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Benvenuta ECM

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Dallo scorso venerdì 17 novembre, tutto il catalogo dell’etichetta ECM è disponibile sulle piattaforme di streaming Spotify, Apple Music, Deezer, Tidal e Qobuz. Per gli appassionati di musica vuol dire avere a disposizione uno dei cataloghi più interessanti, influenti e criticati di sempre. Per il suo titolare, Manfred Eicher, probabilmente il vantaggio non è così immediato e il passaggio è stato molto più sofferto.

Fondata da Eicher a Monaco di Baviera nel 1969, la ECM – acronimo del pretenzioso «Editions in Contemporary Music» – era rimasta infatti uno degli ultimi fortini musicali a non essere stato espugnato dal consumo digitale (persino il download è arrivato più tardi rispetto agli altri). È una questione di qualità della musica, certo; la stessa questione che ha fatto preferire ad Eicher, nel corso degli anni (sebbene qualche tentennamento: vedremo dopo), il compact disc al vinile – anche il ritorno in auge di quest’ultimo è stato preso dalle ECM cum grano salis: qualche ristampa di vecchi titoli, ma le nuove uscite sono solo in cd. Soprattutto, è una questione di etica dell’ascolto e di estetica musicale.

Partiamo da quest’ultima: una delle critiche che sono state più mosse alla ECM e al suo capo, sin dagli inizi, è stata quella di aver creato uno standard audio che, col tempo, è finito quasi per essere un cliché e una parodia di sé stesso. Del resto il motto dell’etichetta – apparso per la prima volta in una recensione negli anni Settanta – è «the most beautiful sound next to silence». Suoni curati fino allo sfinimento e una qualità audio altissima in pressoché qualunque produzione messa sul mercato. Ma anche l’accusa, nemmeno troppo velata, di voler sacrificare sull’altare della pulizia sonora la creatività e la fantasia dei musicisti. Un trattamento à la ECM che avrebbe finito per privare molte delle musiche, soprattutto quelle di derivazione jazz, di una certa spontaneità. Comprensibile quindi, con queste premesse, che il formato digitale non fosse certamente la prima, né la seconda, scelta per uno come Eicher, le cui produzioni – pure acquistate in massa, almeno per certi titoli – hanno sempre strizzato l’occhiolino ad audiofili di medio-alta patologia.

Se lo scoglio della qualità del suono è risultato comunque superabile (c’è sempre un back catalogue da mettere a reddito: anche sotto questa lente è da leggere l’accordo con la Universal per la distribuzione digitale), rimaneva l’ostacolo più grande da aggirare per raggiungere questo cambiamento – per lui, gli altri si erano già adeguati da tempo – epocale: quello dell’etica. È facile prendersela con il solito, corretto, discorso sulla frammentazione dell’ascolto di musica sulle piattaforme digitali. Abbiamo tutta la musica del mondo a disposizione, ma ci siamo dimenticati gli strumenti per ascoltarla. Chiunque oggi non voglia essere visto come un dinosauro è ormai abituato ad ascoltare musica scegliendo un po’ qua e un po’ là, saltando ogni trenta secondi da un brano all’altro e – cosa ben peggiore – affidando ad un algoritmo, anziché ad un proprio percorso di scoperta e crescita, cosa ascoltare. Per Eicher questo passaggio però dev’essere stato faticoso, perché già in tempi non sospetti – era il 1989 – dichiarava alla rivista The Wire, in una delle rarissime interviste concesse durante la sua carriera, che i recensori e i critici di musica erano peggiorati con l’avvento del compact disc: poiché questo nuovo mezzo permetteva di saltare da una traccia all’altra senza alcuna fatica, arrivò persino a dire che «forse dovrei produrre soltanto dischi come Passio di Arvo Pärt, che ha una sola traccia che dura più di 70 minuti».

Non crediamo che da oggi la ECM produrrà dischi con brani da tre, quattro minuti per accontentare l’ascolto digitale. Del resto, la preferenza al cd rimane scritta anche nel comunicato stampa diffuso da Eicher, dove alla base delle decisioni si legge anche il contrasto alla pirateria sulla rete (provate a girare per Youtube e vi renderete conto che gran parte del catalogo ECM era già disponibile in maniera illecita). Piuttosto, prendiamo con piacere la notizia augurandoci che, in mezzo a qualche playlist di musica da scoprire e a qualche giro (impazzito?) dell’algoritmo, gli ascoltatori si trovino davanti un brano di Keith Jarrett, di Dave Holland, di David Torn, di Egberto Gismondi o del quartetto di Elina Duni. C’è pur sempre un mondo, là fuori, da scoprire.

 

 

La parola definitiva su Taylor Swift vs Spotify

Taylor_Swift_-_1989Sul caso, già ampiamente [1] analizzato [2], di Taylor Swift che ha deciso di togliere la sua musica da Spotify, la parola definitiva l’ha forse scritta Bill Wyman su Vulture, in un articolo che ha fatto in breve tempo il giro della rete:

Il disco ha venduto 1,2 milioni di copie nella prima settimana (il risultato più alto in oltre 10 anni). L’incasso lordo dovrebbe essere intorno ai 12 milioni di dollari. I pagamenti di Spotify sono quasi impossibili da calcolare, date le variabili su come il servizio funziona, ma è verosimile che Taylor Swift avrebbe guadagnato qualche migliaio di dollari per ogni mille streaming sulla piattaforma. La conclusione è ovvia: Swift è un genio. Il cd continua a vivere!

È corretta questa analisi? No.

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Taylor Swift vs Spotify, secondo round.

Un paio di opinioni degne di nota sul caso Taylor Swift vs Spotify già discusso qui.

Jillian Mapes su Flavorwire la mette in modo molto semplice: Taylor Swift in questo momento e per varie ragioni ha una posizione dominante rispetto ai servizi di streaming:

Il motivo per cui Taylor Swift ha tolto la sua musica da Spotify è semplice: perché può (…) Swift è parte dell’un percento dell’industria musicale, e anche se è un membro della generazione dei millenial che ha abbracciato lo streaming, la sua posizione di elite l’allinea in senso finanziario più a icone musicali pre-Internet come Garth Brooks o i Beatles. C’è una strategia comune nei confronti dello streaming a questo livelli di artisti: lasciano semplicemente Spotify fuori dal cancello. Hanno prosperato prima, continueranno a prosperare anche dopo. Anche se Taylor Swift non ha mai goduto di questo lusso, ora potrebbe comunque avvantaggiarsi da questo tipo di mentalità.
Con 1989, Swift ha lasciato i suoi vecchi fan nella polvere e ha continuato a far fruttare la sua vecchia tattica di tenere un piede nel pop e uno nel country. Lo ha fatto ignorando quasi completamente Spotify, con l’eccezione del primo singolo Shake It Off (lo stesso ha fatto con YouTube). L’idea è che la scarsa disponibilità gratuita guiderà le vendite nella fase iniziale — e per ora sembra funzionare. Perché non avrebbe dovuto replicare lo stesso modello con i suoi vecchi dischi?

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Considerazioni su Taylor Swift, 1989 e la musica in streaming.

Taylor_Swift_-_1989

È notizia di ieri che Taylor Swift ha deciso di rimuovere tutta la sua musica da Spotify. I motivi alla base di questa scelta sono probabilmente molti: già in passato, con un op-ed pubblicato sul Wall Strett Journal, l’ex paladina del neo-country ora convertita sulla via delle produzioni luccicanti di Max Martin aveva espresso le sue perplessità circa il modello di business rappresentato dallo streaming musicale. C’entra molto, però, anche la pubblicazione del suo nuovo disco 1989 — che non era ancora apparso su Spotify, seguendo una tendenza in voga tra gli artisti che sulla carta hanno un disco che vende, e cioè quella di aspettare un po’ prima di renderlo disponibile all’ascolto (più o meno) gratuito: l’aveva già fatto la stessa Taylor Swift, e lo avevano fatto anche Beyonce, i Coldplay e Adele. Spiega bene questa tendenza un post di Ben Sisario pubblicato sul blog Artsbeat del New York Times:

Insieme ad una manciata di altri artisti mainstream come Adele, i Coldplay e Beyonce, Taylor Swift ha spesso tolto la sua musica da Spotify per un periodo limitato di tempo dopo la pubblicazione, concedendo i suoi dischi solo dopo una ‘finestra’ di esclusività per la vendita fisica e digitale, che rendono maggiormente in termini di royalties. (E possono anche contribuire a quei grandi numeri di vendite settimanali che tanto fanno vantare l’industria musicale). Il disco più recente di Taylor Swift, 1989, pubblicato lo scorso 27 ottobre, non ha rappresentato un’eccezione, anche se su Spotify era già presente il primo singolo Shake It Off.

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Yorke su BitTorrent.

Thom Yorke dei Radiohead ha creato scompiglio in un noiosissimo venerdì pomeriggio annunciando a sorpresa la pubblicazione del suo nuovo album Tomorrow’s Modern Boxes. Il disco è disponibile in due versioni: una digital only per 6 dollari e una in vinile deluxe + digital a 30. La sua distribuzione, per la versione digitale, è affidata a Bit Torrent.

Yorke spiega l’esperimento così:

As an experiment we are using a new version of BitTorrent to distribute a new Thom Yorke record.
The new Torrent files have a pay gate to access a bundle of files..
The files can be anything, but in this case is an ’album’.
It’s an experiment to see if the mechanics of the system are something that the general public can get its head around. If it works well it could be an effective way of handing some control of internet commerce back to people who are creating the work.
Enabling those people who make either music, video or any other kind of digital content to sell it themselves.
Bypassing the self elected gate-keepers.
If it works anyone can do this exactly as we have done.
The torrent mechanism does not require any server uploading or hosting costs or ’cloud’ malarkey.
It’s a self-contained embeddable shop front…
The network not only carries the traffic, it also hosts the file. The file is in the network.

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Oggi su Medium

Oggi ho scritto un pezzo su Medium, la piattaforma a metà tra il blog e la cura dei contenuti, che sembra un magazine digitale e che è stata fondata da Evan Williams e Biz Stone (già Twitter). Si chiama quasi come un vecchio brano di Gil Scott-Heron: una specia di tributo, essendo un pezzo che tratta anche di musica.

The revolution will be metadataed.