Amo l’Italia, volo Alitalia (?)

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Sulla vicenda Alitalia, sulla opportunità di un prestito ponte da parte dello Stato Italiano per affrontare quella che i giornali definiscono la «cruciale stagione estiva» e su molte altre cose circa il vizio di considerare una bandiera impressa sulla carlinga di un aeroplano più meritevole di un servizio aereo economicamente sostenibile e piacevolmente utilizzato dai clienti, Alberto Mingardi usa parole definitive in un editoriale sulla Stampa [29.04.2017, p.1]:

Anche questa volta non manca chi ritiene inaccettabile il fallimento, a cominciare dal segretario del Pd Matteo Renzi. Questo accanimento, e ci vuole faccia tosta a non considerarlo «terapeutico», ha una sola ragione: l’ideologia.

Non è, per una volta, un abile calcolo da procacciatori di consenso. Alitalia ha 2 mila dipendenti, anche contando famiglie e amici si tratta di un bacino elettorale modesto. In compenso ci sono milioni di contribuenti che non sopportano l’idea di metterci altri quattrini. I numeri della disoccupazione, che sfiora il 12%, non giustificano un intervento così oneroso a favore degli impiegati di una sola impresa: e anzi le cuciono addosso lo stigma del privilegio.

Non è una questione di interesse pubblico. Il mercato aereo italiano è più che raddoppiato fra il 1997 e il 2016 (da 53 milioni di passeggeri a 133), mentre la quota dei passeggeri serviti da un’Alitalia in crisi semi-permamente si è ridotta (A. Giuricin, Alitalia, una storia infinita, 2017). L’interesse pubblico risiede semmai nell’avere aeroporti ben funzionanti e ben serviti. Che poi la domanda di trasporto venga soddisfatta da Alitalia, da British Airways, o da Ryanair, che importa?

Solo l’ideologia ci tiene legati all’idea di una Alitalia per forza italiana. Il prestigio nazionale starebbe non nel garantire voli economici alle persone, ma nel tricolore impresso sulle ali. Il che si traduce in un’altra azienda da pilotare dal Tesoro o dalla Cassa depositi e prestiti, nella convinzione di poter far meglio dell’impresa privata. Il trasporto aereo è un settore difficile, in tutto il mondo. La storia di Alitalia è un cimitero di manager. Perché questa volta le cose dovrebbero andare diversamente?

Il grande fratello di cui non ci preoccupiamo.

bigbrother

Tra gli italiani c’è uno strano ‘doppiopesismo’ quando si tratta di privacy. Ogni volta che qualcuno prova a limitarla con azioni che prendono di mira le nuove tecnologie, c’è una rivolta. Quello che più o meno è successo anche in queste ore, con l’annuncio del passo indietro del governo che ha tolto le modifiche proposte nel codice di procedura penale contenute nel decreto sull’antiterrorismo, in seguito ad una rivolta via web degli utenti non molto felici di trovarsi, un giorno, un programma-spia nel proprio computer.
Sempre rimanendo nel tema delle nuove tecnologie, spesso ci preoccupa l’enorme quantità di dati sensibili che i colossi dell’informatica e della rete hanno a disposizione sul nostro conto. Google conosce ciò che ricerchiamo, Facebook i nostri gusti, Amazon i nostri acquisti. E così via.

C’è però un aspetto delle nostre vite che non ci preoccupa, o che sembra preoccuparci infinitamente meno rispetto agli esempi esposti poco sopra. E riguarda il fatto che lo Stato, ormai, conosce tutto di noi. È una contraddizione che ha messo bene in evidenza l’economista e studioso liberale (ma lui preferirebbe «libertario») Alberto Mingardi, con un editoriale su La Stampa. Spiega Mingardi che ormai «il segreto bancario è morto e sepolto, dentro e fuori i confini delle nazioni, [ma] nessuno ha recitato una prece». Oggi lo Stato sa tutto di di noi e controlla ogni nostro movimento: non solo quanto guadagniamo e quanto spendiamo, ma come questo si rapporta al nostro stile di vita, quali investimenti facciamo, se abbiamo debiti e di quali entità. E non vale, secondo Mingardi, la massima che vuole che «gli onesti non hanno nulla da temere», perché in realtà questo spionaggio statale porta ad una «straordinaria concentrazione di potere che si produce, in capo ad organizzazioni che possono essere informate, in tempo reale, di ogni e qualsiasi transazione economica». Una concentrazione di potere che non solo dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il concetto di libertà e privacy, ma che secondo l’economista è del tutto simile a quella che si tira in ballo (e che tanto desta preoccupazione) quando ci sono di mezzo i colossi del web come Google o Amazon.

Ma perché, allora, nessuno si lamenta più di tanto, nessuno «recita una prece» o grida sdegnato? Scrive Mingardi:

Abbiamo la percezione che siano problemi dei ricchi, che a noialtri dovrebbero interessare poco o punto. Perché abbia senso essere sleali col fisco, bisogna che ci sia un patrimonio da occultare. C’è da dire che ‘ricchi’ sono sempre gli altri. Nella Russia di Stalin, per essere kulako, contadino proprietario e dunque nemico di classe, era sufficiente possedere due mucche.
Oggi, è un’idea molto diffusa che la burocrazia fiscale si stia attrezzando per prendere all’amo i pesci grossi, trascurando di passare ai raggi X quelli piccoli. Parrebbe un ragionamento di buon senso: val la pena concentrare risorse, per andare a prendersi il bottino più sostanzioso. E tuttavia, non è sempre così: si pensi a quanto avvenuto a quell’operaio pisano che si è trovato alla porta l’Agenzia delle Entrate, perché era andato due volte in crociera nel corso dello stesso anno. Troppe vacanze, per il reddito di quella famiglia: o così almeno, è apparso a dei funzionari, senz’altro ben intenzionati.
È facile sorridere di un eccesso di zelo, ma ciò che conta sono i meccanismi che lo hanno reso possibile. La tracciabilità ‘assoluta’ rappresenta un cambiamento epocale. Chiamiamola pure «trasparenza», ma implica un potere di sorvegliare le nostre vite che i più tremendi regimi del Novecento neanche si sognavano.