Il Giornale, una non recensione

A casa mia, quando ero piccolo, mio padre leggeva il Giornale. Credo abbia iniziato a leggerlo ai tempi dell’Università quando Montanelli lo aveva fondato insieme ad un manipolo di giornalisti in fuga dal Corriere della Sera. Leggere Il Giornale all’università, in quegli anni, era qualcosa di più di una scelta di campo o di un gesto anticonformista: in certi casi era persino un pericolo, perché le vedette della democrazia erano pronte a muoverti contro le chiavi inglesi se ti sbucava da un cappotto – che non fosse un parka – un foglio inchiostrato con le parole di Montanelli, di Bettiza o di Biazzi Vergani.

Ha letto Il Giornale anche dopo Montanelli, con Feltri prima e Belpietro poi. Quando ero già grandicello, ricordo che in casa sia acquistava il primo Libero – probabilmente per via di Feltri; da molti anni ormai, anche mio padre si è stufato dei titoli gridati ed è passato a leggere abitualmente il Corriere: la domenica, quando solitamente ci vediamo per pranzo, discutiamo della pessima fattura del quotidiano di via Solferino, del troppo spazio dato al pettegolezzo, della grafica così così e della Lettura, che non soddisfa due voraci lettori di libri come noi.

Di mio, non mi capitava di tenere in mano una copia del Giornale da anni. Persino questa mattina, quando mi sono svegliato, mai mi sarei sognato di acquistarlo durante il mio abituale passaggio in edicola. È successo però che, prima di uscire di casa, abbia buttato un’occhiata alla rassegna stampa e visto che il titolo di prima del Giornale era «Tutto sulla Vasco spa». Il riferimento è al concerto di Modena dello scorso primo di luglio, un evento che – comunque la si pensi sull’artista Vasco Rossi – si è classificato come il più importante per la musica italiana degli ultimi 15 anni. Incuriosito dal titolo, e occupandomi nella mia vita professionale di questioni legate a quel grande carrozzone che è conosciuto come discografia italiana, ho pensato che sarebbe valsa la pena spendere un euro e mezzo e leggere quelle che il titolista mi aveva promesso essere straordinarie rivelazioni sull’azienda Vasco Rossi.

Ho acquistato Il Giornale, sono andato la lavoro, poi sono passato in Comune e infine, una volta ritornato a casa, mi sono immerso nella lettura. Due pagine interne, era promesso in prima. Con sgomento ho scoperto subito che una era dedicata alla questione più sinceramente noiosa del fine settimana: Bonolis e la sua conduzione dello speciale in diretta da Modena. L’altra, quella firmata da Camilla Conti e che prometteva di svelare tutto sulla «Vasco spa», non conteneva nulla in più delle righe di richiamo in prima:

Il concerto che ha mandato in briciole tutti i record. Anche quelli economici. Facciamo i conti in tasca a Vasco Rossi. Dodici milioni di incassi per il concertone del Modena park, altri sei milioni all’indotto del territorio per organizzare l’evento, cui vanno sommati anche i 700mila euro dei 48mila biglietti staccati nei 197 cinema dove è stato proiettato in diretta lo show. E poi ancora: i diritti tv, il merchandising, la raccolta pubblicitaria. La Vasco Rossi SpA sfiora i 36 milioni di euro. E solo per l’evento del 1° luglio. Tutto in una notte.

All’interno, dunque, non si citavano le somme dei diritti tv, del merchandising («affidato all’Universal»: capirai che notizia), della raccolta pubblicitaria. Quelle quattro righe di sopra erano solo allungate per raggiungere il numero di battute necessarie a fare la pagina, con la sola aggiunta del nome delle società che gestiscono gli immobili statunitensi di Vasco Rossi: probabilmente il lettore medio del Giornale è solleticato dall’indignazione delle proprietà immobiliari all’estero. Ne sono uscito che della Vasco Rossi spa, ammesso che esista, ne sapevo quanto prima (in verità, ne so persino più di quanto scritto sul Giornale). Evidentemente una stanca redazione domenicale, nel confezionare il numero del lunedì, ha pensato bene di buttare un’esca. Ho abboccato, segno che almeno questo ha funzionato.

Dal momento che avevo fatto l’acquisto, ho provato a sfogliare la copia del Giornale dalla prima pagina, alla ricerca di una notizia, di un approfondimento. Mi sono quindi imbattuto nel caso dell’albergo di Brescia, colpito da due ignote molotov perché avrebbe dovuto ospitare dei migranti. Titolo: «Arrivano altri profughi: molotov contro l’hotel». Ma come?, ho pensato, pare che i profughi non arriveranno affatto in quell’albergo di Brescia: La Stampa parla di un albergo che «avrebbe dovuto ospitare» dei profughi, idem Repubblica, mentre il Corriere si spinge più in là e scrive apertamente e senza condizionale che i profughi non arriveranno. In effetti anche l’articolo del Giornale, nell’ultimo capoverso, mette la pulce nell’orecchio del lettore: «La prefettura di Brescia è altrettanto pilatesca: “Era stata avanzata un’ipotesi di utilizzo, ma al momento nessun accordo è stato trovato tra la cooperativa che gestisce gli stranieri e i proprietari dell’albergo”». Il problema è trovarlo, però, un lettore di giornali che arrivi all’ultimo capoverso di un articolo lungo mezza pagina. L’importante è il titolo, no?.

Questa non vuole essere una recensione del Giornale; non ne ho né la qualità né l’autorevolezza per poterla fare. Solo una amara riflessione: quanto vorrei leggere un quotidiano di centrodestra che sia autorevole, che dia le notizie per come sono e non per come il lettore vorrebbe leggerle; che faccia approfondimenti interessanti, che mescoli l’alto con il basso, che dia opinioni forti e autorevoli, senza che resti l’impressione che le opinioni siano un po’ forzate per far passare una mezza idea, un mezzo concetto. Alla fine ringrazio il cielo per l’editoriale in prima pagina del direttore Sallusti, che insolitamente se la prende con Matteo Salvini (sul quotidiano della famiglia Berlusconi è pur sempre un buon segno per chi sogna un centro destra de-leghizzato), e per l’articolo di Giordano Bruno Guerri, piazzato nella sezione cultura, sul turismo italiano nella Libia del 1914.

Una volta questo giornale era Il Foglio di Giuliano Ferrara. Lettura insuperabile, amore della mia formazione. Non esiste più nemmeno quello.

Gli impressionanti distinguo sul caso Sallusti.

La cosa divertente è leggere i distinguo. Piccolo riassunto, per chi avesse passato le ultime 36 ore su marte. Ieri mattina Il Giornale dà in apertura la notizia di un possibile arresto (manca il pronunciamento della Cassazione, previsto per mercoledì) del suo direttore responsabile Alessandro Sallusti, reo nel 2007 di aver diffamato su Libero (di cui allora era reggente) un giudice di Torino. Reo in modo oggettivo, perché l’articolo che avrebbe contenuto la diffamazione non era firmato da lui, ma da un’altra persona (sotto pseudonimo), e il giudice non era nemmeno nominato (vi si faceva solo riferimento). Siccome Sallusti era il direttore responsabile, la responsabilità del pezzo (o dell’omesso controllo prima che finisse in pagina), secondo le vetuste regole che governano il mondo dell’informazione italiana, è sua. Quindi in galera ci finisce lui, poiché la diffamazione è un reato penale e — come spiegava Vittorio Feltri nell’editoriale a corredo della notizia — ai direttori di giornale difficilmente vengono concesse le attenuanti per via del mestiere che nel corso degli anni fa loro collezionare una certa quantità di precedenti. Per il giudice che ha emesso la sentenza in secondo grado e che ha condannato il direttore del Giornale al carcere (condanna assente in primo grado), inoltre, Sallusti dovrebbe andare in galera non solo per i precedenti appena citati, ma anche perché ci sarebbe il pericolo che, esercitando la sua professione, possa reiterare il reato. Insomma, una cosa terribile nell’Italia del 2012, ma purtroppo reale.
Giustamente la notizia ha avuto una reazione unanime nel mondo del giornalismo e in quello politico, dove tutti (anche acerrimi nemici “politici” di Sallusti, vedi Marco Travaglio) sono concordi nel ritenere l’eventuale galera a Sallusti un’azione che limita la libertà di espressione. E anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto sapere di seguire da vicino la vicenda, dopo che in molti si sono rivolti a lui chiedendo di intervenire.
Dicevo all’inizio: è divertente però leggere i distinguo alla solidarietà espressa. E questi, va detto subito, provengono quasi tutti dalla rete, ovvero da quel mondo che giorno e notte combatte una guerra di superiorità contro la carta stampata ma che, sentendosi profondamente subalterno ad essa, non perde quindi l’occasione — ghiottissima — di levarsi qualche soddisfazione. Allora è tutto un coro di “punti fermi” in solidarietà a Sallusti, seguiti da una serie di “ma” e “però” che fanno accapponare la pelle, per via dell’ipocrisia con la quale vengono affermati. Si fanno le pulci alla cosa, facendo intendere che il giornalismo un po’ spericolato di Sallusti, del Giornale e di Libero un po’ giustificherebbe la galera; che la diffamazione non è un reato penale solo in Italia; che le regole dell’informazione sono quelle e via dicendo. Come se, ad esempio, il fatto che diffamare porti in carcere anche in altri paesi faccia dell’Italia, da questo punto di vista, un posto un po’ più civile di quello che è. O come se Sallusti fosse l’unico giornalista il cui tenore di scrittura è sopra le righe. Insomma, dei distinguo patetici, fosse solo per il modo in cui vengono condotti: con abbondanti arrampicate di specchi. Quando, al popolo della rete sempre pronto ad inginocchiarsi al pensiero dominante, sarebbe bastato dimostrarsi un po’ più coraggioso e dire: sono solidale, ma un po’ meno solo perché Sallusti mi sta sul cazzo — e se sta sul cazzo a me, un po’ si merita la galera.

Un po’ ve la meritate, la crisi della stampa.

Non ho una posizione solida sulla questione giornali di carta/giornali digitali. Ho però una posizione solida sul fatto che ormai le nuove generazioni non sanno che farsene della stampa periodica, soprattutto quotidiana. Propinargliela su carta, o sull’iPad, secondo me non fa alcuna differenza: la ignorano. La osservano come si osserva lo zio invecchiato male al pranzo domenicale. Non sanno che farsene, solo che con lo zio la questione è un po’ più complicata che con l’edicola.

E’ un peccato. Perché a me la stampa periodica fa impazzire. La acquisto, la leggo, la scruto, la studio. Per me il giornale di carta ha un valore ancora immenso, discorso questo che non riesco più a fare per i libri, per dire (e nemmeno per tutti i libri: per i romani, diciamo così). La stampa periodica su carta ha ancora un senso, almeno fino a che le versioni digitali continueranno ad essere la mera trasposizione su iPad di quello che già si legge su carta (perché ci rifiutiamo di pensare che aggiungere un video cliccabile al posto di una fotografia cambi qualcosa, vero?). C’è tutto il lavoro artistico, per fare un esempio, che è ottimizzato al mondo della carta e che è perfettamente fruibile solo sul mezzo per cui è stato pensato. Vale per i quotidiani, e a maggior ragione per le riviste, soprattutto quelle cosiddette “patinate”, per cui il lavoro degli art director e dei fotografi costituisce, a volte, quasi l’unico motivo che giustifichi l’acquisto.

Insomma, avete capito. Poi però ti svegli una domenica mattina, ascolti distrattamente la rassegna stampa, leggi il giornale che ti è stato lanciato in giardino intorno alle 6, ti vesti ed esci per acquistare la mazzetta in edicola. E ti rendi conto che torni a casa con due giornali diversi ma assolutamente identici. E oltrepassati, non solo nella titolazione, non solo nella grafica: anche in (quasi) tutto il contenuto. Pensi quindi che questi un po’ se la meritino la crisi della carta stampata.