dell’offerta libraria, nonostante rimaga un po’ l’impressione che sia un fratello maggiore del libro cartaceo, seppur con meno dignità. Impressione che cambia quando si riesce a mettere mano su un ebook reader.

A me è capitato questo Natale quando, per cause del tutto fortuite, mi sono auto-regalato un Kindle. Non saprei nemmeno spiegare perché ho scelto il device di Amazon anziché quello di altri marchi in grado di leggere altri formati che lo svincolassero dalla vendita sul noto sito di e-commerce. Probabilmente ha influito molto il fatto che già usassi Amazon per acquistare i libri di carta e che mi sia sempre trovato bene. Capacità di fidelizzare il cliente, direbbero quelli che ne sanno di marketing.

E cosa è successo quando ho acceso il Kindle per la prima volta? E’ successo che immediatamente l’ho trovato bellissimo, come ho sempre trovato bellissimi i libri. La differenza, in effetti, non è molta. Tolta la cornice in plastica, tolte (ovviamente) le pagine, tolta la copertina a colori, il resto è più o meno lo stesso. A livello fisico di lettura, nessuna differenza: il Kindle è un libro. Punto. Niente illuminazione, niente luminosità, niente riflessi e niente stanchezza agli occhi indotta dall’apparecchio. Così come non riesci a leggere un libro al buio, se spegni la luce il tuo Kindle diventa inutile. Detto questo, il Kindle non è evidentemente un tablet così come siamo abituati a considerarli. Sul Kindle leggi e basta. E fondamentalmente leggi solo il testo. Certo, puoi navigare in Internet, controllare la posta, aggiornare i social newtwork. Tutte cose che però a un libro non chiedi, e che deleghi a computer o smartphone. Tra tutti i pro, questo è il migliore: la batteria dura un secolo e mezzo e non capita mai di dover interrompere la lettura per insufficienza di carica.
Anche l’impatto psicologico è ridotto al minimo. Intendo dire che la prima lettura effettuata sul Kindle dà una sensazione di stranezza per i primi dieci minuti, dopodiché sembra di usarlo da una vita. E ci si serve agevolmente di tutti quegli strumenti connessi come il sottolineare frasi, prendere appunti, piazzare note e segnalibri ovunque e con la massima semplicità, come se lo si fosse sempre fatto.

La rivoluzione c’è, e si tranquillizzi la mia professoressa di italiano delle superiori: è in positivo. I libri continueranno ad esistere perché non tutto è — almeno al momento — convertibile in formato elettronico: cataloghi di mostre, libri illustrati, edizioni pregiate, ma anche economici da regalare, hanno lo stesso senso intrinseco di sempre. Continueranno ad esistere anche perché è il contenuto che li rende vivi. Sembra banale dirlo, ma le parole, le frasi, le storie e le riflessioni del libro rimangono le stesse. Non è per contraddire McLuhan, ma in questo caso il messaggio è nel contenuto, non nel mezzo. Mi viene, infine, facile pensare anche ad un altro aspetto positivo: più i lettori di ebook si diffonderanno, più aumenterà la vendita di libri. Fatto salvo il prezzo, ancora troppo alto, la tentazione di riempire l’aggeggio di testi nuovi è fortissima e credo poco incline ad esaurirsi nel tempo; a ciò si aggiunga anche l’estrema facilità di acquisto (basta essere in una zona coperta da wifi) e il catalogo in continua espansione. Mi auguro che la mia ex professoressa di italiano del liceo per Natale si sia fatta il mio stesso regalo.