Archivio tag: cultura

La cultura e la marmellata.

La prima cosa con cui Marina Valensise si scontrò nel 2012, quando fu chiamata a dirigere l’Istituto di Cultura Italiana a Parigi, fu la stampa. Accusata dal vento anti-casta di essere stata favorita dalla solita, eccessiva, discrezionalità del Ministro di turno (tracce dell’accusa e della contro replica sono ancora disponibili, per gli amanti del genere), Valensise sapeva che avrebbe dovuto dare un’ulteriore, non necessaria ma a quel punto caparbiamente voluta, prova di meritare quel ruolo. L’avventura alla guida dell’Istituto parigino, durata fino al 2016, è raccontata in questo bel libretto  La cultura è come la marmellata, appena dato alle stampe per i tipi di Marsilio nella collana «i Nodi».

«La marmellata è come la cultura: meno ne hai e più la spalmi», motto del maggio Sessantottino francese apparso sui muri della Sorbona, per Valensise bene incarna uno dei mille paradossi italiani: siamo uno dei paesi più culturalmente ricchi ma, nonostante tutto, non siamo capaci di valorizzare questo patrimonio e ci facciamo bagnare il naso da chi, al contrario, pur avendo meno ottiene molto più di noi.

Una grande sfida, che l’autrice racconta di aver affrontato partendo dalla definizione di «valorizzazione partecipata» del giurista Giuseppe Severini, che vede un rapporto di collaborazione e integrazione tra il pubblico e il privato, che coinvolge da un lato le pubbliche istituzioni e dall’altro le imprese, gli artigiani, le cooperative e il loro – legittimo – profitto (anch’esso considerato «di interesse nazionale», finalmente senza alcun tipo di tabù) per la promozione della cultura e la valorizzazione del patrimonio. Uno scambio alla pari di beni che ciascuno non possiede: lo Stato offre al privato il prestigio di una sede istituzionale e, con ciò, la legittimazione culturale; di contro, l’impresa dà allo Stato una strategia industriale e un prodotto di qualità.

Una mission che Marina Valensise si è data fin dal suo arrivo a Parigi quando, varcando il cancello dell’Hôtel del Gallifet, sede dell’Istituto, si è trovata ad affrontare il problema di dover rinfrescare, per usare un eufemismo, quelle stanze da troppo tempo disabituate a risplendere e a ospitare ciò per cui erano destinate. Così è partita dall’idea di utilizzare la cucina italiana come volano per la promozione del nostro paese – e quindi di tutto l’indotto che gira intorno: dagli arredi per cucina agli elettrodomestici – incontrando anche qualche resistenza iniziale dovuta ad eccessivi personalismi di quello che viene definito «il Ciellini della cucina italiana», fino ad arrivare a coinvolgere via via altre eccellenze italiane: dai tessuti di Fortuny ai pianoforti di Fazioli, passando per le residenze d’artista curate da esperti in varie discipline (sempre garantendo i criteri di imparzialità e rappresentatività, cui una pubblica amministrazione non deve mai derogare) e gli incontri con gli chef stellati.

Il racconto di Valensise è però anche il racconto di come la burocrazia italiana metta del suo nel complicare la promozione della cultura e la valorizzazione del territorio. Con impiegati svogliati, resistenti ai cambiamenti, che necessitano di motivazione e coinvolgimento. Qualcosa che, purtroppo, non è quasi mai un falso luogo comune, ma una triste realtà. Capacità del manager è quella di saper ricavare il meglio da ciò che ha a disposizione, anche quando non è di prima scelta. E in questo Valensise – che pubblica in appendice l’elenco di tutte le personalità che in quattro anni hanno presenziato all’Istituto – dimostra ampiamente di essere riuscita a vincere la sfida.

C’è molto da imparare, in questo libro che per la natura della sua scrittura (Valensise è anche giornalista) è rivolto non solo agli addetti ai lavori e agli appassionati, ma anche ai semplici curiosi poco avvezzi alle questioni politico-burocratiche. Ad un certo punto, leggendo il racconto, ci si imbatte anche in una delle migliori definizioni di «cultura italiana», declinata secondo la già citata valorizzazione partecipata:

La cultura italiana è una lampadina accesa nella testa di ogni italiano, fabbro o regista, poeta o ingegnere, falegname o compositore, di cui spesso non siamo neanche consapevoli, ma che permette di trovare soluzioni nuove, semplici, eleganti per problemi complessi. È il nostro dna, il nostro ingegno, il nostro orgoglio nazionale, che merita solo di essere riconosciuto e difeso.

Pubblicare l’impubblicabile.

Un particolare da WhDip, a sequence from White Diary Poetry di Bruce Andrews

Un particolare da WhDip, a sequence from White Diary Poetry di Bruce Andrews, parte della serie “Publishing the unpublishable”

Kenneth Goldsmith è un genio. Fondatore di Ubu, poeta, professore di Poesia all’Università della Pennsylvania, invitato per una lettura alla Casa Bianca, tra le sue tante idee sorprese un paio di anni fa quella di stampare tutta l’Internet. La sua ultima trovata è pubblicare l’impubblicabile: lavori di qualunque tipo, che difficilmente troverebbero un editore là fuori disposto a investirci dei quattrini, purché siano pensati in forma stampata (ma vengono distribuiti in pdf direttamente dal sito di Ubu). Nelle parole dello stesso Goldsmith:

In cosa consiste un lavoro impubblicabile? Può essere molte cose: troppo lungo, troppo sperimentale, troppo noioso; troppo eccitante; può essere un lavoro di gioventù o creato con uno stile che non ci appartiene più da molto tempo; qualcosa che è al di fuori del contesto per i quali si è generalmente conosciuti; un guilty pleasure o semplicemente un lavoro che il mondo giudicherebbe tremendo, ma che tu ritieni abbastanza buono. Abbiamo tutti una cartella piena di cose che altrimenti non vedrebbero mai la luce del giorno.

Il progetto è già partito ma, in qualche modo, si pone un limite: si concluderà con la pubblicazione del centesimo lavoro impubblicabile.

La rivoluzione soft.

Richard Brody, a differenza di Elisabeth Donnelly, è piuttosto entusiasta di Culture Crash, il nuovo libro di Scott Timberg.

scott-timberg-culture-crashCulture Crash pone grandi domande sull’arte ed esorta a riflettere se ci sia un legame tra l’auto-coscienza di una società e il supporto all’arte e agli artisti, e il benessere delle arti stesse. Piuttosto che limitarsi a proporre semplici politiche economiche che promuovano la creazione artistica e la loro diffusione, Timberg suggerisce un ripensamento piuttosto radicale della natura stessa dell’arte nella vita di oggi — in effetti, descrivendola non come un’eccezione spericolata ma come un modo normale di vivere, sia per chi la cultura la crea che per chi la consuma. Anziché offrire suggerimenti pratici per il miglioramento dell’attività artistica americana, Timberg propone qualcosa di meglio: una rivoluzione soft nel modo di pensare.

Le attività culturali hanno fatto crash. E ora?

Flavorwire ha letto uno dei libri di cui si sta discutendo di più nelle ultime settimane: Culture Crash di Scott Timberg. Sottotitolo: «L’uccisione della classe creativa». L’oggetto del libro è l’enorme difficoltà, al giorno d’oggi, di riuscire a guadagnarsi da vivere facendo un’attività «culturale» — termine che include ambiti tra loro diversi: scrittura, giornalismo, arte, film e musica. Timberg si è occupato per anni di questo fenomeno, prima come reporter del Los Angeles Times e poi scrivendo per Salon. Tuttavia, recensendo il libro, Elisabeth Donnelly scrive che:

scott-timberg-culture-crashCulture Crash non è il racconto della storia di Timberg; piuttosto, è il racconto di come l’era digitale ha maltrattato molte industrie — l’editoria, il giornalismo, la musica e il cinema — e dell’effetto a cascata che ha avuto sui commercianti locali, dall’impiegato del negozio di dischi al librario. L’argomento è molto ampio, e dove Timberg eccelle è nell’indicare come la “scena locale” abbia perso la sua energia in un mondo iper-connesso a Internet.
(…)
In breve, come spiega Timberg, il valore dei lavoratori delle industrie artistiche e culturali negli ultimi vent’anni si è svalutato in maniera quasi grottesca. Tutto ciò è triste perché rappresenta una situazione differente rispetto a quella del mondo in cui siamo cresciuti; tuttavia, è anche una storia piuttosto ricorrente nel tempo. Oggi, quella che una volta sarebbe potuta essere una carriera è un hobby. Nonostante ciò, le persone continuano a creare, a scrivere poesie, canzoni e libri. Senza una middle-class di persone che faccia lavori di medio-livello in ambito culturale, ciò che produciamo si riduce ad essere o un blockbuster (basti pensare ai film di supereroi prodotti in larga parte per il mercato cinese) o piccoli film dal budget ridottissimo che interessano a tre persone. È un mondo dove le sole persone che possono permettersi una vita nelle arti senza compromessi sono i figli di chi in passato ce l’ha fatta, e questa è una grave perdita.

Secondo Donnelly questa è la parte convincente dell’analisi di Timberg. Alla quale, purtroppo, non ne segue una propositiva:

Il libro non è all’altezza quando manca di una visione del futuro. Timberg racconta di Internet, e di come le grandi aziende come Apple, Amazon e Facebook abbiano preso la nostra cultura per poi rivendercela. Ha ragione, ed è una brutta situazione — ma come sopravviviamo in questo mondo? Timberg sembra più interessato a lamentarsi e a raccontare le cose com’erano, a quando le classi creative riuscivano a sopravvivere e prosperare, anziché a rispondere alla questione fondamentale.

Politica senza cultura?

Marcello Veneziani spiega sul Giornale la mancanza di un reale retroterra culturale nei tre leader politici emersi dopo la crisi della Seconda Repubblica: Matteo Renzi, Matteo Salvini e Beppe Grillo. Se la vecchia sinistra, per tradizione, era imbevuta di cultura, persino nel berlusconismo e nella nuova destra secondo Veneziani erano rintracciabili dei sottoboschi culturali. Ora, invece:

Non c’è una nuova post-sinistra dietro Renzi, non c’è un pensiero radicale dietro Grillo, non c’è neanche mezzo Miglio dietro Salvini, almeno in partenza. E questa mancanza di retroterra non produce nei leader e nei loro proseliti alcun disagio, come se fosse inutile, ridondante, ingombrante, del tutto superfluo.

Continua a leggere

Cultura da mangiare

immagine via Flickr

immagine via Flickr

Partendo dalla ricerca «Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza» [PDF], realizzata da Symbola in collaborazione con Unioncamere e con la Regione Marche, Paolo Conti su La Lettura del Corriere della Sera [11.01.2015, p. 8] mette insieme un po’ di cifre che indicano quanto positivamente il mercato culturale (che viene identificato con molti settori: non solo musei, biblioteche, monumenti e siti archeologici, ma anche l’architettura, la comunicazione, il design, la musica, il cinema e persino i videogiochi) influisce sull’economia italiana:

Il sistema produttivo culturale vale 80 miliardi di euro (tra non profit e pubblica amministrazione), denaro che riesce ad attivare — si legge nella ricerca — 134 miliardi di euro arrivando così a costituire una filiera culturale, in senso lato, di 214 miliardi di euro. E così il sistema produttivo culturale passa dal 5,7%, come incidenza, al 5,3%, considerando l’intera filiera del resto dell’economia attivata. Insomma, con la cultura si mangia: e come. Ne sanno qualcosa i 289 mila occupati in Lombardia nel settore, i 160 mila del Lazio e del Veneto (cifre identiche), i 107 mila in Toscana, i 60 mila della Sicilia, così come lo sanno rispettivamente le 84.495 imprese culturali della Lombardia, le 53.482 del Lazio e le 38.136 del Veneto, le 34.729 della Toscana e le 26.828 della Sicilia. Interessante sottolineare come il settore dell’architettura piloti con il 34,1% l’intero settore delle imprese culturali nel comparto creativo, mentre l’audiovisivo si ferma ad appena il 2,7% e i videogiochi-software sono a quota 10,2%, superati (incredibilmente ancora) dal comparto libri e stampa, all’11,2%.

Di tutto questo, spiega Conti, se ne avvantaggia anche l’export legato alle attività culturali, che

durante la crisi è cresciuto del 35%: era di 30,7 miliardi nel 2009, nel 2013 è arrivato a 41,6 miliardi, totalizzando il 10,7% di tutte le vendite oltre confine delle nostre imprese.

Quale significato di «cultura»

Joshua Rotham riflette sul New Yorker intorno al significato del termine «cultura», dopo che il dizionario Merriam-Webster l’ha decretato il termine del 2014.

Il critico Raymond Williams, nel suo dizionario Keywords, scrive che la «cultura» ha tre significati differenti: c’è la cultura come processo di arricchimento individuale, come quando ci capita di dire che qualcuno è «acculturato» (nel 1605, Francis Bacon scrisse sulla «cultura e la coltivazione delle menti»); la cultura come il «particolare modo di vivere» di un gruppo, ad esempio quando parliamo di cultura francese, cultura di una compagnia, o multiculturalismo; e una cultura come attività, che viene praticata nei musei o ci arriva dai concerti, dai libri e dai film […] Questi tre significati di cultura sono in verità abbastanza diversi tra loro e — scrive Williams — competono l’uno con l’altro. Ogni volta che pronunciamo la parola «cultura», intendiamo uno o l’altro di questi aspetti: la «cultura» trasmessa per osmosi e la «cultura» che si impara nei musei, o la «cultura» che fa di te una persona migliore, o una «cultura» che ti rende parte di un gruppo.

Continua a leggere

L’anno che verrà sarà sempre peggio dei cent’anni prima.

centanni

La retorica del «si stava meglio quando si stava peggio» è tra le tossine più dannose per il continuum culturale di una società. E’ una specie di torcicollo intellettuale per cui non si guarda indietro con lo spirito critico, o di apprezzamento, o di esaltazione per un passato più o meno glorioso nel campo della letteratura, delle arti visive, della musica, ma solo per prendere quel passato a piene mani e metterlo sul piatto della bilancia del confronto con il presente. Il quale presente — guarda caso — ne esce quasi sempre con le ossa rotte.

Né più né meno di quanto fatto questa mattina da Ranieri Polese su La Lettura, il pregevole inserto domenicale del Corriere della Sera [29.12.2013 p.5]. Titolo dell’articolo: «Avanguardie addio, il Web è piatto», e basterebbe già per fargliene una colpa se non fosse che il titolista e l’articolista sono due persone differenti. Svolgimento tutto sul paragone. Con quanto avveniva un secolo fa: il primo volume de Le Recherche di Proust, La sagra della primavera di Stravinskij, Picasso cubista a Parigi, ecc.

Oggi invece cosa c’è? L’appiattimento, l’avanguardia non esiste perché non c’è più una tradizione contro il quale opporsi e sicuramente di quel tizio inglese che mise lo squalo sotto formaldeide tra cent’anni non si ricorderà più nessuno. Ciò non rappresenta un giudizio critico su Hirst (citati anche Franzen e Rushdie, campo letteratura). Piuttosto una delegittimazione sui generis, buona per titillare le papille gustative dei più nostalgici tra i lettori de La Lettura (e dovranno essere quindi molti).

Tutto questo, si badi bene, con l’avvertenza che

paragonare opere di ieri a quelle di oggi non si può perché sono assolutamente disomogenee.

Potremmo stare qui ore a discutere del significato di «disomogeneo». Fortunatamente è Polese stesso a giungerci in aiuto sul finire del suo articolo:

Tutto si può scaricare. Questo comporta dei rischi: la crisi (la morte?) del libro, del cinema, della musica nelle loro forme tradizionali.

Dunque la disomogeneità sta nel mezzo, non in quella che Polese, travisandola, chiama «forma». Il discorso è vecchio e la sua efficacia è stata ampiamente dimostrata: non esiste. Nessuna delle cassandre che avevano messo in forse il futuro di un’arte, al momento in cui era cambiato il mezzo, ha avuto ragione. A meno, quando per forma non intendesse il mezzo, non abbia proceduto nel suo ragionamento con la logica di cui si diceva all’inizio: guardando indietro e paragonando il presente al passato.

La musica non è in crisi perché ora viene scaricata, né perché i suoi modelli sono «ripetitivi» rispetto a quelli del Pop-Rock anni ’60 (sempre Polese: evidentemente cade nel vizio di considerare migliore tutto ciò che risale ai suoi tempi, tanto più tutto ciò che conosce poco e male).
La musica (e, certo, il cinema, la letteratura) se è in crisi — e lo è quanto meno dal punto di vista economico — non è di certo per la normalizzazione e la democratizzazione culturale che il Web ha portato. Ma perché manca l’opera di selezione, di critica, manca quella curiosità che dovrebbe smuovere i Polese della situazione (e gli inserti culturali che li pubblicano) dal torpore che fa loro preferire parlare sempre dei soliti, o sempre bene del passato ai danni del presente (il futuro, sebbene questi attacchi spesso stiano tra gli specialini sull’anno che verrà, non è quasi mai pervenuto).