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Questione di karma.

Pressure Drop just came to me on guitar. It’s a song about revenge, but in the form of karma: if you do bad things to innocent people, then bad things will happen to you. The title was a phrase I used to say. If someone done me wrong, rather than fight them like a warrior, I’d say: “The pressure’s going to drop on you.”

Frederick ‘Toots’ Hibbert, di Toots and the Maytals, racconta come è nata “Pressure drop”.

La chiamano cultura.

C’è qualcosa di sbagliato nella decisione del governo Renzi di destinare 500 euro a ciascun ragazzo che abbia compiuto i 18 anni nel 2016, spendibili in “cultura” – intendendo con questo i libri, i musei e le aree archeologiche, il cinema e il teatro, le mostre, i concerti, le fiere e altri eventi. Spiega Tommaso Nannicini, il sottosegretario che ha curato l’iniziativa, che il messaggio che si vuol promuovere è quello «di una comunità che ti accoglie nella maggiore età ricordandoti quanto siano cruciali i consumi culturali, per il tuo arricchimento personale e per irrobustire il tessuto civile di tutto il Paese» e che per la prima volta, in questo modo, «i fondi per promuovere la cultura non sono ripartiti dalla burocrazia ma dalle decisioni di migliaia di giovani. I soldi andranno laddove si indirizzeranno le scelte dei 18enni».

Il che vuol dire essenzialmente due cose. Primo, il governo ti spiega quanto sia cruciale il consumo di cultura, ma te lo spiega solo nel senso che è importante consumare cultura quando i soldi con cui lo fai sono calati dall’alto, per altro con il solo criterio della maggiore età e senza prendete in considerazione altri fattori che forse avrebbero meglio determinato la capacità o meno di poter sostenere autonomamente la spesa. Insomma, il massimo dello statalismo, tipico di un governo che ha bisogno di distribuire una mancia elettorale e che, nel farlo, si nasconde dietro la foglia di fico che tutto sommato è una mancia destinata ad un buon fine: quello dei buoni libri, dei buoni film, dei buoni concerti (immaginiamo che i diciottenni spenderanno questo borsellino alla Scala o presso altri teatri lirici), della buona arte – tutto buono e dunque tutto giustificato.

In secondo luogo, il governo con l’iniziativa 18App (immaginiamo l’enorme studio dietro la scelta del nome) cerca di promuovere una cultura che non è molto distante da quella che Il Foglio in un suo editoriale ha definito «la cultura del volemose bene»: una cultura da mondo immaginario, che non tiene conto di una reale promozione culturale. Tutto fa brodo, purché tutto sia correttissimo; la cultura come un gran bazar, senza che venga minimamente tenuto in considerazione il senso vero della Cultura: il luogo del pensiero e l’indagare chi siamo.

Viviamo in un paese in cui il 55,2% dei professori, a un paio di settimane dall’inizio delle scuole, non ha superato le – immaginiamo terribili, per un aspirante insegnante – domande del concorsone. C’è il rischio concreto che 23 mila cattedre rimangano vuote. Ci sono professori che parlano di deportazione – sostenuti dai soliti bravi maestri – perché, anziché spostarsi per andare ad insegnare dove ci sono studenti che chiedono un insegnante, preferirebbero che fossero gli studenti ad andare là dove il numero dei professori è al di sopra di qualunque ragionevole rapporto studenti/insegnanti. Ci sono poi studenti universitari che non sanno scrivere una tesi e nemmeno una semplice e-mail ad un professore. In questo scenario, il governo crede di investire in cultura regalando 500 euro da spendere per libri musei film e concerti, anziché educare al piacere di spendere – magari di tasca propria, ma non è solo questo il punto – per una cultura intorno alla quale si è sviluppato, durante il corso di studi o durante il susseguirsi degli eventi che definiscono una vita, un senso critico.

Lo scarafaggio Stockhausen

beatles 5

Mentre digerite i pranzi di Natale e Santo Stefano ascoltando l’intera discografia dei Beatles disponibile in streaming, arrivati al ‘White Album’ vi interesserebbe sapere delle connessioni tra i quattro di Liverpool e Karlheinz Stockhausen. Lo racconta il Guardian, che traccia un parallelismo tra l’opera del compositore tedesco Hymnen e Revolution 9:

Only a few months after Stockhausen completed Hymnen, the Beatles were working on their White Album. In June 1968, John Lennon and Yoko Ono, with a little help from George Harrison, made what Beatles writer Ian MacDonald described as “the world’s most widely distributed avant-garde artefact”: “Revolution 9”. The band had acknowledged Stockhausen’s work by including him in the gathering on the cover of Sgt Pepper’s. Lennon had telephoned him a few times and a meeting was planned. There are strong connections betweenHymnen and Revolution 9: the intoning of the number nine, recordings of waves of noisy crowds, the calling of magic names – Lennon’s and Harrison’s magic names are popular ballroom dances, “the Watusi” and “the Twist”, along with random snippets probably from a newspaper: “economically viable”, “industrial output”, “financial imbalance”. Both Hymnen and Revolution 9 were recorded using a four-track tape machine, the cutting-edge audio technology of the time. This eight-minute collage presents a snapshot of the end of the 60s and its presence on a Beatles LP brought the avant garde into millions of homes.

Quella volta che mi scrisse un fan di Ignazio Marino

Per non far mancare anche la mia sulla questione Marino, se ne sentisse la necessità. Qualche anno fa, all’epoca in cui l’ex sindaco di Roma era candidato alle primarie per la segreteria del Partito Democratico, ricevetti un email da un seminoto personaggio della politica locale delle mie parti. Lamentava, come ogni supporter che si rispetti e al modo con cui un tifoso di calcio di una squadra di terza categoria lamenta la mancanza di spazio dedicato ai suoi beniamini sulle gazzette locali, una pseudo censura da parte del quotidiano La Repubblica circa un incontro che Marino avrebbe di lì a poco tenuto da qualche parte nel milanese. M’iportava una sega, a dire la verità. Ma non resistetti: ho una passione per i supporter, mi diverte dar loro una mano a scoprire i tic che li dominano. Inoltre, erano i giorni del caso Pittsburgh, l’occasione era ghiotta. Mi infastidì anche il sospetto – poi confermato – sul come il seminoto in questione si fosse procurato il mio indirizzo e-mail per usarlo a scopi suoi promozionali.

Ho recuperato quel e-mail, e me ne compiaccio ancora oggi, sebbene avrei osato di più e tagliato qualche cosa qua e là. Incollo qui sotto, valga per tre cose: per il personaggio in questione, che nonostante gli anni continua a rimanere seminoto; per dire la mia sul caso Marino; per sottolineare come il Pd, all’epoca di quelle primarie, non aveva capito nulla – ma questo è endemico a sinistra.

Gentilissimo ***,

la ringrazio per avermi informato circa l’incontro con il Sen. dott. Ignazio Marino, uno dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico, come chiunque legge un giornale – moderato, filogovernativo, d’opposizione, corsaro o semiclandestino – sa benissimo. Non riesco però a comprendere i toni della sua mail, soprattutto quando parla di modo «un po’ berlusconiano e sovietico» di fare le cose. Non li comprendo forse perché del Pd e dei suoi segretari mi importa solo nella misura con cui osservo cosa succede in uno schieramento politico che non sento mio: con rispetto ma altrettanto distacco. Ma al di là del ragionevole dubbio che mi sorge quando leggo accostati gli aggettivi «berlusconiano» e «sovietico», il punto è soprattutto il seguente: come chiamare, se non sovietico, il dare per scontato che un destinatario qualunque del suo messaggio possa anch’egli pensare che Repubblica sia un po’ «stronza» e Scalfari un «ragazzo attempato»? (I virgolettati sono i suoi, non mi permetterei mai) Siamo arrivati al pensiero unico via posta elettronica?

Visto che ha però citato La Repubblica e il suo fondatore, e visto che da lettore compulsivo di tutto ciò che è stampato su carta ho a cuore la questione, le dico come la penso, almeno facciamo in modo che né io né lei sprechiamo del tempo con questo scambio di mail. La verità, a mio parere, non è che anche l’opposizione ha il suo regime. La verità, in un’Italia il cui sport nazionale del calcio è stato sostituito dalla raccolta firme per ogni supposta e del tutto immaginaria
emergenza democratica, è che la stampa gode di ottima salute, è libera di informare e persino di insultare dopo aver spiato nelle lenzuola degli altri, liberissimi a mio modo di vedere di fare della loro vita privata ciò che vogliono senza dover rendere conto a nessuno, siano essi netturbini (senza offesa, ci mancherebbe), Presidenti del Consiglio o medici allontanati da Pittsburgh per ragioni – mai del tutto chiarite né dall’accusatore né soprattutto dall’accusato – di
 note spese gonfiate. In bocca al lupo al suo candidato di riferimento. Cordialità.

PS – Mi perdoni la franchezza e l’ironia dell’e-mail, ma cerchi di capire il mio spiazzamento: da un amico so cosa aspettarmi, un amico lo conosco. E un amico possiede il mio indirizzo di posta elettronica, al quale si sente libero di scrivere qualunque cosa ogni volta che lo ritenga necessario. Noi, suppongo, abbiamo saltato un passaggio: se non quello della presentazione reciproca, almeno quello in cui ci siamo scambiati i nostri indirizzi di posta elettronica (soprassiedo, non me ne avrà, sull’amicizia). Posso chiederle dunque dove ha trovato il mio?

Un processo tipico delle società di massa

Matteo-Renzi

Antonio Polito sul Corriere della Sera analizza in un editoriale quelli che secondo lui sono «i due pesi e le due misure» che il premier Matteo Renzi adotta quando si tratti di salvare, o far finta di non chiederne le dimissioni, un ministro, un sottosegretario o qualche altro personaggio di spicco del mondo politico. Il casus belli è quello delle dimissioni dell’ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Secondo Polito si è passati dal giustizialismo di certe procure che condizionavano il mondo politico — e dunque le sue scelte — ad un giustizialismo che, questa volta, è condotto in nome dell’umore del popolo, che Renzi è abilissimo ad intercettare. A farne le spese, come sempre, è il garantismo. Concludendo l’editoriale, Polito sottolinea come quello di seguire l’umore del popolo sia

un processo tipico delle società di massa, ma pieno di incognite. Se infatti un’intercettazione è più importante di una sentenza, e diventa decisivo se farla conoscere o no, per riassunto o testuale, e il momento dell’inchiesta in cui la si rende pubblica, allora rischiamo che la lotta politica condizioni il corso della giustizia, invece che la giustizia influenzi la politica come avveniva vent’anni fa. Un giustizialismo alla rovescia, esercitato dalla piazza invece che dal tribunale. Non so se è meglio. Fu una piazza a salvare Barabba e a mandare a morte Gesù.

Pedanterie grammaticali

Lo scrittore e giornalista Oliver Kamm se la prende con quelli che puntano il ditino alla minima incertezza grammaticale (sono i cosiddetti «grammar nazi» e sono tanto famosi sul web), chiamandoli «pedanti» e scrivendo sul Wall Street Journal che non hanno capito come funzionano le regole che governano le lingue: «Se lo dicono le persone, significa che è il modo corretto di parlare».

Le regole grammaticali invocate dai pedanti non sono affatto regole grammaticali. Alla meglio, sono solo convenzioni stilistiche. Un esempio potrebbe essere l’uso della doppia negazione («I can’t get no satisfaction»). Grammaticalmente ha senso, come rafforzativo. Il fatto che solitamente non usiamo le doppie negazioni di questo tipo nell’inglese standard è solo una convenzione.

Altre imposizioni tipiche dei pedanti non sono nient’altro che elementi di folklore, come la convinzione che sia sbagliato dividere un infinito o finire una frase con una preposizione. Dovremmo invece essere rilassati davanti ad una scelta del genere. Perché preoccuparsi, come fanno i pedanti, se scrivere «firstly» o «first» all’inizio di un elenco puntato? Entrambe sono corrette.

Il range di variazioni grammaticali legittime è più ampio di quanto immaginiate. Sì, puoi usare «hopefully» come avverbio andando a modificare l’intera frase; e puoi usare «they» come un generico pronome al singolare; e puoi anche dire «between you and I». I divieti dei pedanti di usare costrutti come questi non sono supportati dall’evidenza dell’uso generale.

La pedanteria è una cattiva abitudine, certo, ma è anche cattiva erudizione. Se qualcuno ti dice che «non puoi» scrivere qualcosa, chiedigli perché. Raramente otterrai una risposta che abbia senso a livello grammaticale; si tratta piuttosto di una superstizione che si portano dietro da anni.

Certo che è possibile fare errori grammaticali, di punteggiatura o di ortografia. Ma non è possibile che tutti, o almeno la maggioranza degli istruiti, sbaglino la stessa cosa. Se un’espressione è parte dell’uso generale allora è parte di una lingua.

Friends will be friends.

Sull’amicizia ai tempi di internet — quelli di Facebook sono veri amici?, scriveremmo ad un nostro contatto su Twitter quello che diremmo ad una persona cara nella vita reale? — Rebecca Carroll sembra avere le idee abbastanza chiare (e definitive): è pur sempre una questione di messaggio, non di mezzo:

L’amicizia, anche online, deve essere qualcosa in più del recitare l’amicizia nei confronti degli altri. La ragazza che ti faceva sedere al tavolo del bar durante le scuole medie ma che non ti ha mai invitato a casa sua non era una vera amica; allo stesso modo, la persona che commenta il tuo stato pubblico su Facebook ma non trova il tempo di rispondere al tuo messaggio privato non è un vero amico, a prescindere da come hai settato la privacy su Facebook. Puoi e devi farti delle amicizie online — ma devi comunque essere un amico. Altrimenti sei solo un amicoTM

Gli accorati appelli in difesa del niente.

Sul Corriere della Sera è apparso un accorato appello (ma avete notato che quando si parla di un «appello» lo si fa precedere sempre dall’aggettivo «accorato»?), primo firmatario Umberto Eco (e vabbé…), seguito da altre 42 firme illustri, contro l’ipotesi di acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori. Quello che ne nascerebbe — già ribattezzato, con sprezzo del buon gusto linguistico, «Mondarizzoli», «Mondazzoli» o «Rizzondadori» — sarebbe un polo editoriale con in mano circa il 40% del mercato. Mercato che, però, è assai morto; e se è vero — come parrebbe — che Mondadori ha messo sul piatto 120 milioni di euro per acquisire una società, la RCS, che ne varrebbe 200, c’è poco da fare se non dire ad Umberto Eco e ai suoi amici (tra i quali, oltre ai soliti noti dalla firma facile, appare anche qualche outsider dell’appello e insospettabile come Pietrangelo Buttafuoco e il mitologico Raffaele La Capria) che è il caso di rassegnarsi. Premessa la lunga vita che si dedica ad ognuno, se va avanti così moriremo democristiani; non sarà un problema, per loro, morire stipendiati da Berlusconi (avrei voluto scrivere «morire berlusconiani», ma mi rendo conto dell’esagerazione).

Tra l’altro, l’appello in questione contiene anche qualche elemento di comicità, come in tutti gli appelli che si rispettino. E lo si trova laddove i firmatari scrivono che, tra i danni che «un colosso del genere» causerà nel mondo editoriale, vi è quello di uccidere «a poco a poco le piccole case editrici». I cui cataloghi, come è noto, sono pieni di titoli firmati da Umberto Eco, Mauro Covacich, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Antonio Scurati e Susanna Tamaro (questo elenco non voglia fare un torto ai nomi qui citati, ma soprattutto a quelli non citati).

C’è un ultima strada che questi scrittori possono percorrere per non incrociare questo tragico destino. Che è quella che la scrittrice Sandra Petrignani traccia sul Foglio. Non volete essere parte di questo nuovo, eventuale, polo editoriale? Non vi resta che rimboccarvi le maniche. Non è una tragedia, nel libero mercato:

Sarebbe bello se ci fosse un ravvedimento generale a partire proprio dagli scrittori ora «molto preoccupati», se non indignatissimi, e pronti a prendersela con i soliti cattivoni berluscononi e manageroni editoriali. Sarebbe bello se gli scrittori tornassero a credere di poter partire da se stessi, se fossero in grado di abbandonare la navona che non affonda, anzi salpa per lidi sempre più arraffoni e maneggioni e spietatissimi, e se ne andassero tutti insieme a fondare qualcosa di nuovo altrove, un nuovo sogno, una scommessa sul futuro dell’arte e della letteratura sottratte alla politica e agli scambi di poteri. Ma non solo gli scrittori, anche gli editor di valore che non ne possono più – a ogni nuovo testo che presentano in casa editrice – di sentirsi chiedere non “quanto è bello?” ma “quanto vende?”, e con loro altre persone di buona volontà, come si diceva una volta. Via tutti a fondare qualcosa di nuovo, di mai visto prima, via a cercarsi industriali sognatori pronti a scommettere su un manipolo di veri pazzi. Chissà che divertimento, allora, e quanti bei romanzi imperituri si tornerebbe a scrivere.

Millenial a chi?

Juliet Lapidos, classe 1983, non ci sta a farsi inserire nel calderone dei millenial:

A differenza dei venti-venticinquenni, non sono una vera nativa digitale. Internet per me non era naturale. Ho dovuto imparare cosa fosse e come usarlo. Scrivevo lettere a casa quando andavo al campo estivo, e ho avuto il mio primo cellulare a 19 anni.
Sono stata abbastanza fortunata da laurearmi prima della peggior crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione — il che vuol dire che ho preso le prime decisioni riguardanti la mia carriera quando l’economia era ancora buona, e ho avuto il mio primo impiego prima che la Lehman Brothers andasse in bancarotta. Se mi fossi laureata qualche anno più tardi, avrei certamente passato anche io l’ormai comune periodo post-laurea da disoccupata.
Probabilmente è per questo che quando leggo articoli sui millenial non mi riconosco. Non vivo sui social media; leggo libri di carta; non sono dovuta tornare dai miei genitori quando la recessione ha iniziato a farsi sentire.
Anche se non esiste il modo perfetto per raggruppare le persone in categorie generazionali per anno di nascita, i confini che definiscono i millenial sembrano più imperfetti che inutili. Non mi interessa cosa dicono i demografi, io non sono una millenial.