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Prendimi l’anima ma ridammi la radio.

È interessante la riflessione di Nicola Campogrande, chiamato sulla «Lettura» del Corriere della Sera [8.01.2017 p. 6] a delineare una soluzione per tirare fuori la musica dalla crisi in cui si è infilata. Il compositore auspica il ritorno ad un ascolto consapevole, tramite «un nuovo modo per ascoltare musica riprodotta». Credo si tratti di una provocazione: la facilità con cui chiunque, oggi, può ascoltare e riprodurre tutta la musica del mondo non rende di certo necessario un nuovo mezzo di riproduzione.

Scrive Campogrande – e mi trovo d’accordo con lui:

le abitudini che le generazioni precedenti hanno perfezionato e si sono tramandate, abitudini apparentemente scontate, ovvie – togliere un disco dalla propria confezione, inserirlo in un apposito apparecchio, avviare la riproduzione, sedersi davanti agli altoparlanti, in ascolto… – non fanno più parte del nostro modo di vivere.

La questione, dunque, non è tanto quella di trovare un nuovo modo per ascoltare musica, quanto quella di riscoprire un vecchio modo di ascoltarla. Cambia la preposizione, e con essa tutto il concetto. Siamo consapevoli che l’abbondanza di musica in cui viviamo si accompagna alla perdita di concentrazione nei confronti della musica; e siamo d’accordo con Campogrande nel dire che, tra tutte le arti, la musica è quella che sembra maggiormente pagare questa abbondanza: perché «molti di noi hanno scrivanie e comodini invasi da libri ma non per questo [abbiamo] smesso di leggerli», come la disponibilità di cineteche per lo più sterminate «non ci impedisce certo di sceglier[e un film] e di vederlo», ma sicuramente molti di noi ascoltano la musica in maniera più distratta, passiva.

Siamo passati dall’era del walkman e dell’ascolto individuale e solitario, esasperata poi con l’avvento della musica smaterializzata dal suo formato fisico, all’era dell’ascolto liquido e portatile ma nuovamente condiviso, come succedeva con i ghettoblaster nei Settanta e Ottanta, oggi sostituiti da gracchianti casse senza fili collegate ad apparecchi telefonici che suonano musica scadente (almeno nella qualità) presa da YouTube. Agli occhi dei più, l’avere tutta la musica a disposizione ci ha ulteriormente allontanati dall’ascolto ragionato. Si può sentire un disco in metropolitana con le cuffie mentre si torna dal lavoro, o sentirlo con gli amici in mezzo alla strada, perdendo ogni sfumatura nelle chiacchiere e nel rumore del traffico; ma si potrebbe anche ascoltare lo stesso disco a casa: mentre si fa altro, certo, oppure deeicandogli tutta l’attenzione necessaria.

Temo tuttavia che quanto scrive Campogrande sia in qualche modo viziato da un vecchio adagio, spesso scomodato nei confronti dell’overdose informativa di oggi: abbiamo perso il piacere delle cose, seguiamo tutto ma non riusciamo più ad appassionarci — e dunque a comprendere — nulla. Per rimanere nel campo musicale: una volta, quando si scartavano i dischi e li si metteva sul piatto (o nel cassettino del cd), la musica era ascoltata più attentamente. La mia domanda è: ma siamo proprio sicuri? Pensiamoci bene: forse un tempo quel disco era ascoltato più volte, perché lo si era pagato caro oppure perché non c’era la possibilità di saltellare dentro sterminate collezioni di musica come possiamo fare oggi. Ma averlo ascoltato più volte non significava averlo ascoltato meglio. Il walkman nelle orecchie sui mezzi pubblici garantiva la stessa attenzione all’ascolto che garantiscono oggi gli auricolari collegati all’iPhone. La musica ad alto volume nell’autoradio della macchina non faceva cogliere più passaggi o più sfumature di quante (non) ne faccia cogliere la cassa wireless al parcheggio dove si ritrovano le compagnie di ragazzini. L’ascolto in casa, tramite sistemi di riproduzione diffusi per tutte le stanze, non significa certo mettersi davanti ad un impianto stereo — o davanti ad un computer, indossando le cuffie — e entrare a fondo nella musica. Quella che manca, oggi come allora, è l’abitudine all’ascolto; un’abitudine che però non si forma se non c’è qualcuno che fornisca gli strumenti adatti a crearla. Qualcuno ha soprannominato questa abitudine «slow listening», abbinandola allo slow food o ad altre mode slow e creandogli attorno persino un movimento: ma l’argomento è di quelli interessanti, tanto che in rete si trova anche qualche tesi di laurea a riguardo. Forse, l’unica differenza tra ieri e oggi è che ieri c’era almeno la critica, rappresentata soprattutto dalla stampa musicale, mentre oggi — forse — è venuto meno anche questo importante filtro (o si è trasformato in altro) e tutto è stato demandato ad Internet, il luogo dove forse la critica è morta perché tutti siamo diventati critici (del resto il dibattito su questo tema va avanti da anni, come testimoniano alcuni articoli più o meno recenti).

Sono proprio quelli come Campogrande che hanno dunque un ruolo fondamentale nell’educare le persone ad ascoltare (ancora) la musica. Per questo, di tutto il bel pezzo che ha scritto per l’inserto del Corriere, non mi è piaciuto nemmeno un po’ il finale:

Fino ad allora, a malincuore, continueremo a lasciare che la musica scorra in sottofondo. Aspettando tempi migliori.

Perché è un finale che sa di resa, di denuncia, di critica ma poco di autocritica. Forse, invece, converrebbe rimboccarsi le maniche, organizzare delle serata di ascolto nei luoghi pubblici, nelle biblioteche, nei posti dove si fa cultura, a casa propria con gli amici o in solitaria. Organizzarle chiamando persone in grado non di inculcare la bellezza di questo genere o di quel disco, ma di offrire gli strumenti per contestualizzare ciò che il pubblico sta ascoltando, per confrontarlo con altri dischi, con ciò che è stato prima e ciò che sarebbe venuto dopo. Per dargli un valore critico, ma senza commettere l’errore di darlo solo ad un certo tipo di musica: altrimenti continuiamo — dopo quarant’anni da quando all’estero i popular music studies sono entrati nelle università — a fare come Quirino Principe che — del tutto in buona fede — spiega ai bambini la musica dividendola in «forte» (la classica) e «debole» (tutto il resto) ma, giura il critico, non c’è alcun disprezzo per la musica debole, purché vi ricordiate che la potete ascoltare solo grazie alla forza, alla libertà e alla felicità che vi ha dato la musica forte [la Domenica, 8.01.2017 p.31].

Se riusciamo tutti a fare questo sforzo (certo iniziando anche dall’ascolto personale), sono certo che tutta la discografia del mondo a disposizione di un click sarà un valore aggiunto anche per la musica, non solo per i libri o per il cinema.

Se poi posso consigliare un disco con il quale iniziare a fare l’esercizio di un ascolto attendo e concentrato: eccolo. Lo consiglio anche a Campogrande, se già non lo conosce.

Gli stati generali per un nuovo giornalismo musicale italiano.

Oggi su Bastonate la giornalista Chiara ha pubblicato il pomposo manifesto del (ma forse era meglio per un nuovo) giornalismo musicale italiano. E cioè una serie di riflessioni — di impegni, soprattutto — frutto di una sua analisi (immagino condivisa almeno con Francesco che la ospita) su come dovrebbe essere il giornalismo, e in particolare quello musicale, italiano.

Un insieme di buone indicazioni, messe giù con la consapevolezza di non essere come quelle barbose e vagamente moralizz-atorie/anti che si leggono spesso sui siti più in del giornalismo moderno italiano e che vorrebbero dettare l’agenda su come si debbano fare, là fuori, i giornali.

Due, tra le tante e quasi tutte ottime e condivisibili riflessioni, mi sembrano degne di nota. La prima, fin troppo banale tanto da sembrare ancora più banale riportarla qui, è questa:

Respingiamo l’utilizzo compulsivo di Wikipedia come unica fonte per la pur necessaria attività del controllo delle fonti, quando non addirittura unica base per scrivere articoli. Ci impegnamo invece a fornire la nostra professionalità a Wikipedia e ad altri siti analoghi per integrare schede lacunose, errate o scarsamente documentate e obiettive.

Temo che verrà immediatamente disattesa da quelli che ancora seguono il manifesto del vecchio giornalismo musicale italiano. O del giornalismo italiano in genere — ma secondo me, anche un po’ del giornalismo non italiano. Sarebbe già un ottimo successo se i giornalisti italiani (tra i quali quelli musicali, spesso, nemmeno appartengono alla categoria secondo i canoni tradizionali dell’albo) smettessero di seguire Wikipedia; o imparassero, almeno, a fiutare le tante cose sbagliate che dentro sono scritte. Pretendere addirittura che, spinti dal sacro fuoco della completezza e del non lasciare in giro per il mondo errori o tracce di errori, si mettano a correggere le voci, a segnalare inesattezze o ad aggiungere la farina del loro sacco è pura utopia. Per questo la trovo una buona idea: nel mio piccolo, già mi incazzo a morte quando i database musicali contributivi che ci sono in rete sono pieni di errori, e passo ore che tolgo ad altre faccende indubbiamente più interessanti, a farmi venire il mal di schiena nel ricopiare dai booklet le informazioni corrette da mandare.

La seconda buona intenzione che mi è saltata all’occhio, e che mi sembra già più fattibile della questione di Wikipedia, è quella che va a toccare il tasto dolentissimo delle recensioni:

invitiamo tutti i direttori e i colleghi del settore musicale a fare un passo indietro sulla quantità di recensioni proposte e pubblicate e sui voti a esse assegnati: consideriamo di diminuire la quantità delle stesse a favore di un’analisi più approfondita, che si traduce in una lunghezza maggiore e in un maggiore dettaglio nel racconto e nella spiegazione di quanto ascoltato.

Siamo tutti d’accordo su una cosa: le recensioni, soprattutto quelle che appaiono sulla stampa di settore italiana, così come sono non servono a nessuno. Ho il sospetto che non servano più nemmeno allo scopo per cui ancora le vediamo stampate: fare un favore all’artista/etichetta/distributore che poi si offende e non ti compra più lo spazio pubblicitario (o, nel caso dell’amicizia, ti toglie il saluto). Nelle recensioni il lettore vorrebbe leggere come suona il disco; e, se possibile, vorrebbe leggerlo all’interno di un discorso articolato, ben contestualizzato, che faccia i riferimenti giusti o che abbia abbastanza spazio per permettere a chi scrive di spiegare meglio quei riferimenti che ad una prima lettura possono non apparire corretti. L’ho scritto anche recentemente: mi è capitato, su una delle riviste di punta dell’editoria indipendente musicale italiana, di leggere una recensione — per giunta nella sezione che ospita ristampe o musiche dagli archivi — in cui un decano del giornalismo musicale italiano scriveva nulla del disco, o del perché della ristampa e in cosa questa differiva dalla prima edizione, ma si limitava a fornire note biografiche dell’interprete (o degli interpreti, forse era un gruppo: nemmeno mi ricordo più). La recensione di un lavoro, cioè, era stilisticamente equiparabile ad una didascalia del Postalmarket; con l’aggravante che, a differenza del noto catalogo di vendita per corrispondenza, non c’erano cenni sulla qualità del prodotto stesso — né in negativo né in positivo, s’intende. Una roba tipo: 40 anni fa c’erano tizi, all’epoca contemporanei dei caii, oggi la pincopallo ha ristampato i loro demo.
La causa di tutto questo, per spezzare mezza lancia, sono anche gli ascoltatori — siamo anche noi. Che abbiamo la smania di completezza, di ascolto compulsivo, di aumento del numero di uscite valutate su Rateyourmusic. Ascoltiamo distrattamente e, anche per questo, non ci rendiamo conto delle recensioni scritte con i piedi: ci fermiamo al titolo del disco, che subito cerchiamo tra i blog salvati nei preferiti nella speranza sia già uscito un link.

Io non so chi sia Chiara. Non so se questa idea degli stati generali del giornalismo musicale da fare via mail sia un’idea vincente, o dove porterà. So solo che quello che ha scritto è condivisibile anche nelle virgole. Persino nei fastidiosissimi cancelletti (#) prima dei titoli con i quali introduceva le sue riflessioni.