L’odore della carta

Uso un Kindle da anni. Credo di aver comprato una delle primissime versioni che sono state distribuite in Italia. La storia di quell’acquisto, in verità, è particolare: il Kindle lo avevo comprato da regalare a Natale ad una persona che legge moltissimo, e pensavo che il regalo fosse di quelli graditi. Senonché, ad un paio di giorni dal Natale, quella persona mi chiese con l’aria tipica della sfida: «Non mi avrai mica regalato uno di quei cosi di plastica che si usano per leggere i libri, vero?!». Sì, era vero. Tenni il regalo per me e iniziai ad utilizzarlo con un certo entusiasmo.

Sono passati parecchi anni. Il Kindle che possiedo ora non è di ultima generazione ma, rispetto a quel primissimo regalo mancato, è di quelli con lo schermo retroilluminato, che permettono di leggere anche di notte con notevole affaticamento della vista, per la verità, ma senza disturbare chi dorme accanto. La storia di questo Kindle è per certi versi simile a quella precedente: l’avevo regalato ad una persona che legge moltissimo, ma che l’avrà usato in tutto un paio di volte perché preferisce avere la libreria piena. Così, quando mi sono trovato nella circostanza di dover cambiare il mio, ho chiesto gentilmente se si poteva non sprecare del tutto quel regalo.

All’inizio di quest’anno ho fatto una specie di fioretto, già raccontata da qualche altra parte: diminuire drasticamente la lettura di giornali e periodici in generale e aumentare quella di libri. Sfruttare soprattutto i quotidiani tempi di spostamento casa-lavoro, che al momento mi stanno consentendo di mantenere una media rispettabilissima di 7 libri al mese. Poche regole: abbandonare al primo sbadiglio un libro che ci sta annoiando e leggere in ebook i libri sopra le 300 pagine (nessuna eccezione alla prima, qualche deroga alla seconda).

Leggere sul Kindle non mi dispiace, ma ho sempre avuto l’impressione che il libro rimanesse meno impresso nella memoria e svanisse dopo qualche settimana. Può essere solo una sensazione, o più semplicemente può essere che mi è andata male e ho finora letto solo libri meno belli (o più brutti?) in versione elettronica rispetto a quanti ne abbia letti in edizione cartacea. Il Kindle ha innegabilmente i suoi vantaggi, primo tra tutti il peso e la comodità di trasporto e la possibilità di evidenziare e accedere in un solo colpo a tutte le sottolineature. Poi ci sono gli svantaggi, certo: il libro non è mai veramente tuo, il libro non lo puoi esporre, il libro non ti qualifica e non ti descrive agli occhi di chi ti vede leggere — possiamo far finta che non ci interessi, ma siamo davvero sicuri che un libro non ci rappresenti, almeno un po’, agli occhi degli altri sin dalla sua copertina?

In questi giorni sta facendo il giro della rete un bell’articolo di Paula Cocozza pubblicato sul Guardian. Racconta del crollo delle vendite degli e-book e si prende una rivincita sui funerali del libro di carta che andavano di moda una decina di anni fa. L’articolo contiene varie considerazioni sugli e-book e molte differenze con il mondo cartaceo. L’attacco del pezzo, però, elencando ciò che non si può fare con un Kindle, fa emergere alcune tra le migliori caratteristiche del libro di carta. Le riporto qui, a futura memoria e soprattutto perché Cocozza ha evitato la considerazione più diffusa e più stupida di tutte: l’odore della carta.

Here are some things that you can’t do with a Kindle. You can’t turn down a corner, tuck a flap in a chapter, crack a spine (brutal, but sometimes pleasurable) or flick the pages to see how far you have come and how far you have to go. You can’t remember something potent and find it again with reference to where it appeared on a right- or left-hand page. You often can’t remember much at all. You can’t tell whether the end is really the end, or whether the end equals 93% followed by 7% of index and/or questions for book clubs. You can’t pass it on to a friend or post it through your neighbour’s door.

(Pubblicato anche su Medium)

Battaglie culturali

Tom Chatfield è uno scrittore e commentatore di cose digitali inglese. In un lungo articolo pubblicato dal sito Aeon, si sofferma su una questione molto dibattuta nel mondo editoriale: la superiorità della carta sul digitale (e viceversa) e la necessità che gli editori diano in omaggio la copia digitale di un testo laddove si sia acquistata quella fisica. Alla fine della lunga analisi, con Chatfield che pure si schiera a favore dell’uno e dell’altro formato – «Una versione di carta da scarabocchiare o da regalare, una digitale da usare» –, lo scrittore conclude che la vera battaglia per il mondo editoriale non è interna (digitale contro cartaceo, Amazon contro gli editori tradizionali), ma esterna:

The real battle isn’t between screen and paper editions, or even between Amazon and Hachette: it’s between one person trying to conjure a world in words, and another inviting me to match coloured shapes in lines until my eyes glaze into darkness. Readers, writers, publishers: get a grip. We need to stick together. The enemy isn’t pixels (or print) – it’s someone breathing a bored sigh, plucking their iPhone from their pocket, and giving up on us entirely.

 

Di Iva e di e-book.

A scanso equivoci, chiariamo subito una cosa: che gli ebook debbano avere l’Iva più alta rispetto ai libri di carta è oggettivamente una stupidata. Per molti motivi, non necessariamente gli stessi delle anime belle e pensanti della serie un libro è un libro.

Però c’è da dire che quelle stesse anime belle sono riuscite a raggiungere il loro obiettivo: dal primo gennaio 2015, l’Iva sugli e-book in Italia è del 4%. Evviva. L’Italia (insieme a Francia e Lussemburgo, ma ci arriveremo dopo) ha finalmente preso una posizione forte, ha fatto la faccia brutta all’Europa e ha ottenuto una vittoria. (La faccia brutta era quella del ministro Franceschini, per cui immaginiamo i membri della Commissione Europea molto spaventati.)

Una buona vittoria, perché è una vittoria culturale.

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Il paradosso delle cinquanta sfumature.

Quando in Italia uscì la trilogia Cinquanta sfumature era il periodo in cui gli ebook reader iniziavano a prendere piede in maniera consistente. Tra le tante voci in strenua difesa del libro tradizionale, se ne levò una completamente a favore di quello elettronico: garantisce l’anonimato. E tutti giù a far battute sul fatto che, finalmente, si sarebbero potute leggere le sfumature senza che il tizio di fronte in metropolitana giudicasse noi e i nostri (eventuali) gusti sessuali.
A distanza di qualche anno, e complice l’uscita del film tratto da quei romanzi, si ritorna a parlare di questa strana forma di anonimato, per cui il libro elettronico è preferibile a quello di carta. Lo fa un articolo di Slate, che però ha come obiettivo quello di celebrare il «paradosso delle Cinquanta sfumature»: finalmente chiunque è libero di leggere il libro che vuole — sia esso un racconto soft-porno, un romanzo di Dickens o persino il Mein Kampf di Adolf Hitler — senza essere giudicato da nessuno. Attenzione, però, perché scrive Neil Richards che l’insidia sta da un’altra parte: forse non è il nostro vicino di posto sul treno a conoscere il testo che stiamo leggendo, ed eventualmente giudicarci; di sicuro è chi quel testo ce lo ha venduto, seppur in digitale:

la facilità con cui si acquista un libro digitale nasconde il paradosso della privacy dell’e-reader — chi te lo vende conosce esattamente chi sei e quale ebook leggi, quando, quanto e quanto spesso. Amazon sa più sulle tue abitudini di lettura sul Kindle del commesso della libreria, più del tuo bibliotecario e più di chiunque abbia mai conosciuto il nostro modo di leggere. Considerate un’ipotetica lettrice di Cinquanta sfumature di grigio che si portava appresso il suo Kindle nella metropolitana di Londra. Gli altri passeggeri avranno potuto non avere alcuna idea di cosa stesse leggendo, ma Amazon sì. Il modo in cui il Kindle è progettato permette ad Amazon di sapere non solo costa stava leggendo, ma anche se aveva finito il libro, a che pagina era arrivata, il tempo di lettura di ogni singola pagina, e quali passaggi aveva sottolineato per magari riprenderli in altri momenti, più privati. Certo, l’acquisto dei libri di carta è più laborioso, ma una volta che li abbiamo tra le mani hanno la privacy inclusa nelle loro pagine.

Quello di Richards non è un atto di accusa nei confronti dei libri digitali, e vorremmo vedere. Anche perché finora, scrive, «non esiste indicazione alcuna del fatto che Amazon abbia fatto qualcosa di particolarmente preoccupante con questi dati, o che le informazioni dei lettori siano state divulgate». Semmai, tutti questi dati sono stati utilizzati per garantire al lettore un servizio migliore e per indirizzarlo ad acquistare nuovamente: tutti elementi che rientrano in normali strategie di marketing.
Piuttosto, Richards punta il dito contro una carenza legislativa americana. Tipicamente, le direttive americane a differenza di quelle europee non sono omnicomprensive, ma settoriali. Per quanto riguarda il prestito di libri, spiega Richards che «i bibliotecari americani hanno sviluppato un’etica professionale di confidenzialità e si sono spesi affinché queste regole professionali diventassero legge per proteggere i dati delle librerie in tutti gli stati». Mentre per il noleggio di altri media esiste addirittura una legge, la Video Privacy Protection Act, approvata nel 1988, presidente Ronald Regan, dopo che erano stati diffusi i dati sui noleggi video del giudice della corte suprema Robert Bork. Questa legge non prende però in considerazione il noleggio di ebook perché, come spiega Richards:

continua a proteggere non solo le videocassette, ma anche la vendita di DVD e persino la coda di esecuzione di Netflix. Per una curiosa omissione, i libri e gli ebook non sono però protetti da nessuna legge federale sulla privacy. Qualche stato protegge le vendite di libri come parte delle sue norme sulla confidenzialità di librerie e biblioteche: il Colorando protegge i dati delle librerie nel primo emendamento della sua costituzione, e il Reader Privacy Act della California considera i dati su libri ed e-book come riservati. Ma le leggi sono basate sulla privacy intrinseca della carta, non sui nuovi sistemi di sorveglianza degli e-reader e delle smart tv.

Dunque non esiste un problema di privacy, nemmeno se i grandi operatori del settore conoscono tutti i nostri dati. Esiste, semmai, un problema di mancanza di leggi adeguate.

L’ebook ti spia?

Nel frattempo viene scoperta l’acqua calda, e cioè che Kobo conosce le abitudini dei lettori — ma non ho motivo di dubitare che la cosa succeda anche con gli e-book reader che s’appoggiano ad altre piattaforme. Le quali non solo, come ovvio, sanno cosa i lettori acquistano; ma anche quali libri poi effettivamente vengono letti, quali non e quali sì ma solo fino a quando la noia prende il sopravvento e vengono perciò abbandonati. Alison Flood lo scorso dicembre sul Guardian aveva fornito un po’ di dati:

Dopo aver raccolto, tra gennaio e novembre del 2014, dati da oltre 21 milioni di utenti in paesi come il Canada, gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, l’Italia e l’Olanda, Kobo ha scoperto che il libro la cui lettura è stata la più completa nel 2014 nel Regno Unito non era uno di quelli che hanno vinto il premio Man Booker o Baileys. Piuttosto, i lettore erano più propensi a terminare il thriller auto-pubblicato di Casey Kelleher Rotten to the core, che non compariva nemmeno nella lista generale dei besteller — nonostante Kelleher abbia vinto un contratto con il marchio Thomas & Mercer (di proprietà di Amazon UK) dopo aver venduto quasi 150 mila copie dei suoi tre romanzi auto-pubblicati.

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Gli abbonamenti alle piattaforme uccidono il mercato?

Un recente articolo sul New York Times ha permesso a Mike Shatzkin di fare una riflessione sui guadagni degli autori indipendenti ai tempi degli ebook e dei servizi in abbonamento come Kindle Unlimited:

Quello che una lunga lista di autori indipendenti ha dimostrato da quando è stato inventato il Kindle, è che c’è un sostanziale mercato disponibile a mettere alla prova le storie di scrittori sconosciuti se queste vengono offerte ad un prezzo relativamente basso. Il risultato di questo è che Amazon — seguito da altre piattaforme di e-publishing — ha reso relativamente semplice pubblicare un manoscritto, e così molte decine di migliaia di autori hanno pubblicato centinaia di migliaia di ebook in questo modo.

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Prestare i libri (a pagamento)

Negli Stati Uniti Amazon ha lanciato Kindle Unlimited, il servizio in abbonamento grazie al quale gli iscritti possono prendere in prestito ebook dal più grande rivenditore mondiale. Il servizio, annunciato forse per sbaglio e forse no la settimana scorsa, ha debuttato ufficialmente il 18 luglio. Ed è subito stato paragonato a Spotify.

In effetti sono molte le similitudini con i servizi di streaming musicale: si paga una fee mensile e si ascolta (si legge, in questo caso) quanto si vuole. Finora nessuno aveva mai pensato di applicare questo concetto al noleggio digitale di libri. Men che meno Amazon, il quale non aveva reso capillarmente disponibile nemmeno il più semplice scambio temporaneo di ebook tra utenti.

(Apro e chiudo subito una parentesi. Il concetto di «prestito digitale» è spinoso. Come noto, infatti, anche l’acquisto di file audio su iTunes non è molto diverso da un prestito: i file sono concessi in licenza per l’ascolto, ma chi li ha acquistati di fatto non li possiede; quando invece compro un compact disc, pur con tutte le limitazioni legislative sul suo utilizzo, questo rimane mio: lo posso rivendere, ad esempio).

Con i dischi non eravamo più abituati al noleggio. Una ventina di anni fa alcune videoteche avevano pensato di allargare il business aprendo al prestito dei compact disc. Poi, complice la solita tiritera sulla pirateria, la pratica è stata vietata e di fatto è riservata solo alle biblioteche (dove però, sempre più spesso, li si può ascoltare solo in loco). Per questo quando sono esplosi i servizi di streaming musicale a pagamento non ci è sembrato strano pagare per ascoltare e basta un disco. Esiste anche un aspetto che riguarda la fruizione: per quanto possa appassionarmi, difficilmente rileggerò un libro (o tutto il libro) immediatamente dopo averlo finito — cosa, questa, che con la musica capita più spesso: vuoi per un maggior appagamento fisico, vuoi perché i tempi e le modalità stessi della fruizione sono differenti.

Traslare questo discorso sui libri è un po’ diverso. Tutti noi abbiamo, o abbiamo avuto, consuetudine con le biblioteche pubbliche. Luoghi sacri nei quali vai e noleggi («prendi a prestito», secondo un’espressione con meno implicazioni commerciali) tutti i titoli che i regolamenti di ciascuna biblioteca ti permettono di noleggiare. Quello che fa Kindle Unlimited è più o meno la stessa cosa: affitti fino ad un massimo di 10 libri per volta da un catalogo disponibile e li tieni salvati sul device fino a quando non li hai letti (o abbandonati: non c’è in questo caso un bibliotecario che ti guarda storto se gli riconsegni un tomo di 3 mila pagine dopo soli due giorni). Con una piccola differenza: le biblioteche pubbliche sono gratuite, Kindle Unlimited no.

Potrebbe sembraree una differenza di poco conto. In effetti 9 dollari e 99 (che in Europa diventeranno automaticamente 9 euro e 99 quando il servizio sarà disponibile) non è di certo un prezzo proibitivo per un lettore forte (diciamo tre libri al mese). In più c’è il fatto che con Kindle Unlimited non ti muovi di casa. Non devi, cioè, affrontare il sole/la pioggia/la neve per recarti in biblioteca e prendere in prestito i libri. Si potrebbe — per semplificare e tacere il complicatissimo discorso di licenze con gli editori che c’è dietro — dire che si paga la comodità.

Più o meno, però. Perché Kindle Unlimited potrebbe introdurre un modello in grado di scardinare quello esistente di libro a prestito, facendo diventare una questione commerciale ciò che finora è stato un modello culturale e/o filantropico. Non è un discorso contro il commercio e il profitto il mio. È un dato di fatto. Con i libri siamo semplicemente davanti a due opzioni: o lo acquisto o lo prendo in biblioteca. C’è anche la terza via del «lo scarico gratis», ma non la prendo in considerazione per due motivi: a) mi metto dalla parte di chi vuole fare le cose per bene e b) leggere i libri scaricati si rivela spesso un inferno di formattazioni impazzite, di tre righe vuote ogni due di testo, di accenti ballerini e caratteri strani che vanno a rovinare l’esperienza di lettura molto più di quanto un mp3 rovini l’esperienza dell’ascolto in un ascoltatore medio in metropolitana nell’ora di punta.

Come fa efficacemente notare («Kindle Unlimited, seriamente, vai a farti fottere!») Maria Bustillos in un pezzo su The Awl:

It shouldn’t cost a thing to borrow a book, Amazon, you foul, horrible, profiteering enemies of civilization. For a monthly cost of zero dollars, it is possible to read six million e-texts at the Open Library, right now. On a Kindle, or any other tablet or screen thing. You can borrow up to five titles for two weeks at no cost, and read them in-browser or in any of several other formats (not all titles are supported in all formats, but most offer at least a couple): PDF, .mobi, Kindle or ePub (you’ll need to download the Bluefire Reader—for free—in order to read ePub format on Kindle.) I currently have on loan Alan Moore’s Watchmen, Original Sin by P.D. James, and The Dead Zone by Stephen King.

Al netto del sottinteso un po’ cultural-snob, il discorso regge. In Italia ancora non siamo abituati, ma negli Stati Uniti  esistono circuiti di biblioteche pubbliche che permettono il prestito di ebook a distanza (per esempio sul circuito OverDrive). Che mi sembra un buon punto di partenza, per Davide, per provare ad andare contro Golia. Perdendo con dignità, almeno.

Comunque vi adoro.

Non è che io sia particolarmente fissato con le solite cose. O forse sì, lo sono. E il fatto di dire il contrario è sintomo del — direbbe qualche psicanalista — tentativo malriuscito di nascondere a me stesso la triste verità. Però, in questo caso, i fissati siamo almeno in due: io, e i tizi di Monocle.

Qualche giorno fa li ho un po’ presi in giro, chiamandoli “gli ultimi giapponesi della carta stampata”, per via di certe loro colonnine quotidiane (“Monocolum”, su Monocle.com) riservate spesso e volentieri al giornalismo, al suo futuro e (soprattutto) ai mezzi del passato. Intendiamoci: Monocle è un magazine sublime, fatto con una cura (e con dei costi) proibitivi al giorno d’oggi per molti. A meno che non vi chiamate (o non lavoriate per) Tyler Brule, un personaggio che è capace di creare un marchio, farlo crescere e farvelo comprare anche impresso sulle mutande di vostra nonna (detto con un tutto il rispetto del mondo, anzi, dell’universo). Probabilmente è questa la formula vincente: un mix di giornalismo di qualità, cura estetica del prodotto e tante prediche su come la stampa non debba essere un flusso di contenuti standardizzati uguali ovunque ma, per essere credibile, deve aver dietro del lavoro che si nota in fase di fruizione. Uniti ad una fidelizzazione del lettore che non ha precedenti nella storia del giornalismo: sono talmente bravi, per dire, che chi si abbona paga più di quanto spenderebbe comprando le copie in edicola — e si abbonano, ve lo assicuro.

Tutto ciò è sacrosanto. Anche senza ribadirlo ogni due per tre.

Ma torniamo alle mie, e alle loro, fissazioni. Una volta se la prendono col giornalismo. Oggi, con gli e-book. Gli e-book sono l’invenzione più bella dai tempi di Gutenberg, negarlo sarebbe inutile. Non solo, negarlo con argomenti del tipo: il piacere tattile della carta, la copertina, il gusto di spulciare tra gli scaffali, l’odore — certo, l’odore! –, vuol dire ammettere la bontà dell’invenzione ma legarsi a stereotipi vecchi di decenni pur di rimanere ancorati alla propria visione romantica della vita. Non che ci sia nulla di sbagliato, per carità. Solo che, passati la malinconia e il romanticismo, di solito si ritorna a ragionare coscientemente.

Tutto questo per dire che oggi, a Monocle, han pubblicato un pezzo che contiene la seguente frase, in difesa del libro di carta e contro l’e-book:

The e-reader is a smug little beast. It wants to reinvent reading: progress is measured in percentages not pages, a conceit I found rather baffling. If I didn’t give it enough attention it went to “sleep”, its screen filling with neat images of pencils and printing blocks. It was saying, “Dear reader, no longer trouble yourself with those arcane tools, I’ve nailed everything for you.”

Within the body of a text, phrases other people had particularly enjoyed were highlighted for me. I felt deprived of the ability to think for myself and as though my privacy had been weirdly invaded. Conversely, on the beach, legions of anonymous grey-backed machines meant I lost the little delight of knowing what my neighbour was enjoying.

Si vendono più ebook che libri di carta (ma meno licenze, pare)

Siccome è pur sempre il 7 di agosto, e una notizia da mettere in pagina va trovata, anche oggi sui giornali si legge che su Amazon i libri digitali hanno superato per vendite quelli di carta (oggi è lo store inglese, l’ultima volta che l’abbiamo letta era quello americano).

Che poi, prima di continuare, io una cosa da chiedere fuori tema rispetto al resto l’avrei: c’è questo luogo comune secondo cui d’estate i giornali scrivono di boiate. Il motivo non me lo spiego, ma forse non è un luogo comune: potrebbe essere la verità — pare che ad agosto si trovino le stesse notizie dell’agosto dell’anno prima, tanto chi vuoi che si ricordi dell’avvenimento balneare dell’estate precedente? Però, se io facessi i giornali o anche solo mi atteggiassi a uno che i giornali saprebbe farli, mi farei due conti e penserei che tutta quella gente in spiaggia, o a casa dal lavoro, o in condizioni di rilassatezza — tutta quella gente, ecco, forse avrebbe più tempo per leggere, e quelle persone potrebbero persino essere dei potenziali acquirenti una volta finita la stagione estiva. Intendo acquirenti veri, eh, che la mattina si fermano in edicola e non sfogliano il giornale sono nella sala d’aspetto del dentista. Per cui varrebbe la pena provare a fare dei giornali se possibile migliori, ad agosto. Chiusa parentesi.

La notizia, dicevo, è che gli ebook vendono più dei libri di carta. Pare, sebbene le cifre siano fornite in modo tale che il dato appaia più come lo si vuol far sembrare che per quello che realmente è. Però è una buona notizia, indubbiamente. La reazione immediata che una notizia del genere provoca in Italia è, più o meno, questa: e da noi cosa succede? Da noi, si legge sul Corriere, il mercato degli ebook è fermo all‘1,5%. E, si legge sempre sul Corriere una dichiarazione di Gino Roncaglia, il fatto che Amazon abbia detto di vendere tanti libri digitali non è necessariamente un’ottima notizia per l’editoria: può significare, ad esempio, che la gente li compri attratta dai prezzi bassi degli ebook. Mah. Passi il fatto che un ebook costa meno, la stessa cosa si può però dire dei libri cartacei: non è detto che la gente li legga, una volta comprati. E quindi? E quindi era una dichiarazione con poco senso, secondo me.

L’altro aspetto era: il mercato degli ebook è fermo all‘1,5%. Non so se il dato si riferisca al solo Amazon, o se prenda in considerazione l’intero mercato dei libri digitali e dei device che ne permettono la lettura. In ogni caso sì, è un dato un po’ bassino. Però mentre leggevo la notizia mi è venuta in mente una cosa: io sono parte di quell‘1,5%, ho il mio Kindle, mi trovo bene, non mi manca l’oggetto di carta se proprio proprio posso fare a meno di studiarci sopra. Ma non è che siamo un 1,5% di persone proprio felicissime. E secondo me una piccola responsabilità ce l’ha anche il mercato dell’editoria, nel non rendere l’offerta in ebook pari a quella di carta. Tradotto: nel preferire ancora il mercato cartaceo rispetto a quello digitale, evitando di commercializzare entrambe le versioni non dico per ogni titolo in catalogo, ma almeno per la stragrande maggioranza delle novità.

Conosco l’obiezione: non è colpa dell’editoria italiana, ci sono di mezzo le licenze e quindi certi libri non si possono mettere in commercio in digitale, o non lo si può fare contestualmente all’uscita dell’equivalente cartaceo. E’ la stessa obiezione cui si è nascosta su Twitter un paio di settimane fa una grande casa editrice italiana (molto grande: diciamo pure nell’orbita del più grande gruppo editoriale italiano). La casa editrice ha twittato qualcosa di simile a quanto letto sui giornali oggi (di simile in relazione al mercato italiano, non a quello inglese):

Ma c’è davvero qualcuno di voi che pensa che impedire la realizzazione in eBook di un libro possa migliorare il futuro dei libri?

Al quale tweet ho risposto:

Io no. Ma gli editori? Per dire, starei ancora aspettando, tra i tanti, …

… E facevo l’esempio di 2 titoli pubblicati da loro che, dopo mesi dall’uscita, non avevano ancora la copia in digitale, copia che avrei acquistato più che volentieri subito, evitando così di rinunciare all’acquisto di uno dei due (l’altro ho ceduto e l’ho comprato di carta). Mi è stato quindi risposto che per quei libri avevano avuto problemi di licenze e non era stato possibile averli in digitale (entrambi erano libri di autori stranieri). Ma come? Faccio una breve ricerca: uno dei due (per la cronaca: quello che poi ho comprato in cartaceo) su Amazon era disponibile in ben due versioni, entrambe in lingua originale: una nuova riedizione, ad un prezzo in linea con gli ebook nuovi, e la prima edizione ad un prezzo ridicolo (4 o 5 euro). Idem l’altro.

Insomma, la conclusione è che io posso anche non conoscere i meccanismi che regolano le licenze editoriali e le traduzioni (ma le traduzioni non sono commissionate dall’editore? Quindi una volta ricevuto il via libera a tradurre, la licenza della versione tradotta dovrebbe essere di chi fa tradurre, no?), ma qui secondo me si tengono stretto un mercato su cui — nascondendosi dietro l’inevitabile rincaro di prezzo per via della lunga filiera produttiva che porta un libro di carta sullo scaffale di una libreria — chi un attore o chi un altro della filiera produttiva stessa ci fa la cresta.