Plain text

Appunti di Caren Lissner per chi volesse fare giornali e giornalismo:

Despite the increasingly complex and crucial stories dotting the national landscape—health insurance policy, North Korea, immigration, Syria—many daily newspapers and wire services are failing to include even a sentence of background early in their stories to give readers the tools to slide further into a complicated issue. It used to be traditional to include at least a “nut graph” soon after a lead in order to orient a reader, but these clarifications and history have been absent from the cover stories I’ve read in major daily papers. I’m not talking about “dumbing down” the news as much as making it more user-friendly, and journalists who fail to do the latter are squandering their brief but real chances to invest new readers. By frontloading stories with complex details and insider jargon, they may only drive consumers back to the memes, soundbites, and fake news that became the shorthand of the last election.

Il Giornale, una non recensione

A casa mia, quando ero piccolo, mio padre leggeva il Giornale. Credo abbia iniziato a leggerlo ai tempi dell’Università quando Montanelli lo aveva fondato insieme ad un manipolo di giornalisti in fuga dal Corriere della Sera. Leggere Il Giornale all’università, in quegli anni, era qualcosa di più di una scelta di campo o di un gesto anticonformista: in certi casi era persino un pericolo, perché le vedette della democrazia erano pronte a muoverti contro le chiavi inglesi se ti sbucava da un cappotto – che non fosse un parka – un foglio inchiostrato con le parole di Montanelli, di Bettiza o di Biazzi Vergani.

Ha letto Il Giornale anche dopo Montanelli, con Feltri prima e Belpietro poi. Quando ero già grandicello, ricordo che in casa sia acquistava il primo Libero – probabilmente per via di Feltri; da molti anni ormai, anche mio padre si è stufato dei titoli gridati ed è passato a leggere abitualmente il Corriere: la domenica, quando solitamente ci vediamo per pranzo, discutiamo della pessima fattura del quotidiano di via Solferino, del troppo spazio dato al pettegolezzo, della grafica così così e della Lettura, che non soddisfa due voraci lettori di libri come noi.

Di mio, non mi capitava di tenere in mano una copia del Giornale da anni. Persino questa mattina, quando mi sono svegliato, mai mi sarei sognato di acquistarlo durante il mio abituale passaggio in edicola. È successo però che, prima di uscire di casa, abbia buttato un’occhiata alla rassegna stampa e visto che il titolo di prima del Giornale era «Tutto sulla Vasco spa». Il riferimento è al concerto di Modena dello scorso primo di luglio, un evento che – comunque la si pensi sull’artista Vasco Rossi – si è classificato come il più importante per la musica italiana degli ultimi 15 anni. Incuriosito dal titolo, e occupandomi nella mia vita professionale di questioni legate a quel grande carrozzone che è conosciuto come discografia italiana, ho pensato che sarebbe valsa la pena spendere un euro e mezzo e leggere quelle che il titolista mi aveva promesso essere straordinarie rivelazioni sull’azienda Vasco Rossi.

Ho acquistato Il Giornale, sono andato la lavoro, poi sono passato in Comune e infine, una volta ritornato a casa, mi sono immerso nella lettura. Due pagine interne, era promesso in prima. Con sgomento ho scoperto subito che una era dedicata alla questione più sinceramente noiosa del fine settimana: Bonolis e la sua conduzione dello speciale in diretta da Modena. L’altra, quella firmata da Camilla Conti e che prometteva di svelare tutto sulla «Vasco spa», non conteneva nulla in più delle righe di richiamo in prima:

Il concerto che ha mandato in briciole tutti i record. Anche quelli economici. Facciamo i conti in tasca a Vasco Rossi. Dodici milioni di incassi per il concertone del Modena park, altri sei milioni all’indotto del territorio per organizzare l’evento, cui vanno sommati anche i 700mila euro dei 48mila biglietti staccati nei 197 cinema dove è stato proiettato in diretta lo show. E poi ancora: i diritti tv, il merchandising, la raccolta pubblicitaria. La Vasco Rossi SpA sfiora i 36 milioni di euro. E solo per l’evento del 1° luglio. Tutto in una notte.

All’interno, dunque, non si citavano le somme dei diritti tv, del merchandising («affidato all’Universal»: capirai che notizia), della raccolta pubblicitaria. Quelle quattro righe di sopra erano solo allungate per raggiungere il numero di battute necessarie a fare la pagina, con la sola aggiunta del nome delle società che gestiscono gli immobili statunitensi di Vasco Rossi: probabilmente il lettore medio del Giornale è solleticato dall’indignazione delle proprietà immobiliari all’estero. Ne sono uscito che della Vasco Rossi spa, ammesso che esista, ne sapevo quanto prima (in verità, ne so persino più di quanto scritto sul Giornale). Evidentemente una stanca redazione domenicale, nel confezionare il numero del lunedì, ha pensato bene di buttare un’esca. Ho abboccato, segno che almeno questo ha funzionato.

Dal momento che avevo fatto l’acquisto, ho provato a sfogliare la copia del Giornale dalla prima pagina, alla ricerca di una notizia, di un approfondimento. Mi sono quindi imbattuto nel caso dell’albergo di Brescia, colpito da due ignote molotov perché avrebbe dovuto ospitare dei migranti. Titolo: «Arrivano altri profughi: molotov contro l’hotel». Ma come?, ho pensato, pare che i profughi non arriveranno affatto in quell’albergo di Brescia: La Stampa parla di un albergo che «avrebbe dovuto ospitare» dei profughi, idem Repubblica, mentre il Corriere si spinge più in là e scrive apertamente e senza condizionale che i profughi non arriveranno. In effetti anche l’articolo del Giornale, nell’ultimo capoverso, mette la pulce nell’orecchio del lettore: «La prefettura di Brescia è altrettanto pilatesca: “Era stata avanzata un’ipotesi di utilizzo, ma al momento nessun accordo è stato trovato tra la cooperativa che gestisce gli stranieri e i proprietari dell’albergo”». Il problema è trovarlo, però, un lettore di giornali che arrivi all’ultimo capoverso di un articolo lungo mezza pagina. L’importante è il titolo, no?.

Questa non vuole essere una recensione del Giornale; non ne ho né la qualità né l’autorevolezza per poterla fare. Solo una amara riflessione: quanto vorrei leggere un quotidiano di centrodestra che sia autorevole, che dia le notizie per come sono e non per come il lettore vorrebbe leggerle; che faccia approfondimenti interessanti, che mescoli l’alto con il basso, che dia opinioni forti e autorevoli, senza che resti l’impressione che le opinioni siano un po’ forzate per far passare una mezza idea, un mezzo concetto. Alla fine ringrazio il cielo per l’editoriale in prima pagina del direttore Sallusti, che insolitamente se la prende con Matteo Salvini (sul quotidiano della famiglia Berlusconi è pur sempre un buon segno per chi sogna un centro destra de-leghizzato), e per l’articolo di Giordano Bruno Guerri, piazzato nella sezione cultura, sul turismo italiano nella Libia del 1914.

Una volta questo giornale era Il Foglio di Giuliano Ferrara. Lettura insuperabile, amore della mia formazione. Non esiste più nemmeno quello.

Ciao, Foglio dei Fogli

Così, intorno alle cinque di una domenica pomeriggio, Giorgio Dell’Arti annuncia ai suoi amici di Facebook che quello di domani, lunedì 26 settembre 2016, sarà l’ultimo numero del Foglio dei Fogli, detto anche «Foglio rosa» (per via della carta color salmone), o «Foglio del lunedì» perché in quella particolare edizione esce solo il primo giorno della settimana e nulla ha a che vedere con il tradizionale quotidiano degli altri giorni.

Una doccia fredda. Il Foglio dei Fogli – resto affezionato alla prima denominazione – rappresenta un caso unico nel panorama editoriale quotidiano italiano: una raccolta – curata da Giorgio dell’Arti e dalla sua redazione – di quanto di meglio pubblicato nel corso della settimana precedente sulla stampa cartacea (e negli ultimi anni, web) italiana. Ma anche l’unico giornale nel quale un argomento, l’apertura di prima pagina, è raccontato al lettore con un particolare taglia e cuci del quale Dell’Arti e i suoi ragazzi sono diventati, negli anni, maestri e cerimonieri unici. Vittorio Feltri di Dell’Arti scrisse che era l’unico giornalista capace di raccontare in quattro pagine quello che il Corriere della Sera non riusciva a fare in quaranta. Niente di più vero.

Del Foglio dei Fogli ricordo anche la colonna dei delitti, dove i casi di cronaca sono riscritti come con stile asciutto e senza l’uso di inutili aggettivi (una raccolta, incompleta, la trovate nel formidabile Coro degli assassini e dei morti ammazzati, uscito anni fa per i tipi di Marsilio). Proprio i «delitti» sono diventati, con gli anni, la prima cosa che leggo il lunedì mattina, nonché una palestra e un corso di giornalismo insieme. Se riesci a raccontare un caso di cronaca nera alla maniera dellartiana, significa non solo che sei un buon giornalista ma anche che potremmo fare a meno di giornali che tutti i giorni escono con quaranta pagine. Purtroppo pochi ne sono capaci.

Sono affezionato al Foglio e lo sono al Foglio dei Fogli. Perché era proprio lunedì la prima volta che ho acquistato il quotidiano allora diretto da Giuliano Ferrara. Era lunedì quando lessi un annuncio nel quale Giorgio dell’Arti scriveva di avere «bisogno di una mano». Fu il lunedì successivo quando mi chiamò una sua redattrice per propormi di collaborare alla revisione delle biografie che avrebbero dovuto comporre l’edizione 2016 del Catalogo dei viventi e che nel frattempo hanno trovato spazio sul sito di storia Cinquantamila.it, diretto dallo stesso Dell’Arti.

Non so quali siano i piani di Claudio Cerasa a partire da lunedì 3 ottobre. Oggi non mi interessano. Il Foglio dei Fogli era un raro esemplare di giornalismo di qualità, dove la qualità risiedeva nel sapere come e in che modo combinare quanto di buono la stampa italiana ancora produce, nonostante tutto. Il Foglio dei Fogli è stato per vent’anni – compiuti di recente – quel selezionatore del flusso informativo di cui oggi tutti gli esperti di mass media si riempiono la bocca. Era e non c’è più.

Un caro saluto.

Distrazioni e altre cose dei tempi moderni.

andrew sullivan

Andrew Sullivan, con un articolo pubblicato sul New York Times Magazine, ritorna sui motivi che l’hanno fatto smettere di punto in bianco di curare il Daily Dish ormai oltre un anno e mezzo fa. Per la prima volta, cosa che non fece nemmeno nel blog di commiato ai suoi lettori, racconta i veri motivi che l’hanno spinto alla scelta:

If the internet killed you, I used to joke, then I would be the first to find out. Years later, the joke was running thin. In the last year of my blogging life, my health began to give out. Four bronchial infections in 12 months had become progressively harder to kick. Vacations, such as they were, had become mere opportunities for sleep. My dreams were filled with the snippets of code I used each day to update the site. My friendships had atrophied as my time away from the web dwindled. My doctor, dispensing one more course of antibiotics, finally laid it on the line: “Did you really survive HIV to die of the web?”

Attraverso il racconto dei dieci giorni passati alla Insight Meditation Society di Barre, Massachussets, Sulivan arriva ad una conclusione amara sull’epoca delle enormi distrazioni che tutti stiamo vivendo. Una conclusione che, se ci pensiamo, può persino apparire banale nelle sue motivazioni. La speranza è che, arrivando da quel pulpito da cui arriva, il messaggio riesca a passare. Pur tra le mille distrazioni cui siamo sottoposti:

There are books to be read; landscapes to be walked; friends to be with; life to be fully lived. And I realize that this is, in some ways, just another tale in the vast book of human frailty. But this new epidemic of distraction is our civilization’s specific weakness. And its threat is not so much to our minds, even as they shape-shift under the pressure. The threat is to our souls. At this rate, if the noise does not relent, we might even forget we have any.

Gli editor editano

editor bild

Mi ero perso questo vecchio pezzo di Hamilton Nolan apparso sull’ormai defunto Gawker. Tema: contro gli editor nel giornalismo. Svolgimento: non è che il lavoro dell’editor non sia necessario, anzi; solo che il giornalismo non è un fatto di quantità (tanti editor), ma di qualità (una buona storia e, magari, un solo editor).

Per le dinamiche del giornalismo italiano – carteceo e non – attuale, forse non si comprende in pieno il motivo dell’articolo: quale newsmagazine o sito web italiano, oggi, ha più di un editor per storia? Pensate però al New Yorker, che Nolan definisce come una delle pubblicazioni «più pesantemente editate» che esistano: lì una storia passa di mano in mano, di revisione in revisione, di junior editor in senior editor. Nolan propone un esperimento, che voglio archiviare qui perché può essere buono in futuro: prendi una storia già pubblicata sul New Yorker, e cioè una storia che è già passata attraverso numerosi editor, vai da un editor e digli che si tratta di una bozza:

I guarantee you that that editor will take that story—well-polished diamond that it presumably is—and suggest a host of changes. Rewrite the story to the specifications of the new editor. Then take it to another editor, and repeat the process. You will find, once again, that the new editor has changes in mind. If you were a masochist, you could continue this process indefinitely. You would never find an editor who read the story, set down his pencil, and said, “Looks fine. This story is perfect.” This is because editing is an art, not a science. To imagine that more editors will produce a better story is akin to imagining that a song by your favorite band would be better if, after the band finished it, it was remixed by a succession of ten producers, one after the other. Would it be different? Yes. Would it be better? I doubt it. The only thing you can be sure of is that it would not be the song that the actual musicians wanted it to be.

Il rischio che paventa Nolan, in conclusione, è molto semplice. Se un’industria si riempie di figure intermedie (gli editor), queste devono continuamente giustificare la loro presenza producendo qualcosa, anche quando quel qualcosa non è richiesto: «Un editor che legge una storia e decide che va bene è un editor che non sta dimostrando di essere necessario». Gli editor editano, insomma.

I tempi all’imperfetto.

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Cronaca di provincia, presa direttamente da un verbale dei Carabinieri e pubblicata su un giornale – oppure: sul come si dovrebbe scrivere un articolo di cronaca nera. L’articolo non è firmato, e il dubbio ci rimarrà per sempre.

Copio-incollo dal sito web della Provincia di Crema:

PANDINO – Verso le ore 19 di giovedì 4 febbraio, nella frazione di Nosadello, un ignoto malfattore entrava nella farmacia parzialmente travisato da una sciarpa e, impugnando un grosso coltello, minacciava la farmacista urlandogli di consegnare tutto il denaro custodito nel registratore di cassa. La donna, in quel momento sola e spaventata, temendo una reazione violenta del rapinatore, apriva il registratore e consegnava l’incasso della giornata, pari a circa 1.300 euro, in banconote di vario taglio. Il malfattore riponeva il denaro nella tasca del giubbino e scappava via. La fuga non è sfuggita ad un passante che si avvicinava all’ingresso della farmacia e notava che era appena stata consumata una rapina. Immediatamente allertava la centrale operativa dei carabinieri di Crema che raccolta la testimonianza inviava tempestivamente sul posto alcuni equipaggi, fornendo loro una descrizione del soggetto e la direzione di fuga. La pattuglia dei carabinieri di Pandino che si trovava poco distante, subito si poneva alla ricerca del rapinatore lungo la strada che da quella località portava verso Pandino, chiedendo lungo il tragitto, ad alcuni passanti, se avevano notato il rapinatore. Uno di questi, in base alla descrizione ricevuta, forniva una ulteriore importante informazione circa il soggetto che stava scappando con una bicicletta tipo BMX di colore bleu. Tale elemento permetteva di affinare la ricerca del fuggiasco, riuscendo a scorgerne la presenza dopo circa un chilometro nei pressi di un cimitero ed effettivamente stava viaggiando su una bici del genere. Bloccato, veniva riconosciuto dai carabinieri in quanto soggetto già gravato da altri precedenti penali per reati contro il patrimonio. In tasca aveva ancora tutto il denaro asportato, ma non il coltello. L’intervento di altri carabinieri permetteva di rinvenire l’arma (un grosso coltello da cucina) gettato via nel piazzale adiacente alla farmacia, dal rapinatore in fuga. L’uomo, il 37enne A.G. di Pandino, tossicodipendente, veniva arrestato per rapina a mano armata e denunciato per il furto della bicicletta asportata poco prima ad un vicino condomino. La Procura di Cremona, visti i gravissimi indizi di responsabilità emersi a suo carico, disponeva l’immediata traduzione in carcere dell’arrestato. Il denaro e la bicicletta venivano restituiti alle parti offese.

La buona scrittura, la buona lettura.

buona scrittura

Sulla Lettura del Corriere della Sera [04.10.2015, p.13] il politologo e costituzionalista Michele Ainis, all’interno di un articolo che vorrebbe indagare la verbosità della legge (Senza leggerezza la legge non si legge), scrive un paragrafo delizioso su cosa debba essere la scrittura, per chi la fa e per chi legge. Annoto qui.

La buona scrittura, dalla quale scaturisce poi una buona lettura, è sempre leggera, aerea. Scrivere è sottrazione di peso, e infatti uno scrittore si distingue dal suo cestino dei rifiuti. Scrivendo, espelli verso il fuori il vortice d’idee che ti frulla nel di dentro, ma quando l’hai fissato sulla carta devi poi limare, cancellare, devi impugnare un paio di forbici da pota. Perché il primo aggettivo che stai adoperando è quasi sempre pure il più banale, è una parola resa logora dall’uso. E perché in genere gli aggettivi sono troppi, oppure si ripetono rendendo inelegante il tuo fraseggio. Ma la prima bonifica devi farla tu stesso, e devi farla prima ancora di incominciare a scrivere. Devi liberarti dell’erudizione che appesantisce il pensiero, che zavorra la fantasia. Devi conoscere ciò di cui stai parlando, ma al contempo devi essere capace di dimenticarlo, di ignorare quanto già consoci. Altrimenti sarai un megafono di cose risapute, e il megafono è una fonte di rumore, è peso sonoro che sovastra gli altri suoni.

La rivincita della copertina.

newsstand
Nel digitale, la prima pagina di un giornale sembra perdere sempre di più importanza; del resto, ormai, inizia a essere marginale anche la home page di un sito internet di notizie, visto che quasi nessuno passa più da lì ed è stato affidato ai social network il compito di fare da ‘buttadentro’ alle notizie. Caso diverso per la copertina di un magazine, come fa notare Catherine Taibi in un post pubblicato sullo Huffington Post americano che celebra la rivincita delle copertine:

In the digital age, the magazine cover has become a separate entity, no longer necessarily attached to the rest of the magazine. Digital did for the magazine cover what it did for articles — it gave them a life of their own. Many readers, for instance, will encounter a cover on Facebook, Instagram or Twitter long before they see it in print, extending its reach with every “like” and share. Indeed, cover images are getting into the hands of readers faster than ever before. While digital media seems to be making the newspaper “front page” less and less important, the opposite is true of the magazine cover.

I magazine hanno vissuto un rapporto contrastato con i tablet. Se il loro avvento era stato visto dai più come un’ancora di salvezza per l’editoria (allo stesso modo in cui l’iPod lo fu per la musica), nei fatti non tutto è filato come nelle intenzioni dell’industria editoriale. I magazine faticano ad essere letti su un tablet. Ci sono molti e validi motivi per questo, in primis gli investimenti che le aziende editoriali non hanno fatto per creare delle edizioni ‘digital only’ dei rispettivi cartacei che creassero un valore aggiunto e non fossero solo delle repliche in PDF di quanto si trova già in edicola. Ma credo che ci sia anche un altro aspetto, ed è il motivo per cui i magazine soffrono forse meno la crisi di sistema che ha colpito l’editoria degli ultimi anni: il piacere di una lettura che vada oltre l’informazione. Quando ho in mano il Corriere della Sera voglio informarmi; lo leggo anche se è stropicciato, del resto mi interessa soprattutto la notizia. Quando ho in mano il New Yorker, o qualunque altra pubblicazione periodica, voglio informarmi ma allo stesso tempo provo un certo piacere fisico — tattile, di profumo della carta, visivo — nel farlo. La copertina di una rivista, in tutto questo, rimane un punto fermo. Spiega Taibi:

In the ethereal world of digital media, printed magazines continue to offer something concrete, a tangible representation of a collaboration between editors, artists, designers and writers. And nothing embodies this collaboration like the magazine cover, which remains one of the modern age’s most widely consumed pieces of public art.

Oggi, la copertina più che mai dev’essere pensata per la carta, ma deve circolare massivamente sulla rete. Deve diventare, insomma, virale:

The Internet allows magazines to be distributed farther than ever before. And unlike in print, it doesn’t just stop at your doorstep and build up beside your bed. With its own URL, tweets and retweets, sharing on Facebook — the cover keeps going. And going.In other words, the Internet is giving magazine covers something they never had before: the ability to go viral.

Il rischio maggiore è non correggere.

Si parla spesso di giornalismo, di giornalismo sbagliato, di errori e di errori mai commessi. Il giornalista John S. Carroll ha tenuto un discorso ampio sullo stato di questi errori e, in parte, su come molti elementi interni al giornalismo stiano rovinando il giornalismo stesso e il suo significato più intrinseco. Il discorso è stato pubblicato, in versione parzialmente rivista, sul Los Angeles Times.

A proposito di errori, Carroll mette in guardia da un rischio maggiore del farli: il non correggerli.

Every fact a newspaper publishes goes into a database. So do the errors. A good newspaper corrects those errors and appends the corrections to the original stories, so that the errors are not repeated. Thus we keep the river clean. Last year at the Los Angeles Times, we published 2,759 corrections. Some of you may be shocked that a newspaper could make so many mistakes. Others may be impressed that the paper is so assiduous in correcting itself.

(Apro una parentesi: negli Stati Uniti il giornalismo ha un significato leggermente diverso, se non negli intenti almeno nelle modalità, rispetto a quello che ha da noi. O almeno sembra. Perché fa effetto, ad un certo punto, leggere che Carroll ha deciso di diventare giornalista per via di una certa «informalità» del mestiere: «Unlike doctors, lawyers or even jockeys, journalists have no entrance exams, no licenses, no governing board to pass solemn judgment when they transgress». Chiusa la parentesi)

L’aggregazione di contenuti duecento anni fa

aggregazione di contenuti

L’aggregazione di contenuti, le ‘listicles‘, la rielaborazione di articoli apparsi altrove non sono un’invenzione di Internet, ma una pratica che esisteva già sui quotidiani americani del Diciannovesimo Secolo. È quanto ha spiegato Ryan Cordell, professore alla Northeastern University, in uno speech tenuto al Mit.

Analizzando i giornali presenti nell’emeroteca della Library of Congress, Cordell e il suo team hanno scoperto che le abitudini del giornalismo di allora non erano così differenti da quelle di oggi. E hanno trovato esempi di liste e articoli sugli argomenti più bizzarri pubblicate già due secoli fa: le dimensioni dei laghi degli Stati Uniti, la durata della vita delle specie animali, le diverse qualità di pomodori. Tutta roba che potremmo tranquillamente vedere condivisa oggi sulle bacheche Facebook dei nostri amici.

Spiega Joseph Lichterman sul sito del Nieman Journalism Lab, un ente che è tra i più determinati a spiegare il giornalismo di oggi e le sue derive future, che era molto comune per i giornali del Diciannovesimo secolo l’aggregazione dei contenuti, la ripubblicazione di poemi o estratti da racconti e anche la creazione liste originariamente pubblicate altrove. Una pratica simile a quella che succede col giornalismo di oggi, soprattutto ma non solo online, dove la forma dell’aggregazione dei contenuti o della rielaborazione di storie apparse su altre testate è tra le più comuni.

Oggi con Internet è tutto molto facile. Allora, ha spiegato Cordell nella sua ricerca, i giornalisti erano abbonati a molti giornali e ritagliavano da essi tutto ciò che trovavano interessante, rilevante o semplicemente che ricoprivano uno spazio rimasto bianco nella pagina:

Molti dei giornali del 1800 erano fatti principalmente di contenuti presi da altri giornali. Erano più aggregatori che produttori di contenuti originali. E spesso erano editati da uno staff molto ristretto, e alcuni studiosi hanno dimostrato come fu proprio questa aggregazione a permettere la diffusione rapida dei giornali che avvenne nel Diciannovesimo secolo, poiché grazie ad essa non ci si doveva preoccupare di creare interamente il prodotto.

Uno dei principali problemi dell’aggregazione, ora come allora, è quella della corretta attribuzione delle fonti. Così come oggi non è difficile perdersi nel mare magnum delle notizie prese dalla rete — spesso quella che noi riteniamo una fonte principale, un produttore di contenuti, è invece una rielaborazione di un’altra fonte — e attribuire in modo scorretto (o, spesso, non attribuire affatto), anche in quegli anni sono capitati grandi svarioni. Che hanno poi finito per creare delle sorte di ‘falsi storici’. Cordell e il suo team hanno infatti scoperto che un giornale locale, il New Orleans Crescent, nell’edizione del 16 agosto del 1868 aveva pubblicato il racconto The Children dello scrittore americano Charles M. Dickinson, un testo peraltro non inedito ma già apparso in varie antologie, attribuendolo però al quasi omonimo scrittore inglese Charles Dickens. In breve tempo il testo fu ripreso da altri giornali, che in larga parte non verificarono la fonte e continuarono ad attribuirlo a Dickens. Tanto che l’indomani della morte dello scrittore inglese non era raro trovare il racconto ripubblicato con l’indicazione che il testo era stato trovato «postumo alla morte tra le carte dello scrittore».