La scomparsa delle recensioni negative ai dischi

Metacritic è un aggregatore di recensioni che, per ciascun disco, o film, o serie tv o videogioco, calcola il punteggio medio tra quelli assegnati dalle testate monitorate (e sono presenti le principali testate di riferimento per ciascun settore) e assegna un semaforo: verde quando le recensioni sono mediamente favorevoli, gialle quando sono nella media (su una scala da 0 a 100 Metacritic considera mediocre anche un punteggio medio di 40) e rosse quando le recensioni sono sfavorevoli.

La «scala» di giudizi di Metacritic

Un lungo articolo di Neil Shah sul Wall Street Journal si chiede che fine hanno fatto le recensioni negative ai dischi. Su 7.287 dischi le cui recensioni sono state aggregate da Metacritic tra il 2012 e il 2016, il WSJ ha calcolato che soltanto 6 album hanno ottenuto un semaforo rosso; mentre nel 2017, fino ad oggi, nessuno dei 787 dischi che compaiono su Metacritic ha avuto delle recensioni mediamente negative (per fare un paragone, l’articolo spiega che nello stesso intervallo di tempo 39 film su 380 hanno raggiunto recensioni mediamente negative).

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Il micromondo

mcdonalds_aeroporto

foto: Mark Ehr

L’Economist dal 1986 pubblica annualmente un indice che valuta il potere d’acquisto in differenti paesi usando come parametro il Big Mac. McDonald’s come strumento economico, ma scopriamo oggi anche come grande normalizzatore sociale di pranzi in aeroporto:

And so, McDonald’s is the great equalizer among us. We are all the same at the airport, no matter what boarding group you’re in. You can eat McDonald’s for any meal of the day at any time of the day. They have more options than you can even dream of. I’m never happier than when I’m eating two hash browns and drinking an iced coffee the size of my torso. This is a portable food. It takes less than a minute to get. When you are eating at an airport, you are eating simply for fuel. You need a quick, carb-heavy meal that is going to knock you out on a flight. You do not need a frittata. McDonald’s is not a meal for all the time and always, but McDonald’s is a hundred percent for airports, the giant hallways of America.

Diciamola tutta: peggiore dei pranzi in aeroporto ci sono solo quelli in autogrill. La maggior parte della gente è d’accordo con questa affermazione, se non fosse che c’è anche chi si trova a proprio agio a mangiare in autogrill, o all’aeroporto. A proprio agio non tanto con il cibo, quanto con il luogo. Esiste una categoria di persone che considera gli autogrill e gli aeroporti come dei luoghi confortevoli e adora passare del tempo in essi. Per una sosta lungo l’autostrada durante la traversata italica di mezz’agosto o per l’attesa di una coincidenza di ritorno dalla vacanza in Thailandia. Io quando viaggio in macchina o devo prendere un aereo odio fare soste, soprattutto quando queste comportano il dover mangiare qualcosa. In autogrill l’offerta è più scarsa sia dal punto di vista della quantità che della qualità; al contrario, gli aeroporti mostrano una più ampia offerta alla quale non corrisponde quasi mai una qualità dignitosa e l’unica cosa che c’è di straordinario è il prezzo. Però sia negli autogrill che negli aeroporti, in certe ore, non si trova un posto libero.

Non dico che autogrill e aeroporti siano la stessa cosa. Dico solo che non c’è molta differenza tra chi sfoglia gli espositori delle audiocassette con la copertina scolorita che ancora si trovano in certi nostri autogrill e chi passa al setaccio qualunque prodotto venduto in un Duty Free convinto di stare per fare l’affare del secolo. E poi torna a casa con scatole di Toblerone e mignon di liquore da regalare alla zia e allo zio.

Questione di karma.

Pressure Drop just came to me on guitar. It’s a song about revenge, but in the form of karma: if you do bad things to innocent people, then bad things will happen to you. The title was a phrase I used to say. If someone done me wrong, rather than fight them like a warrior, I’d say: “The pressure’s going to drop on you.”

Frederick ‘Toots’ Hibbert, di Toots and the Maytals, racconta come è nata “Pressure drop”.

La chiamano cultura.

C’è qualcosa di sbagliato nella decisione del governo Renzi di destinare 500 euro a ciascun ragazzo che abbia compiuto i 18 anni nel 2016, spendibili in “cultura” – intendendo con questo i libri, i musei e le aree archeologiche, il cinema e il teatro, le mostre, i concerti, le fiere e altri eventi. Spiega Tommaso Nannicini, il sottosegretario che ha curato l’iniziativa, che il messaggio che si vuol promuovere è quello «di una comunità che ti accoglie nella maggiore età ricordandoti quanto siano cruciali i consumi culturali, per il tuo arricchimento personale e per irrobustire il tessuto civile di tutto il Paese» e che per la prima volta, in questo modo, «i fondi per promuovere la cultura non sono ripartiti dalla burocrazia ma dalle decisioni di migliaia di giovani. I soldi andranno laddove si indirizzeranno le scelte dei 18enni».

Il che vuol dire essenzialmente due cose. Primo, il governo ti spiega quanto sia cruciale il consumo di cultura, ma te lo spiega solo nel senso che è importante consumare cultura quando i soldi con cui lo fai sono calati dall’alto, per altro con il solo criterio della maggiore età e senza prendete in considerazione altri fattori che forse avrebbero meglio determinato la capacità o meno di poter sostenere autonomamente la spesa. Insomma, il massimo dello statalismo, tipico di un governo che ha bisogno di distribuire una mancia elettorale e che, nel farlo, si nasconde dietro la foglia di fico che tutto sommato è una mancia destinata ad un buon fine: quello dei buoni libri, dei buoni film, dei buoni concerti (immaginiamo che i diciottenni spenderanno questo borsellino alla Scala o presso altri teatri lirici), della buona arte – tutto buono e dunque tutto giustificato.

In secondo luogo, il governo con l’iniziativa 18App (immaginiamo l’enorme studio dietro la scelta del nome) cerca di promuovere una cultura che non è molto distante da quella che Il Foglio in un suo editoriale ha definito «la cultura del volemose bene»: una cultura da mondo immaginario, che non tiene conto di una reale promozione culturale. Tutto fa brodo, purché tutto sia correttissimo; la cultura come un gran bazar, senza che venga minimamente tenuto in considerazione il senso vero della Cultura: il luogo del pensiero e l’indagare chi siamo.

Viviamo in un paese in cui il 55,2% dei professori, a un paio di settimane dall’inizio delle scuole, non ha superato le – immaginiamo terribili, per un aspirante insegnante – domande del concorsone. C’è il rischio concreto che 23 mila cattedre rimangano vuote. Ci sono professori che parlano di deportazione – sostenuti dai soliti bravi maestri – perché, anziché spostarsi per andare ad insegnare dove ci sono studenti che chiedono un insegnante, preferirebbero che fossero gli studenti ad andare là dove il numero dei professori è al di sopra di qualunque ragionevole rapporto studenti/insegnanti. Ci sono poi studenti universitari che non sanno scrivere una tesi e nemmeno una semplice e-mail ad un professore. In questo scenario, il governo crede di investire in cultura regalando 500 euro da spendere per libri musei film e concerti, anziché educare al piacere di spendere – magari di tasca propria, ma non è solo questo il punto – per una cultura intorno alla quale si è sviluppato, durante il corso di studi o durante il susseguirsi degli eventi che definiscono una vita, un senso critico.

Lo scarafaggio Stockhausen

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Mentre digerite i pranzi di Natale e Santo Stefano ascoltando l’intera discografia dei Beatles disponibile in streaming, arrivati al ‘White Album’ vi interesserebbe sapere delle connessioni tra i quattro di Liverpool e Karlheinz Stockhausen. Lo racconta il Guardian, che traccia un parallelismo tra l’opera del compositore tedesco Hymnen e Revolution 9:

Only a few months after Stockhausen completed Hymnen, the Beatles were working on their White Album. In June 1968, John Lennon and Yoko Ono, with a little help from George Harrison, made what Beatles writer Ian MacDonald described as “the world’s most widely distributed avant-garde artefact”: “Revolution 9”. The band had acknowledged Stockhausen’s work by including him in the gathering on the cover of Sgt Pepper’s. Lennon had telephoned him a few times and a meeting was planned. There are strong connections betweenHymnen and Revolution 9: the intoning of the number nine, recordings of waves of noisy crowds, the calling of magic names – Lennon’s and Harrison’s magic names are popular ballroom dances, “the Watusi” and “the Twist”, along with random snippets probably from a newspaper: “economically viable”, “industrial output”, “financial imbalance”. Both Hymnen and Revolution 9 were recorded using a four-track tape machine, the cutting-edge audio technology of the time. This eight-minute collage presents a snapshot of the end of the 60s and its presence on a Beatles LP brought the avant garde into millions of homes.

Quella volta che mi scrisse un fan di Ignazio Marino

Per non far mancare anche la mia sulla questione Marino, se ne sentisse la necessità. Qualche anno fa, all’epoca in cui l’ex sindaco di Roma era candidato alle primarie per la segreteria del Partito Democratico, ricevetti un email da un seminoto personaggio della politica locale delle mie parti. Lamentava, come ogni supporter che si rispetti e al modo con cui un tifoso di calcio di una squadra di terza categoria lamenta la mancanza di spazio dedicato ai suoi beniamini sulle gazzette locali, una pseudo censura da parte del quotidiano La Repubblica circa un incontro che Marino avrebbe di lì a poco tenuto da qualche parte nel milanese. M’iportava una sega, a dire la verità. Ma non resistetti: ho una passione per i supporter, mi diverte dar loro una mano a scoprire i tic che li dominano. Inoltre, erano i giorni del caso Pittsburgh, l’occasione era ghiotta. Mi infastidì anche il sospetto – poi confermato – sul come il seminoto in questione si fosse procurato il mio indirizzo e-mail per usarlo a scopi suoi promozionali.

Ho recuperato quel e-mail, e me ne compiaccio ancora oggi, sebbene avrei osato di più e tagliato qualche cosa qua e là. Incollo qui sotto, valga per tre cose: per il personaggio in questione, che nonostante gli anni continua a rimanere seminoto; per dire la mia sul caso Marino; per sottolineare come il Pd, all’epoca di quelle primarie, non aveva capito nulla – ma questo è endemico a sinistra.

Gentilissimo ***,

la ringrazio per avermi informato circa l’incontro con il Sen. dott. Ignazio Marino, uno dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico, come chiunque legge un giornale – moderato, filogovernativo, d’opposizione, corsaro o semiclandestino – sa benissimo. Non riesco però a comprendere i toni della sua mail, soprattutto quando parla di modo «un po’ berlusconiano e sovietico» di fare le cose. Non li comprendo forse perché del Pd e dei suoi segretari mi importa solo nella misura con cui osservo cosa succede in uno schieramento politico che non sento mio: con rispetto ma altrettanto distacco. Ma al di là del ragionevole dubbio che mi sorge quando leggo accostati gli aggettivi «berlusconiano» e «sovietico», il punto è soprattutto il seguente: come chiamare, se non sovietico, il dare per scontato che un destinatario qualunque del suo messaggio possa anch’egli pensare che Repubblica sia un po’ «stronza» e Scalfari un «ragazzo attempato»? (I virgolettati sono i suoi, non mi permetterei mai) Siamo arrivati al pensiero unico via posta elettronica?

Visto che ha però citato La Repubblica e il suo fondatore, e visto che da lettore compulsivo di tutto ciò che è stampato su carta ho a cuore la questione, le dico come la penso, almeno facciamo in modo che né io né lei sprechiamo del tempo con questo scambio di mail. La verità, a mio parere, non è che anche l’opposizione ha il suo regime. La verità, in un’Italia il cui sport nazionale del calcio è stato sostituito dalla raccolta firme per ogni supposta e del tutto immaginaria
emergenza democratica, è che la stampa gode di ottima salute, è libera di informare e persino di insultare dopo aver spiato nelle lenzuola degli altri, liberissimi a mio modo di vedere di fare della loro vita privata ciò che vogliono senza dover rendere conto a nessuno, siano essi netturbini (senza offesa, ci mancherebbe), Presidenti del Consiglio o medici allontanati da Pittsburgh per ragioni – mai del tutto chiarite né dall’accusatore né soprattutto dall’accusato – di
 note spese gonfiate. In bocca al lupo al suo candidato di riferimento. Cordialità.

PS – Mi perdoni la franchezza e l’ironia dell’e-mail, ma cerchi di capire il mio spiazzamento: da un amico so cosa aspettarmi, un amico lo conosco. E un amico possiede il mio indirizzo di posta elettronica, al quale si sente libero di scrivere qualunque cosa ogni volta che lo ritenga necessario. Noi, suppongo, abbiamo saltato un passaggio: se non quello della presentazione reciproca, almeno quello in cui ci siamo scambiati i nostri indirizzi di posta elettronica (soprassiedo, non me ne avrà, sull’amicizia). Posso chiederle dunque dove ha trovato il mio?