gennaio 3, 2017

Una storia di sinusiti

Soffro di sinusite da oltre dieci anni. Non ricordo la prima volta che sospettai che un raffreddore si fosse nel frattempo trasformato in altro, ma ricordo benissimo la prima volta che l’otorino mi fece la diagnosi. Sinusite causata dalla deviazione di un setto nasale che mai avevo urtato – con un pallone o per colpa di un pugno – ma che, nonostante ciò, aveva deciso in totale autonomia di diventare storto.

Chiesi al medico come fosse possibile. Disse che era piuttosto normale: il setto nasale si devia non solo quando riceve un colpo ben assestato, ma anche per cause naturali. La mia causa era stata lo sviluppo. Le mie mucose nasali avevano cioè deciso di prendersi più tempo rispetto al resto del corpo.

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CeccomasterOpera propria, CC BY-SA 3.0, Immagine Wikimedia , CC BY-SA 3.0, Wikimedia

Wikipedia definisce la sinusite come «un processo infiammatorio, acuto o cronico, delle mucose dei seni paranasali». In pratica ti si ingrossano le mucose, tu respiri peggio e in cambio dal tuo naso fuoriesce un liquido acquoso. Esistono tre tipologie di sinusiti: acuta, cronica o ricorrente, a seconda della durata della patologia; la maggior parte delle volte, la sinusite arriva dopo un raffreddore, più raramente è di origine virale o batterica (in quest’ultimo caso, serve l’antibiotico).

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Avere la sinusite fa schifo. Vuol dire passare alcuni giorni, specie durante l’inverno o nel periodo di transizione tra il caldo (l’estate) e il fresco (autunno ed inverno), con mal di testa, naso che cola, mal di denti, mal di occhi, febbre, nausea e tante altre belle cose. Per quanto mi riguarda, vuol dire passare tre o quattro giorni con dolore acuto, vertigini e senso di intontimento, per tre o quattro volte durante l’anno — ho letto alcune cose in Internet, e pare che sia tra i casi più fortunati.
Di solito succede così: prendo il raffreddore, perché la gente prende il raffreddore. Solo che il mio raffreddore non vuol quasi mai dire naso chiuso, starnuti e sintomi influenzali; dal mio naso, quando ho il raffreddore, esce poco o niente. Tutto si accumula all’interno e, quando pensi che il raffreddore sia passato senza farti nemmeno il torto di eccessivo disagio sociale (i fazzoletti di carta appallottolati e seminati qua e là), ecco che ciò che non era uscito prima inizia a farsi sentire. Parte una specie di emicrania all’altezza della radice del naso quando abbassi la testa. Evolve velocemente al secondo stadio dove, sempre in quel punto, è come se una mano premesse. Al secondo giorno, sento gli zigomi che si staccano e i denti che premono per uscire dalle gengive – ma non succede nulla di tutto ciò, ho controllato.

Ormai riconosco i sintomi da subito e passo ai rimedi. Inizio con gli aerosol, quando ho la fortuna di avere in casa le fialette, altrimenti tocca uscire e cercare un farmacista compiacente che ti dia il Clenil anche senza la ricetta. Insieme agli aerosol faccio i fumenti: prima usavo il Sedo Calcio, poi ho iniziato a mettere semplicemente il sale nell’acqua mentre oggi uso l’olio 31, non ne ricavo alcun beneficio aggiunto, ma il suo profumo mi piace di più. Quando anche queste due soluzioni fruttano poco, e nemmeno se affiancate ad una dose di paracetamolo prima di andare a dormire (come in questi giorni), allora inizio ad escogitare ogni trucco possibile per espellere il muco dal mio corpo. Fino a qualche anno fa era facile, bastava soffiarsi il naso premendo bene alla radice del naso: oggi pare impossibile.
Mancando di una sonda da far salire su per le narici per aspirare il tutto, mi viene in mente il consiglio dell’otorino: tenere al caldo la fronte, perché è lì che (almeno nel mio caso) risiede il muco, e il calore lo scioglie e ne facilita l’espulsione. Allora indosso cappellini e appoggio panni caldi. E poi faccio docce, tante docce: il microclima che si crea all’interno della cabina è l’ideale, sembra di essere in un bagno turco. Respiro profondamente, nella speranza che il vapore caldo sciolga tutto. E quando sento che è il momento, mi soffio il naso violentemente.

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Pare che soffiarsi il naso sotto la doccia utilizzando le mani anziché un fazzoletto sia una delle cose più negate dall’umanità dopo mettersi le dita nel naso: a riguardo hanno chiesto pareri persino su Quora e su Reddit. Non lo ammette nessuno, ma soffiare il naso nelle proprie mani non solo è una delle cose più naturali del mondo, nel contesto di una doccia, ma è anche una liberazione. In tempi di ecologismo religioso, inoltre, il risparmio di carta (o di elettricità per lavare i fazzoletti di stoffa) dovrebbe essere premiato, non dileggiato.

Christine Friar ha stilato per The Awl la classifica dei tessuti migliori con i quali soffiarsi il naso. Utilizzare le mani quando si è sotto la doccia prende sei su dieci:

Listen, there are plenty of people out there who will front hardcore like they don’t empty their sinuses into their own hands when they’re alone in the shower, but I’m not one of those people. I excrete. It’s fine. This method is great because you’re breathing in steam and your boogs are all melted and malleable, so it’s a strategically advantageous time to clean the ol’ pipes. Plus you get to rinse all of the byproduct right down the drain then and there. No mess! No paper waste! The only downside is that you still ostensibly have a hygiene routine to complete afterward, which leaves a couple minutes for fresh boogs to drop, which will then melt in the steam and leave you with a runny nose. So my advice would be to do this as many times as you want during your shower, but make sure you do one right before you turn off the water and step out for peak impact.

gennaio 1, 2017 dicembre 31, 2016

Il buono, il buonismo.

Foto Flickr

Il problema non sono mica i negozi della Città del Sole, che sono pure graziosi e fanno molto centro storico. Il problema è la filosofia che sta dietro – e dietro altri innumerevoli marchi e tic comportamentali cui quelle ormai largamente definibili come «anime belle» ci stanno abituando. La filosofia non del «buono», ma del «buonismo»; non del «giusto», ma del «corretto»; non dell’«etica», ma della «morale».

Racchiude tutto, e denuncia meglio di chiunque altro, Arianna Giorgia Bonazzi, in un articolo apparso qualche settimana fa su Rivista Studio. Sarebbe, appunto, una fenomenologia della Città del Sole, ma si mira ad altro. Io, nel frattempo, continuerò a mettere mano alla fondina ogni volta che sentirò dire «grassi saturi».

Ora, secondo me è giustissimo che io, dopo aver svaligiato qualche chilo di legno e cartone per i nipoti, debba farmi un altro chilometro per andare altrove a comprare quello che i miei figli desiderano davvero trovare sotto l’albero: non pretendo di trovarlo in quel tempio, ci mancherebbe. Il problema semmai sono i clienti totalitaristi, quelli che trasformano i regali Città del Sole in costrizioni a fare cose giuste, solo cose giuste, in un perentorio “bevi il centrifugato di cetriolo”, senza guardare le patatine, perché nella Città del Sole si mangiava solo minestra.

Sono quelli a cui non basta andare in bici, devono appuntarsi la spillina “sono per la mobilità sostenibile”, persone convinte che una serie di comportamenti estetici (no tablet, sì pianoforte), sanitari (no farmaci, sì omeopatia) e salutisti (no zuccheri, sì frutta) possano sostituirsi comodamente all’intero apparato etico di un individuo: persone che, incapaci forse di altro genere d’empatia, vorrebbero passare per buoni e simpatici semplicemente perché non mangiano insaccati, non danno le caramelle ai figli, e non li portano al cinema in 3D. Quelli che si presentano dicendo “Io sono per il cibo sano” e “da me solo giochi intelligenti.” Ma chi, mi viene da rispondere, è per i grassi saturi e i giocattoli stupidi?

I più letti del 2016

Foto via Flickr

L’unico bilancio di fine anno è quello che soddisfa la parte di ego che, di tanto in tanto, ti fa consultare i dati di navigazione di questo sito. Per cui, ecco di seguito i 10 post più letti nel corso del 2016. E nemmeno tutti sono stati pubblicati nel 2016.

1. Sartretizzarsi, l’originale. Dove si racconta di quella volta che Jean Paul Sartre rifiutò il Premio Nobel. Dev’essere stata la fortunata coincidenza con l’altro gran rifiuto, per lo meno a presenziare alla cerimonia, operato quest’anno da Bob Dylan. O forse c’entra (anche) il fatto che il post in questione è citato (almeno lo era fino ad una settimana fa) come fonte all’interno di una nota enciclopedia online.

2. La musica dub, spiegata. Una vecchia recensione di un saggio di Richard Skinner sul significato della musica dub, troppo spesso confusa (a torto) come una variante del reggae, quando invece rappresenta una vera e propria ‘intenzione’ musicale. Un po’ come lo swing. Della recensione è apparsa anche una traduzione in inglese, che però (stranamente) sembra avere meno successo della versione originale.

3. Forse è gia mattino e non lo so. La storia, che mi trascino dietro dal 2006, di Diana Est, brevissima eppure intensa meteora italo disco. Un pezzo che inspiegabilmente vanta un discreto successo, così come meno inspiegabilmente è stato più o meno plagiato qua e là su altri sitarelli che non vale nemmeno la pena linkare.

4. La musica del mondo. Ai tempi delle nomination ai Grammy del 2014, quelli di Twitter fecero una mappa dei generi musicali utilizzando la geolocalizzazione dei tweet. Ne venne fuori una di quelle cose curiose, delle quali è piena l’Internet. Forse andrebbe aggiornata, chissà.

5. Il carro dei vincitori è sempre pieno. Un sempreverde, in Italia, dove la gente ha sete di conoscere il significato del termine «bandwagoning». In questo post riprendevo un’ottima spiegazione che ne diede Angelo Panebianco sulle pagine del Corriere della Sera. Nota di colore: le visite a questo post sono notevolmente aumentate nelle ultime settimane, e cioè da quando Renzi ha perso il referendum del 4 dicembre ed è incominciata una specie di doppia gara: scendere dal carro di Renzi ovvero salire su quello di Gentiloni.

6. Godere e rosicare. Un pezzo nel quale si spiega il significato di due termini: «schadenfreude» e il suo contrario gluckschmerz». Del primo sono noti moltissimi usi (persino nei Simpson), mentre il secondo sembra avere notevolmente meno riscontro.

7. Cosa fanno i copy editor? Si parte dal libro della decana dei copy editor, Confession of a comma queen di Mary Norris del New Yorker per capire che razza di lavoro sia il copy editor e perché, in così tanti, lo vogliate fare.

8. L’album di famiglia di Rossana Rossanda. Rossanda nel marzo del 1978 scrisse per il manifestoun celebre articolo, intitolato “Il discorso sulla Dc”, nel quale per la prima volta a sinistra si ragionava sul terrorismo di matrice brigatista includendolo all’interno del proprio album di famiglia (un’altra espressione che, da allora, è diventata celebre).

9. Sulle ristampe in vinile di vecchi dischi, talvolta percepiti come le uniche vere novità in ambito musicale. Insomma, ci sono persone che «è la quinta volta che acquistano Led Zeppelin IV» ma noi corriamo il rischio di non capire più quale sarà la forma della musica che verrà.

10. Quella volta che Gianfranco Funari diresse il quotidiano L’Indipendente. Un altro grande classico, forse l’unico vero “longform” (per usare delle categorie internettiane che ci stanno un po’ strette) che si trova da queste parti. Invero, da una ricerca in rete, è anche l’unico articolo che racconta quella incredibile storia, che si sviluppò a cavallo tra l’estate del 1994, quando l’Italia rischiò pure di vincere i Mondiali di Calcio.

dicembre 14, 2016 dicembre 11, 2016

La cultura e la marmellata.

La prima cosa con cui Marina Valensise si scontrò nel 2012, quando fu chiamata a dirigere l’Istituto di Cultura Italiana a Parigi, fu la stampa. Accusata dal vento anti-casta di essere stata favorita dalla solita, eccessiva, discrezionalità del Ministro di turno (tracce dell’accusa e della contro replica sono ancora disponibili, per gli amanti del genere), Valensise sapeva che avrebbe dovuto dare un’ulteriore, non necessaria ma a quel punto caparbiamente voluta, prova di meritare quel ruolo. L’avventura alla guida dell’Istituto parigino, durata fino al 2016, è raccontata in questo bel libretto  La cultura è come la marmellata, appena dato alle stampe per i tipi di Marsilio nella collana «i Nodi».

«La marmellata è come la cultura: meno ne hai e più la spalmi», motto del maggio Sessantottino francese apparso sui muri della Sorbona, per Valensise bene incarna uno dei mille paradossi italiani: siamo uno dei paesi più culturalmente ricchi ma, nonostante tutto, non siamo capaci di valorizzare questo patrimonio e ci facciamo bagnare il naso da chi, al contrario, pur avendo meno ottiene molto più di noi.

Una grande sfida, che l’autrice racconta di aver affrontato partendo dalla definizione di «valorizzazione partecipata» del giurista Giuseppe Severini, che vede un rapporto di collaborazione e integrazione tra il pubblico e il privato, che coinvolge da un lato le pubbliche istituzioni e dall’altro le imprese, gli artigiani, le cooperative e il loro – legittimo – profitto (anch’esso considerato «di interesse nazionale», finalmente senza alcun tipo di tabù) per la promozione della cultura e la valorizzazione del patrimonio. Uno scambio alla pari di beni che ciascuno non possiede: lo Stato offre al privato il prestigio di una sede istituzionale e, con ciò, la legittimazione culturale; di contro, l’impresa dà allo Stato una strategia industriale e un prodotto di qualità.

Una mission che Marina Valensise si è data fin dal suo arrivo a Parigi quando, varcando il cancello dell’Hôtel del Gallifet, sede dell’Istituto, si è trovata ad affrontare il problema di dover rinfrescare, per usare un eufemismo, quelle stanze da troppo tempo disabituate a risplendere e a ospitare ciò per cui erano destinate. Così è partita dall’idea di utilizzare la cucina italiana come volano per la promozione del nostro paese – e quindi di tutto l’indotto che gira intorno: dagli arredi per cucina agli elettrodomestici – incontrando anche qualche resistenza iniziale dovuta ad eccessivi personalismi di quello che viene definito «il Ciellini della cucina italiana», fino ad arrivare a coinvolgere via via altre eccellenze italiane: dai tessuti di Fortuny ai pianoforti di Fazioli, passando per le residenze d’artista curate da esperti in varie discipline (sempre garantendo i criteri di imparzialità e rappresentatività, cui una pubblica amministrazione non deve mai derogare) e gli incontri con gli chef stellati.

Il racconto di Valensise è però anche il racconto di come la burocrazia italiana metta del suo nel complicare la promozione della cultura e la valorizzazione del territorio. Con impiegati svogliati, resistenti ai cambiamenti, che necessitano di motivazione e coinvolgimento. Qualcosa che, purtroppo, non è quasi mai un falso luogo comune, ma una triste realtà. Capacità del manager è quella di saper ricavare il meglio da ciò che ha a disposizione, anche quando non è di prima scelta. E in questo Valensise – che pubblica in appendice l’elenco di tutte le personalità che in quattro anni hanno presenziato all’Istituto – dimostra ampiamente di essere riuscita a vincere la sfida.

C’è molto da imparare, in questo libro che per la natura della sua scrittura (Valensise è anche giornalista) è rivolto non solo agli addetti ai lavori e agli appassionati, ma anche ai semplici curiosi poco avvezzi alle questioni politico-burocratiche. Ad un certo punto, leggendo il racconto, ci si imbatte anche in una delle migliori definizioni di «cultura italiana», declinata secondo la già citata valorizzazione partecipata:

La cultura italiana è una lampadina accesa nella testa di ogni italiano, fabbro o regista, poeta o ingegnere, falegname o compositore, di cui spesso non siamo neanche consapevoli, ma che permette di trovare soluzioni nuove, semplici, eleganti per problemi complessi. È il nostro dna, il nostro ingegno, il nostro orgoglio nazionale, che merita solo di essere riconosciuto e difeso.

Ritratto di neo premier

Da un ritratto del neo Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, redatto un paio di anni fa per Il Foglio da Nicoletta Tiliacos:

Fedele, dunque. Perfino al vecchio barbiere di fronte al palazzo romano di piazza san Bernardo, dove vivono ancora molti Gentiloni Silverj, dove Paolo ha sempre vissuto e dove abita tuttora con la moglie Emanuela Mauro, architetto, sposata nel 1988. All’epoca in cui era direttore del mensile di Legambiente, dal 1984 al 1992, le sue colleghe in redazione (tutte donne, tanto che l’amico etologo Enrico Alleva lo chiamava “Mister Y”, nel senso dell’unico cromosoma maschile perso tra molte “XX”) lo vedevano arrivare ogni tanto con la folta capigliatura (che conserva, elegantemente ingrigita) martoriata da feroci e apparentemente casuali colpi di cesoie. Lui, alle puntuali rimostranze delle amiche che gli consigliavano di cambiare parrucchiere, diceva che andava da quel barbiere da quando era piccolo e non se la sentiva di tradirlo. Per il resto, comunque, nel variegato e sciamannatissimo panorama del movimento verde, ecologista e pacifista italiano, che Gentiloni ha frequentato a lungo, si distingueva per sobrietà, eleganza tradizionale senza affettazione, uso di mondo e, ancora una volta, grande flemma. Alcune sue colleghe lo ricordano in un tempestoso pomeriggio passato in fotocomposizione, quando si doveva chiudere il numero del mensile. Tempestoso in senso stretto, perché una pioggia senza tregua aveva fatto saltare i tombini e il capannone dove era ospitata la tipografia, a Ponte Marconi, sulle rive del Tevere, nel giro di pochi minuti si era tragicamente allagato. Gentiloni, senza scomporsi, sigaretta all’angolo della bocca (poi ha smesso) e pantaloni già rimboccati al polpaccio, continuava a controllare le ultime correzioni, prima di essere portato via, quasi di peso, dai tipografi.

dicembre 4, 2016

Necrologi.

Scrive il Miami Herald in uno dei più belli obituaries apparsi dopo la morte di Fidel Castro:

Pochi i leader di nazioni ad aver ispirato una fedeltà così intensa – o un così straziante sentimento di tradimento. Pochi ad aver scaldato i cuori dei giovani irrequieti come ha fatto Castro quando da giovane; e pochi sono sembrati così irrilevanti come lo è stato Castro da vecchio: l’ultimo comunista, aggrappato a quel vuoto e decrepito angolo di mondo che era diventata Cuba sotto il suo dominio.

novembre 1, 2016

Antipolitica e antipolitica

Archivio qui, per usi futuri che non tarderanno ad arrivare, la doppia definizione di «antipolitica» che questa mattina il prof. Angelo Panebianco ha dato dalle colonne del Corriere della Sera:

Ci sono due tipi di antipolitica, una vera e una finta. L’antipolitica vera non è oggi di moda (…) È quella che non vuole una politica impicciona, che ha per ideale – da perseguire benché non possa mai essere compiutamente realizzato – lo “Stato minimo”, uno stato che si occupi di fronteggiare emergenze e sfide alla sicurezza e di produrre pochi beni pubblici essenziali, lasciando il resto al mercato e al libero associazionismo volontario. Ma non è questa l’antipolitica oggi di moda. È di moda l’antipolitica fina, la quale convoglia il disprezzo dei cittadini sulla politica ma pretende altresì che la politica resta l’impicciona di sempre (non si propongono privatizzazioni e liberalizzazioni ma protezionismo e dosi ancor più massicce di statalismo). L’antipolitica oggi di moda è un ossimoro: è un’antipolitica statalista.

ottobre 16, 2016

Difendere il latino e il greco per difendere un metodo di ragionamento.

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Luca Ricolfi spiega sul Sole 24 Ore i motivi che l’hanno spinto a firmare l’appello — «il primo (probabilmente l’unico) della mia vita» — contro l’abolizione totale o parziale della traduzione dal greco e dal latino nell’esame di maturità del Liceo Classico.

La sua, spiega Ricolfi, non vuole essere la difesa in sé della classicità delle due materie in questione. Ma una riflessione più ampia, che s’inserisce nel dibattito su quanto l’asticella della «protezione da ogni sfida che possa mettere [i nostri ragazzi] davvero alla prova» debba essere ancora abbassata e su quanto, al contrario, «non vogliamo privar[li] delle capacità di cui prima o poi avranno bisogno».

Ricolfi crede che la vera ragione per cui si vuole abolire la traduzione dal greco e dal latino

non sia l’incapacità di apprezzare la cultura classica, o la volontà di promuovere la cultura scientifica, o il desiderio di modernizzare e svecchiare la scuola. No, la vera ragione è molto più terra-terra: la traduzione dal latino e dal greco, insieme ad alcune parti della matematica (nei casi in cui vengono effettivamente insegnate), è rimasto l’ultimo compito davvero difficile della scuola secondaria superiore. È questo, semplicemente questo, che rende attraenti le tesi degli abolizionisti. È questo che – prima o poi – consentirà loro di imporsi. Perché, non nascondiamocelo, la domanda degli studenti e delle loro famiglie non è di alzare l’asticella, ma di abbassarla sempre più, come in effetti diligentemente facciamo da almeno quattro decenni.È questo, il livello dell’asticella, che fa la differenza fra una buona scuola e una scuola mediocre. Ed è questo, la tenace volontà di tenerla bassa, il non-detto che accomuna buona parte delle innovazioni nella scuola e nell’università. Se così non fosse, alla progressiva erosione dello spazio del latino e del greco, con la soppressione dell’analisi logica nella scuola media inferiore, la scomparsa quasi universale della traduzione dall’italiano, l’istituzione di licei scientifici “ma senza latino”, si accompagnerebbe l’introduzione di soggetti ritenuti più interessanti, o più utili, o più formativi, ma altrettanto impegnativi. Giusto per fare qualche esempio: studio del cinese, compresi gli ideogrammi; logica e calcolo simbolico; teoria della relatività; meccanica quantistica; filologia classica o moderna; algebra astratta; linguaggi di programmazione evoluti (al posto del ridicolo insegnamento del pacchetto Microsoft Office).