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Appunti di Caren Lissner per chi volesse fare giornali e giornalismo:

Despite the increasingly complex and crucial stories dotting the national landscape—health insurance policy, North Korea, immigration, Syria—many daily newspapers and wire services are failing to include even a sentence of background early in their stories to give readers the tools to slide further into a complicated issue. It used to be traditional to include at least a “nut graph” soon after a lead in order to orient a reader, but these clarifications and history have been absent from the cover stories I’ve read in major daily papers. I’m not talking about “dumbing down” the news as much as making it more user-friendly, and journalists who fail to do the latter are squandering their brief but real chances to invest new readers. By frontloading stories with complex details and insider jargon, they may only drive consumers back to the memes, soundbites, and fake news that became the shorthand of the last election.

Il Giornale, una non recensione

A casa mia, quando ero piccolo, mio padre leggeva il Giornale. Credo abbia iniziato a leggerlo ai tempi dell’Università quando Montanelli lo aveva fondato insieme ad un manipolo di giornalisti in fuga dal Corriere della Sera. Leggere Il Giornale all’università, in quegli anni, era qualcosa di più di una scelta di campo o di un gesto anticonformista: in certi casi era persino un pericolo, perché le vedette della democrazia erano pronte a muoverti contro le chiavi inglesi se ti sbucava da un cappotto – che non fosse un parka – un foglio inchiostrato con le parole di Montanelli, di Bettiza o di Biazzi Vergani.

Ha letto Il Giornale anche dopo Montanelli, con Feltri prima e Belpietro poi. Quando ero già grandicello, ricordo che in casa sia acquistava il primo Libero – probabilmente per via di Feltri; da molti anni ormai, anche mio padre si è stufato dei titoli gridati ed è passato a leggere abitualmente il Corriere: la domenica, quando solitamente ci vediamo per pranzo, discutiamo della pessima fattura del quotidiano di via Solferino, del troppo spazio dato al pettegolezzo, della grafica così così e della Lettura, che non soddisfa due voraci lettori di libri come noi.

Di mio, non mi capitava di tenere in mano una copia del Giornale da anni. Persino questa mattina, quando mi sono svegliato, mai mi sarei sognato di acquistarlo durante il mio abituale passaggio in edicola. È successo però che, prima di uscire di casa, abbia buttato un’occhiata alla rassegna stampa e visto che il titolo di prima del Giornale era «Tutto sulla Vasco spa». Il riferimento è al concerto di Modena dello scorso primo di luglio, un evento che – comunque la si pensi sull’artista Vasco Rossi – si è classificato come il più importante per la musica italiana degli ultimi 15 anni. Incuriosito dal titolo, e occupandomi nella mia vita professionale di questioni legate a quel grande carrozzone che è conosciuto come discografia italiana, ho pensato che sarebbe valsa la pena spendere un euro e mezzo e leggere quelle che il titolista mi aveva promesso essere straordinarie rivelazioni sull’azienda Vasco Rossi.

Ho acquistato Il Giornale, sono andato la lavoro, poi sono passato in Comune e infine, una volta ritornato a casa, mi sono immerso nella lettura. Due pagine interne, era promesso in prima. Con sgomento ho scoperto subito che una era dedicata alla questione più sinceramente noiosa del fine settimana: Bonolis e la sua conduzione dello speciale in diretta da Modena. L’altra, quella firmata da Camilla Conti e che prometteva di svelare tutto sulla «Vasco spa», non conteneva nulla in più delle righe di richiamo in prima:

Il concerto che ha mandato in briciole tutti i record. Anche quelli economici. Facciamo i conti in tasca a Vasco Rossi. Dodici milioni di incassi per il concertone del Modena park, altri sei milioni all’indotto del territorio per organizzare l’evento, cui vanno sommati anche i 700mila euro dei 48mila biglietti staccati nei 197 cinema dove è stato proiettato in diretta lo show. E poi ancora: i diritti tv, il merchandising, la raccolta pubblicitaria. La Vasco Rossi SpA sfiora i 36 milioni di euro. E solo per l’evento del 1° luglio. Tutto in una notte.

All’interno, dunque, non si citavano le somme dei diritti tv, del merchandising («affidato all’Universal»: capirai che notizia), della raccolta pubblicitaria. Quelle quattro righe di sopra erano solo allungate per raggiungere il numero di battute necessarie a fare la pagina, con la sola aggiunta del nome delle società che gestiscono gli immobili statunitensi di Vasco Rossi: probabilmente il lettore medio del Giornale è solleticato dall’indignazione delle proprietà immobiliari all’estero. Ne sono uscito che della Vasco Rossi spa, ammesso che esista, ne sapevo quanto prima (in verità, ne so persino più di quanto scritto sul Giornale). Evidentemente una stanca redazione domenicale, nel confezionare il numero del lunedì, ha pensato bene di buttare un’esca. Ho abboccato, segno che almeno questo ha funzionato.

Dal momento che avevo fatto l’acquisto, ho provato a sfogliare la copia del Giornale dalla prima pagina, alla ricerca di una notizia, di un approfondimento. Mi sono quindi imbattuto nel caso dell’albergo di Brescia, colpito da due ignote molotov perché avrebbe dovuto ospitare dei migranti. Titolo: «Arrivano altri profughi: molotov contro l’hotel». Ma come?, ho pensato, pare che i profughi non arriveranno affatto in quell’albergo di Brescia: La Stampa parla di un albergo che «avrebbe dovuto ospitare» dei profughi, idem Repubblica, mentre il Corriere si spinge più in là e scrive apertamente e senza condizionale che i profughi non arriveranno. In effetti anche l’articolo del Giornale, nell’ultimo capoverso, mette la pulce nell’orecchio del lettore: «La prefettura di Brescia è altrettanto pilatesca: “Era stata avanzata un’ipotesi di utilizzo, ma al momento nessun accordo è stato trovato tra la cooperativa che gestisce gli stranieri e i proprietari dell’albergo”». Il problema è trovarlo, però, un lettore di giornali che arrivi all’ultimo capoverso di un articolo lungo mezza pagina. L’importante è il titolo, no?.

Questa non vuole essere una recensione del Giornale; non ne ho né la qualità né l’autorevolezza per poterla fare. Solo una amara riflessione: quanto vorrei leggere un quotidiano di centrodestra che sia autorevole, che dia le notizie per come sono e non per come il lettore vorrebbe leggerle; che faccia approfondimenti interessanti, che mescoli l’alto con il basso, che dia opinioni forti e autorevoli, senza che resti l’impressione che le opinioni siano un po’ forzate per far passare una mezza idea, un mezzo concetto. Alla fine ringrazio il cielo per l’editoriale in prima pagina del direttore Sallusti, che insolitamente se la prende con Matteo Salvini (sul quotidiano della famiglia Berlusconi è pur sempre un buon segno per chi sogna un centro destra de-leghizzato), e per l’articolo di Giordano Bruno Guerri, piazzato nella sezione cultura, sul turismo italiano nella Libia del 1914.

Una volta questo giornale era Il Foglio di Giuliano Ferrara. Lettura insuperabile, amore della mia formazione. Non esiste più nemmeno quello.

Ci si era un tantino sbagliati.

Io capisco e faccio mia l’indignazione (giovane o giovanilistica come devono essere le indignazioni) di chi si è accorto che i giornali, dopo aver riempito stanche pagine estive con un’emergenza droga che stroncherebbe i giovani nelle discoteche, hanno ora relegato in un boxino a pagina 43 la notizia che, almeno in un caso, la droga non c’entrava affatto ma ad uccidere un giovane all’interno di una discoteca secondo l’autopsia sarebbe stata una malformazione congenita e asintomatica al cuore.

Però mi chiedo perché quando un qualsiasi altro mostro viene sbattuto in prima pagina (cit.) – intendo un politico, un banchiere, un extracomunitario, una persona disagiata, quello che volete – e poi il mostro si dimostra (ops) del tutto innocente; e dopo le paginate in cui lui, la sua famiglia, le sue amicizie, le sue relazioni e, soprattutto, la sua reputazione, sono stati irrimediabilmente compromesse, e la notizia dell’innocenza è relegata allo stesso box posizionato nella stessa pagina in fondo alla foliazione, e la grancassa mediatica non batte più quando invece dovrebbe battere più sonora e più forte di prima – quando succede questo, e cioè non c’è di mezzo un giovane, il divertimento, lo sballo (la cui cultura per fortuna esiste,  non raccontateci il contrario) mi chiedo perché i frequentatori dei social network anziché indignarsi della mostrificazione contribuiscano alla stessa con post indignati prodotti in proprio e con la condivisione di post indignati prodotti da terzi. Poi, ad innocenza conclamata, nemmeno 140 caratteri di tweet per dire che, sì, forse, ecco, ci si era un tantino sbagliati.

La rivincita della copertina.

newsstand
Nel digitale, la prima pagina di un giornale sembra perdere sempre di più importanza; del resto, ormai, inizia a essere marginale anche la home page di un sito internet di notizie, visto che quasi nessuno passa più da lì ed è stato affidato ai social network il compito di fare da ‘buttadentro’ alle notizie. Caso diverso per la copertina di un magazine, come fa notare Catherine Taibi in un post pubblicato sullo Huffington Post americano che celebra la rivincita delle copertine:

In the digital age, the magazine cover has become a separate entity, no longer necessarily attached to the rest of the magazine. Digital did for the magazine cover what it did for articles — it gave them a life of their own. Many readers, for instance, will encounter a cover on Facebook, Instagram or Twitter long before they see it in print, extending its reach with every “like” and share. Indeed, cover images are getting into the hands of readers faster than ever before. While digital media seems to be making the newspaper “front page” less and less important, the opposite is true of the magazine cover.

I magazine hanno vissuto un rapporto contrastato con i tablet. Se il loro avvento era stato visto dai più come un’ancora di salvezza per l’editoria (allo stesso modo in cui l’iPod lo fu per la musica), nei fatti non tutto è filato come nelle intenzioni dell’industria editoriale. I magazine faticano ad essere letti su un tablet. Ci sono molti e validi motivi per questo, in primis gli investimenti che le aziende editoriali non hanno fatto per creare delle edizioni ‘digital only’ dei rispettivi cartacei che creassero un valore aggiunto e non fossero solo delle repliche in PDF di quanto si trova già in edicola. Ma credo che ci sia anche un altro aspetto, ed è il motivo per cui i magazine soffrono forse meno la crisi di sistema che ha colpito l’editoria degli ultimi anni: il piacere di una lettura che vada oltre l’informazione. Quando ho in mano il Corriere della Sera voglio informarmi; lo leggo anche se è stropicciato, del resto mi interessa soprattutto la notizia. Quando ho in mano il New Yorker, o qualunque altra pubblicazione periodica, voglio informarmi ma allo stesso tempo provo un certo piacere fisico — tattile, di profumo della carta, visivo — nel farlo. La copertina di una rivista, in tutto questo, rimane un punto fermo. Spiega Taibi:

In the ethereal world of digital media, printed magazines continue to offer something concrete, a tangible representation of a collaboration between editors, artists, designers and writers. And nothing embodies this collaboration like the magazine cover, which remains one of the modern age’s most widely consumed pieces of public art.

Oggi, la copertina più che mai dev’essere pensata per la carta, ma deve circolare massivamente sulla rete. Deve diventare, insomma, virale:

The Internet allows magazines to be distributed farther than ever before. And unlike in print, it doesn’t just stop at your doorstep and build up beside your bed. With its own URL, tweets and retweets, sharing on Facebook — the cover keeps going. And going.In other words, the Internet is giving magazine covers something they never had before: the ability to go viral.

Il rischio maggiore è non correggere.

Si parla spesso di giornalismo, di giornalismo sbagliato, di errori e di errori mai commessi. Il giornalista John S. Carroll ha tenuto un discorso ampio sullo stato di questi errori e, in parte, su come molti elementi interni al giornalismo stiano rovinando il giornalismo stesso e il suo significato più intrinseco. Il discorso è stato pubblicato, in versione parzialmente rivista, sul Los Angeles Times.

A proposito di errori, Carroll mette in guardia da un rischio maggiore del farli: il non correggerli.

Every fact a newspaper publishes goes into a database. So do the errors. A good newspaper corrects those errors and appends the corrections to the original stories, so that the errors are not repeated. Thus we keep the river clean. Last year at the Los Angeles Times, we published 2,759 corrections. Some of you may be shocked that a newspaper could make so many mistakes. Others may be impressed that the paper is so assiduous in correcting itself.

(Apro una parentesi: negli Stati Uniti il giornalismo ha un significato leggermente diverso, se non negli intenti almeno nelle modalità, rispetto a quello che ha da noi. O almeno sembra. Perché fa effetto, ad un certo punto, leggere che Carroll ha deciso di diventare giornalista per via di una certa «informalità» del mestiere: «Unlike doctors, lawyers or even jockeys, journalists have no entrance exams, no licenses, no governing board to pass solemn judgment when they transgress». Chiusa la parentesi)

L’aggregazione di contenuti duecento anni fa

aggregazione di contenuti

L’aggregazione di contenuti, le ‘listicles‘, la rielaborazione di articoli apparsi altrove non sono un’invenzione di Internet, ma una pratica che esisteva già sui quotidiani americani del Diciannovesimo Secolo. È quanto ha spiegato Ryan Cordell, professore alla Northeastern University, in uno speech tenuto al Mit.

Analizzando i giornali presenti nell’emeroteca della Library of Congress, Cordell e il suo team hanno scoperto che le abitudini del giornalismo di allora non erano così differenti da quelle di oggi. E hanno trovato esempi di liste e articoli sugli argomenti più bizzarri pubblicate già due secoli fa: le dimensioni dei laghi degli Stati Uniti, la durata della vita delle specie animali, le diverse qualità di pomodori. Tutta roba che potremmo tranquillamente vedere condivisa oggi sulle bacheche Facebook dei nostri amici.

Spiega Joseph Lichterman sul sito del Nieman Journalism Lab, un ente che è tra i più determinati a spiegare il giornalismo di oggi e le sue derive future, che era molto comune per i giornali del Diciannovesimo secolo l’aggregazione dei contenuti, la ripubblicazione di poemi o estratti da racconti e anche la creazione liste originariamente pubblicate altrove. Una pratica simile a quella che succede col giornalismo di oggi, soprattutto ma non solo online, dove la forma dell’aggregazione dei contenuti o della rielaborazione di storie apparse su altre testate è tra le più comuni.

Oggi con Internet è tutto molto facile. Allora, ha spiegato Cordell nella sua ricerca, i giornalisti erano abbonati a molti giornali e ritagliavano da essi tutto ciò che trovavano interessante, rilevante o semplicemente che ricoprivano uno spazio rimasto bianco nella pagina:

Molti dei giornali del 1800 erano fatti principalmente di contenuti presi da altri giornali. Erano più aggregatori che produttori di contenuti originali. E spesso erano editati da uno staff molto ristretto, e alcuni studiosi hanno dimostrato come fu proprio questa aggregazione a permettere la diffusione rapida dei giornali che avvenne nel Diciannovesimo secolo, poiché grazie ad essa non ci si doveva preoccupare di creare interamente il prodotto.

Uno dei principali problemi dell’aggregazione, ora come allora, è quella della corretta attribuzione delle fonti. Così come oggi non è difficile perdersi nel mare magnum delle notizie prese dalla rete — spesso quella che noi riteniamo una fonte principale, un produttore di contenuti, è invece una rielaborazione di un’altra fonte — e attribuire in modo scorretto (o, spesso, non attribuire affatto), anche in quegli anni sono capitati grandi svarioni. Che hanno poi finito per creare delle sorte di ‘falsi storici’. Cordell e il suo team hanno infatti scoperto che un giornale locale, il New Orleans Crescent, nell’edizione del 16 agosto del 1868 aveva pubblicato il racconto The Children dello scrittore americano Charles M. Dickinson, un testo peraltro non inedito ma già apparso in varie antologie, attribuendolo però al quasi omonimo scrittore inglese Charles Dickens. In breve tempo il testo fu ripreso da altri giornali, che in larga parte non verificarono la fonte e continuarono ad attribuirlo a Dickens. Tanto che l’indomani della morte dello scrittore inglese non era raro trovare il racconto ripubblicato con l’indicazione che il testo era stato trovato «postumo alla morte tra le carte dello scrittore».

Scrivere le biografie.

Ammesso e non concesso che un giorno sui quotidiani italiani ci sarà un articolo dedicato a Jim O’Rourke, lascio ai posteri un buon modello di biografia presa da un articolo del Guardian — valevole per chiunque, non solo per O’Rourke. Mi serve per sottolineare come si scrivono le biografie brevi negli articoli di giornale, soprattutto avendo in mente che il lettore potrebbe non sapere nulla di chi si sta parlando:

As musical polymaths go, Jim O’Rourke makes Damon Albarn look slack. Straddling the indie and experimental scenes like a cardigan-clad colossus, O’Rourke has played guitar with Sonic Youth, collaborated with avant garde titans Derek Bailey and Merzbow, produced a Grammy award-winning Wilco album, improvised a film score for Werner Herzog, had his own short films shown at the Whitney Biennial and, as music consultant for School Of Rock, taught a bunch of child actors how to shred like AC/DC.

Since leaving Chicago post-rockers Gastr Del Sol in 1998, he’s explored American primitivist guitar (Bad Timing), glitchy electronica (I’m Happy And I’m Singing And A 1,2,3,4) and playfully zonked improv (as one-third of Fenn O’Berg), each new project seemingly intended to confound fans of the previous one. He even found time to join Sonic Youth for four years, while resisting an easy payday by turning down the opportunity to produce A-ha and the Rolling Stones.

Il lavoro del copy-editor.

Proofreading-Copy-editing

Julia Holmes su New Republic entra a fondo nella descrizione del lavoro di un copy-editor. La scusa sarebbe una recensione del libro di Mary Norris, Between You and Me: Confessions of a Comma Queen. Ma fin dalle primissime battute finisce per parlare soprattutto del ruolo del copy-editor (e del fact-checkers, un figura differente nel campo d’azione ma non nell’approccio):

Per chi non lo sapesse, il lavoro del copy-editor di una rivista è prendere qualcosa che è stata scritta, editata e revisionata, e prepararla per la pubblicazione. Ciò significa cercare i refusi, controllare la sillabazione, la grammatica e la chiarezza, e allo stesso tempo non tradire lo stile e la reputazione della pubblicazione, richiamando ogni aspetto del pezzo che potrebbe essere motivo di preoccupazione. Laddove i copy-editor lottano con il linguaggio, i fact-checkers si occupano invece di verificare ogni affermazione contenuta in una storia. Le loro istanze vengono raggruppate e passate ad un editor del giornale, che le approva o le rifiuta analizzandole caso per caso, e poi manda l’articolo in giro per i vari uffici. In questo modo, un pezzo passa di mano in mano e prende forma attraverso un elaborato sistema di passaggio di note che probabilmente non è cambiato molto dal Quindicesimo secolo, quando Johannes Gutenberg inventò la stampa prima di morire dimenticato. Praticamente ogni parola che leggete in un magazine, dalle didascalie sulle foto di Kim Kardashian ai saggi sul default economico, è stata sottoposta a questo trattamento. I copy-editor e i fact-checkers servono a proteggere l’autore, e la maggior parte (di solito anch’essi scrittori) prende questo lavoro sul serio. Sanno benissimo che la specie umana si diverte molto a sottolineare gli errori, specialmente quando c’è di mezzo l’espressione di sé, e anche il più piccolo errore potrebbe potenzialmente distruggere l’autorità di uno scrittore.

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Traslochi di carta.

Dopo quindici anni il New Yorker ha abbandonato i suoi uffici al 4 di Times Square per raggiungere il resto della Condé Nast nel nuovo One World Trade Center. Nick Paumgarten, giornalista del magazine, ha raccontato in un lungo articolo cosa ha voluto dire spostare un’istituzione come il New Yorker e chi ci lavora da un indirizzo all’altro:

La copertina del New Yorker che celebrava il trasloco, disegnata dall'artista canadese Bruce McCall.
La copertina del New Yorker che celebra il trasloco (numero del 2 febbraio 2015), disegnata dall’artista canadese Bruce McCall.

Francamente, la parte più difficile è stata prepararsi al trasloco. Poiché allo staff era stato detto di spostarsi con poca roba, per settimane abbiamo liberato gli uffici dai detriti accumulati negli anni. Alcuni è stato facile abbandonarli: qua e là saltavano fuori una bottiglietta di liquore esotico (qualcuno è interessato ad una boccetta di gin alla banana dell’Uganda?) o scatole di gadget promozionali. Quanta roba avevamo in giro! Ma soprattutto carta, intere foreste di carta. Migliaia di migliaia di libri abbandonati, alcuni accumulati per l’appeal della novità, o per un nascente interesse, o per lavori precedenti, o per lealtà (o senso di colpa) verso scrittori amici — un «accumulo di intenzioni», come ha detto un nostro conoscente — sono stati donati a enti come l’Housing Works. Molti altri libri in ottimo stato sono stati lasciati al loro destino, come fossero tanti cani randagi mai reclamati (pensiero poco commerciale: un negozio di libri usati chiamato Perfectly Good Books).
Nel mentre, arrivavano cestini vuoti che ripartivano con i rifiuti usciti dagli armadi e dai cassetti pieni di trascrizioni delle interviste, stampe, bozze, posta dai fan, lettere di odio, ricevute di spese, gadget collegiali e fotocopie di volti di bambini ormai cresciuti schiacciati contro il vetro della fotocopiatrice. Sembrava quasi di passare in rassegna le cose di una persona cara dopo che è morta, eccetto per il fatto che i morti in questo caso eravate voi. Cosa valeva la pena di salvare? Non molto, una volta entrati nello spirito del “senza carta”. Le uniche cose che vale la pena tenere sono le cose da fare dopo.

La crisi dei giornali quella volta là.

Chris Heller mette la didascalia a questo video, pubblicato sul sito dell’Atlantic, che racconta la crisi dei quotidiani nel 1945:

Months before World War II would end, a labor battle led New York City’s delivery workers to picket lines. Newspaper circulation quickly plummeted. This fascinating archival report describes how readers tried to circumvent the strike, and how many scrambled to embrace radio as an alternative. Then-Mayor La Guardia is even shown reading the funny pages on air!

The film is far from an unbiased report about the strike—it was produced by a newspaper, after all—but it’s nonetheless a fascinating glimpse at a bygone era of American media. The closing narration, a triumphant speech about the end of the strike, reveals just how dominant papers were: “Once again, dramatic truth has be given that no other medium can take the place of newspapers in the lives of the people.”