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Gli editor editano

editor bild

Mi ero perso questo vecchio pezzo di Hamilton Nolan apparso sull’ormai defunto Gawker. Tema: contro gli editor nel giornalismo. Svolgimento: non è che il lavoro dell’editor non sia necessario, anzi; solo che il giornalismo non è un fatto di quantità (tanti editor), ma di qualità (una buona storia e, magari, un solo editor).

Per le dinamiche del giornalismo italiano – carteceo e non – attuale, forse non si comprende in pieno il motivo dell’articolo: quale newsmagazine o sito web italiano, oggi, ha più di un editor per storia? Pensate però al New Yorker, che Nolan definisce come una delle pubblicazioni «più pesantemente editate» che esistano: lì una storia passa di mano in mano, di revisione in revisione, di junior editor in senior editor. Nolan propone un esperimento, che voglio archiviare qui perché può essere buono in futuro: prendi una storia già pubblicata sul New Yorker, e cioè una storia che è già passata attraverso numerosi editor, vai da un editor e digli che si tratta di una bozza:

I guarantee you that that editor will take that story—well-polished diamond that it presumably is—and suggest a host of changes. Rewrite the story to the specifications of the new editor. Then take it to another editor, and repeat the process. You will find, once again, that the new editor has changes in mind. If you were a masochist, you could continue this process indefinitely. You would never find an editor who read the story, set down his pencil, and said, “Looks fine. This story is perfect.” This is because editing is an art, not a science. To imagine that more editors will produce a better story is akin to imagining that a song by your favorite band would be better if, after the band finished it, it was remixed by a succession of ten producers, one after the other. Would it be different? Yes. Would it be better? I doubt it. The only thing you can be sure of is that it would not be the song that the actual musicians wanted it to be.

Il rischio che paventa Nolan, in conclusione, è molto semplice. Se un’industria si riempie di figure intermedie (gli editor), queste devono continuamente giustificare la loro presenza producendo qualcosa, anche quando quel qualcosa non è richiesto: «Un editor che legge una storia e decide che va bene è un editor che non sta dimostrando di essere necessario». Gli editor editano, insomma.

Inguaribili nostalgici

new musical express

Il New Musical Express, una dei più celebri magazine musicali del mondo e probabilmente ‘il’ magazine musicale britannico, è diventato un free press. Time Inc, l’editore proprietario della testata, lo aveva annunciato lo scorso luglio e il 18 settembre prossimo è prevista l’uscita del primo numero di questo nuovo corso.
Obiettivo primario della trasformazione è quello di allargare la distribuzione, e quindi il numero di lettori raggiunti, per cercare di vendere più pubblicità. I numeri del giornale, infatti, sono ben distanti dalle 300 mila copie settimanali di venduto alla settimana degli anni Sessanta: oggi sono rimasti circa 15 mila i lettori fedeli, dei quali oltre un migliaio sono passati all’abbonamento digitale. E proprio questi lettori fedeli, secondo l’Economist rappresentano lo scoglio contro il quale questa strategia potrebbe infrangersi, dal momento che verrà allargato anche il ventaglio degli argomenti proposti e oltre alla musica troveranno spazio anche la moda, la politica, il cinema e la televisione. Scrive il settimanale economico inglese che i lettori del NME – come è conosciuto ai più il New Musical Express:

are nostalgists who profess to dislike the spread of free information that threatens the music industry. They may feel equally miffed about the free distribution of the magazine, which will have to broaden the range of bands it covers. The strategy will gain NME more readers, at least for now. That in itself may annoy diehard fans, for whom exclusivity was always part of its appeal.

Ci si era un tantino sbagliati.

Io capisco e faccio mia l’indignazione (giovane o giovanilistica come devono essere le indignazioni) di chi si è accorto che i giornali, dopo aver riempito stanche pagine estive con un’emergenza droga che stroncherebbe i giovani nelle discoteche, hanno ora relegato in un boxino a pagina 43 la notizia che, almeno in un caso, la droga non c’entrava affatto ma ad uccidere un giovane all’interno di una discoteca secondo l’autopsia sarebbe stata una malformazione congenita e asintomatica al cuore.

Però mi chiedo perché quando un qualsiasi altro mostro viene sbattuto in prima pagina (cit.) – intendo un politico, un banchiere, un extracomunitario, una persona disagiata, quello che volete – e poi il mostro si dimostra (ops) del tutto innocente; e dopo le paginate in cui lui, la sua famiglia, le sue amicizie, le sue relazioni e, soprattutto, la sua reputazione, sono stati irrimediabilmente compromesse, e la notizia dell’innocenza è relegata allo stesso box posizionato nella stessa pagina in fondo alla foliazione, e la grancassa mediatica non batte più quando invece dovrebbe battere più sonora e più forte di prima – quando succede questo, e cioè non c’è di mezzo un giovane, il divertimento, lo sballo (la cui cultura per fortuna esiste,  non raccontateci il contrario) mi chiedo perché i frequentatori dei social network anziché indignarsi della mostrificazione contribuiscano alla stessa con post indignati prodotti in proprio e con la condivisione di post indignati prodotti da terzi. Poi, ad innocenza conclamata, nemmeno 140 caratteri di tweet per dire che, sì, forse, ecco, ci si era un tantino sbagliati.

La rivincita della copertina.

newsstand
Nel digitale, la prima pagina di un giornale sembra perdere sempre di più importanza; del resto, ormai, inizia a essere marginale anche la home page di un sito internet di notizie, visto che quasi nessuno passa più da lì ed è stato affidato ai social network il compito di fare da ‘buttadentro’ alle notizie. Caso diverso per la copertina di un magazine, come fa notare Catherine Taibi in un post pubblicato sullo Huffington Post americano che celebra la rivincita delle copertine:

In the digital age, the magazine cover has become a separate entity, no longer necessarily attached to the rest of the magazine. Digital did for the magazine cover what it did for articles — it gave them a life of their own. Many readers, for instance, will encounter a cover on Facebook, Instagram or Twitter long before they see it in print, extending its reach with every “like” and share. Indeed, cover images are getting into the hands of readers faster than ever before. While digital media seems to be making the newspaper “front page” less and less important, the opposite is true of the magazine cover.

I magazine hanno vissuto un rapporto contrastato con i tablet. Se il loro avvento era stato visto dai più come un’ancora di salvezza per l’editoria (allo stesso modo in cui l’iPod lo fu per la musica), nei fatti non tutto è filato come nelle intenzioni dell’industria editoriale. I magazine faticano ad essere letti su un tablet. Ci sono molti e validi motivi per questo, in primis gli investimenti che le aziende editoriali non hanno fatto per creare delle edizioni ‘digital only’ dei rispettivi cartacei che creassero un valore aggiunto e non fossero solo delle repliche in PDF di quanto si trova già in edicola. Ma credo che ci sia anche un altro aspetto, ed è il motivo per cui i magazine soffrono forse meno la crisi di sistema che ha colpito l’editoria degli ultimi anni: il piacere di una lettura che vada oltre l’informazione. Quando ho in mano il Corriere della Sera voglio informarmi; lo leggo anche se è stropicciato, del resto mi interessa soprattutto la notizia. Quando ho in mano il New Yorker, o qualunque altra pubblicazione periodica, voglio informarmi ma allo stesso tempo provo un certo piacere fisico — tattile, di profumo della carta, visivo — nel farlo. La copertina di una rivista, in tutto questo, rimane un punto fermo. Spiega Taibi:

In the ethereal world of digital media, printed magazines continue to offer something concrete, a tangible representation of a collaboration between editors, artists, designers and writers. And nothing embodies this collaboration like the magazine cover, which remains one of the modern age’s most widely consumed pieces of public art.

Oggi, la copertina più che mai dev’essere pensata per la carta, ma deve circolare massivamente sulla rete. Deve diventare, insomma, virale:

The Internet allows magazines to be distributed farther than ever before. And unlike in print, it doesn’t just stop at your doorstep and build up beside your bed. With its own URL, tweets and retweets, sharing on Facebook — the cover keeps going. And going.In other words, the Internet is giving magazine covers something they never had before: the ability to go viral.

Di Iva e di e-book.

A scanso equivoci, chiariamo subito una cosa: che gli ebook debbano avere l’Iva più alta rispetto ai libri di carta è oggettivamente una stupidata. Per molti motivi, non necessariamente gli stessi delle anime belle e pensanti della serie un libro è un libro.

Però c’è da dire che quelle stesse anime belle sono riuscite a raggiungere il loro obiettivo: dal primo gennaio 2015, l’Iva sugli e-book in Italia è del 4%. Evviva. L’Italia (insieme a Francia e Lussemburgo, ma ci arriveremo dopo) ha finalmente preso una posizione forte, ha fatto la faccia brutta all’Europa e ha ottenuto una vittoria. (La faccia brutta era quella del ministro Franceschini, per cui immaginiamo i membri della Commissione Europea molto spaventati.)

Una buona vittoria, perché è una vittoria culturale.

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Il primo numero del Corriere della Sera.

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Domenica 5 marzo 1876, prima domenica di Quaresima, a Milano viene pubblicato il primo numero del Corriere della Sera (datato 5-6 marzo). Direttore è Eugenio Torelli Viollier, trentaquattrenne napoletano che anni dopo Gaetano Afeltra avrebbe descritto sulle stesse pagine del quotidiano milanese come «compassato, freddo, dalla parola misurata: pare più un inglese che un meridionale». Quattro pagine, di cui una di pubblicità. Tremila copie di tiratura, tre redattori ai quali si aggiungeva un impiegato e un fattorino, il quotidiano viene venduto a cinque centesimi in città (sette fuori da Milano).

Qui sotto ripubblico il primo editoriale, uscito non firmato e quindi attribuibile a Torelli Viollier, intitolato semplicemente «Al pubblico». Rivolgendosi direttamente al lettore, il direttore traccia quelle che sono la linea politica del giornale («Siamo conservatori e moderati») e le sue intenzioni («Se c’è cosa che abbiamo in odio, è il giornale a tesi», quello «che ha due sole suonate, una in maggiore per esaltare i meriti de’ suoi amici, una in minore per gemere su’ demeriti degli avversari»).

Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una festuca. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro.

Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: «Siamo moderati, siamo conservatori». Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto, perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ Papi che la tennero durante undici secoli. In grazia loro vediamo questi fatti singolari: un cardinale che paga la ricchezza mobile, una chiesa protestante presso San Giovanni Laterano, un re al Quirinale. In grazia loro si è udito Francesco Giuseppe d’Austria dire a Vittorio Emanuele: «Bevo alla prosperità dell’Italia», e Guglielmo di Prussia: «Bevo all’unione de’ nostri popoli». Noi dunque siamo conservatori.

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Il lavoro del copy-editor.

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Julia Holmes su New Republic entra a fondo nella descrizione del lavoro di un copy-editor. La scusa sarebbe una recensione del libro di Mary Norris, Between You and Me: Confessions of a Comma Queen. Ma fin dalle primissime battute finisce per parlare soprattutto del ruolo del copy-editor (e del fact-checkers, un figura differente nel campo d’azione ma non nell’approccio):

Per chi non lo sapesse, il lavoro del copy-editor di una rivista è prendere qualcosa che è stata scritta, editata e revisionata, e prepararla per la pubblicazione. Ciò significa cercare i refusi, controllare la sillabazione, la grammatica e la chiarezza, e allo stesso tempo non tradire lo stile e la reputazione della pubblicazione, richiamando ogni aspetto del pezzo che potrebbe essere motivo di preoccupazione. Laddove i copy-editor lottano con il linguaggio, i fact-checkers si occupano invece di verificare ogni affermazione contenuta in una storia. Le loro istanze vengono raggruppate e passate ad un editor del giornale, che le approva o le rifiuta analizzandole caso per caso, e poi manda l’articolo in giro per i vari uffici. In questo modo, un pezzo passa di mano in mano e prende forma attraverso un elaborato sistema di passaggio di note che probabilmente non è cambiato molto dal Quindicesimo secolo, quando Johannes Gutenberg inventò la stampa prima di morire dimenticato. Praticamente ogni parola che leggete in un magazine, dalle didascalie sulle foto di Kim Kardashian ai saggi sul default economico, è stata sottoposta a questo trattamento. I copy-editor e i fact-checkers servono a proteggere l’autore, e la maggior parte (di solito anch’essi scrittori) prende questo lavoro sul serio. Sanno benissimo che la specie umana si diverte molto a sottolineare gli errori, specialmente quando c’è di mezzo l’espressione di sé, e anche il più piccolo errore potrebbe potenzialmente distruggere l’autorità di uno scrittore.

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Della moda e della pubblicità.

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Josephine Collins è una giornalista e docente di moda all’University of Arts di Londra. In un suo intervento su The Conversation scopre un po’ l’acqua calda dei rapporti tra il mondo dei magazine patinati e quello della pubblicità. Il suo giudizio — che è più rammaricato, che di accusa — arriva dopo il recente sdoganamento, sull’Atlantic, delle riviste di moda come di un grimaldello del femminismo. Scrive Collins:

Chieditevi cosa penserebbero i lettori delle riviste di moda della credibilità del team editoriale di cui si fidano se conoscessero che le copertine sono qualcosa che a volte viene pagato — il costo dello scatto, non una tariffa per la pubblicità — da un marchio pubblicitario. Lo stesso marchio che ha dato indicazioni circa la location, la modella, la pettinatura e gli abiti. Nelle riviste di moda capita spesso che gli stylist debbano rinunciare a delle idee creative per lo storytelling di un servizio fotografico — gli indumenti, dalla testa ai piedi, vengono spesso imposti dai pr delle agenzie pubblicitarie.

Di recente ho sfogliato un magazine dove lo stesso outfit era usato sia nella pubblicità di un marchio che in un servizio. Anche in un mondo dove esiste una regola non scritta secondo cui i pubblicitari mettono il becco anche nei servizi, questo sembra davvero troppo.

Se per i corrispondenti di moda dei quotidiani non essere benvenuti alle sfilate dopo una brutta recensione può essere una medaglia all’onore, la situazione per chi scrive nelle riviste di moda è differente. Gli introiti pubblicitari per le riviste di moda e di lifestyle sono l’anima del successo commerciale, soprattutto in un mondo dove le copie stanno crollando. Non essendo mai state capaci di critica, le riviste di moda mostravano la loro disapprovazione di una collezione escludendola dalle pagine; ora però i pubblicitari chiedono per contratto che tutte le sfilate siano coperte. La minaccia di ritirare la pubblicità, infatti, gioca un ruolo enorme nelle scelte editoriali, e i lettori potrebbero rimanere sconcertati nell’apprendere i negoziati che si svolgono dietro le quinte.

Gli accorati appelli in difesa del niente.

Sul Corriere della Sera è apparso un accorato appello (ma avete notato che quando si parla di un «appello» lo si fa precedere sempre dall’aggettivo «accorato»?), primo firmatario Umberto Eco (e vabbé…), seguito da altre 42 firme illustri, contro l’ipotesi di acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori. Quello che ne nascerebbe — già ribattezzato, con sprezzo del buon gusto linguistico, «Mondarizzoli», «Mondazzoli» o «Rizzondadori» — sarebbe un polo editoriale con in mano circa il 40% del mercato. Mercato che, però, è assai morto; e se è vero — come parrebbe — che Mondadori ha messo sul piatto 120 milioni di euro per acquisire una società, la RCS, che ne varrebbe 200, c’è poco da fare se non dire ad Umberto Eco e ai suoi amici (tra i quali, oltre ai soliti noti dalla firma facile, appare anche qualche outsider dell’appello e insospettabile come Pietrangelo Buttafuoco e il mitologico Raffaele La Capria) che è il caso di rassegnarsi. Premessa la lunga vita che si dedica ad ognuno, se va avanti così moriremo democristiani; non sarà un problema, per loro, morire stipendiati da Berlusconi (avrei voluto scrivere «morire berlusconiani», ma mi rendo conto dell’esagerazione).

Tra l’altro, l’appello in questione contiene anche qualche elemento di comicità, come in tutti gli appelli che si rispettino. E lo si trova laddove i firmatari scrivono che, tra i danni che «un colosso del genere» causerà nel mondo editoriale, vi è quello di uccidere «a poco a poco le piccole case editrici». I cui cataloghi, come è noto, sono pieni di titoli firmati da Umberto Eco, Mauro Covacich, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Antonio Scurati e Susanna Tamaro (questo elenco non voglia fare un torto ai nomi qui citati, ma soprattutto a quelli non citati).

C’è un ultima strada che questi scrittori possono percorrere per non incrociare questo tragico destino. Che è quella che la scrittrice Sandra Petrignani traccia sul Foglio. Non volete essere parte di questo nuovo, eventuale, polo editoriale? Non vi resta che rimboccarvi le maniche. Non è una tragedia, nel libero mercato:

Sarebbe bello se ci fosse un ravvedimento generale a partire proprio dagli scrittori ora «molto preoccupati», se non indignatissimi, e pronti a prendersela con i soliti cattivoni berluscononi e manageroni editoriali. Sarebbe bello se gli scrittori tornassero a credere di poter partire da se stessi, se fossero in grado di abbandonare la navona che non affonda, anzi salpa per lidi sempre più arraffoni e maneggioni e spietatissimi, e se ne andassero tutti insieme a fondare qualcosa di nuovo altrove, un nuovo sogno, una scommessa sul futuro dell’arte e della letteratura sottratte alla politica e agli scambi di poteri. Ma non solo gli scrittori, anche gli editor di valore che non ne possono più – a ogni nuovo testo che presentano in casa editrice – di sentirsi chiedere non “quanto è bello?” ma “quanto vende?”, e con loro altre persone di buona volontà, come si diceva una volta. Via tutti a fondare qualcosa di nuovo, di mai visto prima, via a cercarsi industriali sognatori pronti a scommettere su un manipolo di veri pazzi. Chissà che divertimento, allora, e quanti bei romanzi imperituri si tornerebbe a scrivere.

Tutte le virgole del New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Mary Norris lavora al New Yorker dal 1978 e ha eseguito varie mansioni fino al 1993, quando è diventata uno dei copy-editor del giornale. Ovvero una di quelle persone incaricate di leggere ogni singola parola di ogni singolo articolo in cerca di errori e di conformare il testo a quelle che sono le rigidissime norme di redazione della rivista. Il che vuol dire, tra le altre cose, controllare che «sulphuric» sia scritto «sulfuric», che l’utilizzo delle maiuscole sia coerente e la punteggiatura corretta (si scriverà «light-years» o «light years»?) e che nel correggere una virgola non cambi il senso che l’autore del testo intendeva dare.

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