Il vero significato di quella «cagata pazzesca»

Claudio Giunta, sulla Domenica del Sole 24 Ore (9.7.2017, p. 21) nel ricordare la scomparsa di Paolo Villaggio analizza il reale motivo dello sfogo «La corazzata potemkin è una cagata pazzesca!» che fa capolino librario in Fantozzi (1974) e cinematografico nel Secondo tragico Fantozzi (1976, regia di Luciano Salce).

Innanzitutto La corazzata Potëmkin, film sovietico del 1925 di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, nella versione italiana per una questione di diritti mai concessi dall’ex Unione Sovietica si era dovuto chiamare La corazzata Kotiomkin, come racconta molto bene Emanuele Salce, il figlio del regista del Tragico Fantozzi, in una conversazione con Andrea Pergolari pubblicata su Robinson di Repubblica (9.7.2017, p.10-11). Anche la versione del film che si vede nel film con Villaggio, e che tutti credono essere tratta dalla pellicola originale, con la sequenza della scalinata di Odessa, è una versione ricostruita per via del veto che i sovietici posero nel concedere spezzoni del film originale.

Secondo, come sottolinea bene Giunta, il contesto dell’urlo liberatorio è quello della grande ditta (la «megaditta») tipica di quell’Italia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, che non solo ti offriva un posto di lavoro e ti permetteva di mettere su famiglia, comprarti una bianchina e andare a fare la gita fuori porta la domenica; ma si preoccupava anche della della «crescita culturale e morale dei dipendenti, e quindi organizzava il loro tempo libero inventandosi conferenze, gite aziendali, cineforum». Un ambiente che Villaggio, ex dipendente della Italsider, conosceva molto bene.

Ecco allora che Giunta passa al film, o meglio ai film da cineforum impegnato e al loro ruolo nella saga Fantozziana, fino all’urlo, ai famosi 92 minuti di applausi consecutivi:

Fantozzi lavora e un intellettuale cinefilo, cioè uno che sa che il Doktor del film è Caligari e non Caligaris e che pronuncia Griffith «come si pronuncia», cioè in modo (per Fantozzi) inintelligibile. questa seconda natura di Riciardelli (il suo essere professore) è più importante della sua prima (il suo essere dirigente): la sua mania per il cinema non è come la mania per il ciclismo del visconte Còbram, o la mania per il biliardo del conte Catellani, o quella per il gioco d’azzardo del duca conte Semenzara, perché tutte queste non sono occupazioni intellettuali, non servono a migliorare la mente e lo spirito di chi le pratica. Invece il professor Ricciardelli vuole fare precisamente questo: migliorare la mente e lo spirito dei suoi impiegati. Perciò non li costringe soltanto alla visione della Corazzata ma poi, dal palco, li stimola al dibattito. Mentre non si possono intellettualizzare il ciclismo, o il biliardo, o lo chemin de fer, si possono certamente intellettualizzare i film, se ne possono amplificare retoricamente i dettagli (l’occhio della madre, la carrozzella col bambino), li si può avvolgere con parole incomprensibili e idee orecchiate in qualche saggio para-accademico («il montaggio analoggico» del povero Calboni). Il bersaglio non di Villaggio ma – bisognerebbe dirlo più spesso – di Villaggio-Salce-Benvenuti-De-Bernardi è soprattutto questo: non il Capitale, non Ėjzenštejn, bensì l’uso retorico e autoritario della cultura. E la protesta di Fantozzi non è politica (non c’è traccia di politica nel racconto di Villaggio che ispira la scena), è umana: la protesta della natura, del corpo (la frittata di cipolle, il rutto libero, i film di Franco e Ciccio e di Laura Antonelli), contro i diktat di una cultura che né si comprende né si apprezza, anche se si simula di farlo. E insomma, non siamo molto lontani dall’aria del tempo còlta da Moretti in Io sono un autarchico con la battuta «No, il dibattito no!»; ma gli sceneggiatori di Fantozzi la colgono con due anni d’anticipo, e parlano a nome del Popolo, non a nome di un altro intellettuale autoironico. Controprova: il Popolo ha mandato a memoria la scena della Potëmkin, e l’adopera ancora adesso come arma contro gli intellettuali da cineforum, oggi trasferitisi nel web.

Plain text

Appunti di Caren Lissner per chi volesse fare giornali e giornalismo:

Despite the increasingly complex and crucial stories dotting the national landscape—health insurance policy, North Korea, immigration, Syria—many daily newspapers and wire services are failing to include even a sentence of background early in their stories to give readers the tools to slide further into a complicated issue. It used to be traditional to include at least a “nut graph” soon after a lead in order to orient a reader, but these clarifications and history have been absent from the cover stories I’ve read in major daily papers. I’m not talking about “dumbing down” the news as much as making it more user-friendly, and journalists who fail to do the latter are squandering their brief but real chances to invest new readers. By frontloading stories with complex details and insider jargon, they may only drive consumers back to the memes, soundbites, and fake news that became the shorthand of the last election.

Il Giornale, una non recensione

A casa mia, quando ero piccolo, mio padre leggeva il Giornale. Credo abbia iniziato a leggerlo ai tempi dell’Università quando Montanelli lo aveva fondato insieme ad un manipolo di giornalisti in fuga dal Corriere della Sera. Leggere Il Giornale all’università, in quegli anni, era qualcosa di più di una scelta di campo o di un gesto anticonformista: in certi casi era persino un pericolo, perché le vedette della democrazia erano pronte a muoverti contro le chiavi inglesi se ti sbucava da un cappotto – che non fosse un parka – un foglio inchiostrato con le parole di Montanelli, di Bettiza o di Biazzi Vergani.

Ha letto Il Giornale anche dopo Montanelli, con Feltri prima e Belpietro poi. Quando ero già grandicello, ricordo che in casa sia acquistava il primo Libero – probabilmente per via di Feltri; da molti anni ormai, anche mio padre si è stufato dei titoli gridati ed è passato a leggere abitualmente il Corriere: la domenica, quando solitamente ci vediamo per pranzo, discutiamo della pessima fattura del quotidiano di via Solferino, del troppo spazio dato al pettegolezzo, della grafica così così e della Lettura, che non soddisfa due voraci lettori di libri come noi.

Di mio, non mi capitava di tenere in mano una copia del Giornale da anni. Persino questa mattina, quando mi sono svegliato, mai mi sarei sognato di acquistarlo durante il mio abituale passaggio in edicola. È successo però che, prima di uscire di casa, abbia buttato un’occhiata alla rassegna stampa e visto che il titolo di prima del Giornale era «Tutto sulla Vasco spa». Il riferimento è al concerto di Modena dello scorso primo di luglio, un evento che – comunque la si pensi sull’artista Vasco Rossi – si è classificato come il più importante per la musica italiana degli ultimi 15 anni. Incuriosito dal titolo, e occupandomi nella mia vita professionale di questioni legate a quel grande carrozzone che è conosciuto come discografia italiana, ho pensato che sarebbe valsa la pena spendere un euro e mezzo e leggere quelle che il titolista mi aveva promesso essere straordinarie rivelazioni sull’azienda Vasco Rossi.

Ho acquistato Il Giornale, sono andato la lavoro, poi sono passato in Comune e infine, una volta ritornato a casa, mi sono immerso nella lettura. Due pagine interne, era promesso in prima. Con sgomento ho scoperto subito che una era dedicata alla questione più sinceramente noiosa del fine settimana: Bonolis e la sua conduzione dello speciale in diretta da Modena. L’altra, quella firmata da Camilla Conti e che prometteva di svelare tutto sulla «Vasco spa», non conteneva nulla in più delle righe di richiamo in prima:

Il concerto che ha mandato in briciole tutti i record. Anche quelli economici. Facciamo i conti in tasca a Vasco Rossi. Dodici milioni di incassi per il concertone del Modena park, altri sei milioni all’indotto del territorio per organizzare l’evento, cui vanno sommati anche i 700mila euro dei 48mila biglietti staccati nei 197 cinema dove è stato proiettato in diretta lo show. E poi ancora: i diritti tv, il merchandising, la raccolta pubblicitaria. La Vasco Rossi SpA sfiora i 36 milioni di euro. E solo per l’evento del 1° luglio. Tutto in una notte.

All’interno, dunque, non si citavano le somme dei diritti tv, del merchandising («affidato all’Universal»: capirai che notizia), della raccolta pubblicitaria. Quelle quattro righe di sopra erano solo allungate per raggiungere il numero di battute necessarie a fare la pagina, con la sola aggiunta del nome delle società che gestiscono gli immobili statunitensi di Vasco Rossi: probabilmente il lettore medio del Giornale è solleticato dall’indignazione delle proprietà immobiliari all’estero. Ne sono uscito che della Vasco Rossi spa, ammesso che esista, ne sapevo quanto prima (in verità, ne so persino più di quanto scritto sul Giornale). Evidentemente una stanca redazione domenicale, nel confezionare il numero del lunedì, ha pensato bene di buttare un’esca. Ho abboccato, segno che almeno questo ha funzionato.

Dal momento che avevo fatto l’acquisto, ho provato a sfogliare la copia del Giornale dalla prima pagina, alla ricerca di una notizia, di un approfondimento. Mi sono quindi imbattuto nel caso dell’albergo di Brescia, colpito da due ignote molotov perché avrebbe dovuto ospitare dei migranti. Titolo: «Arrivano altri profughi: molotov contro l’hotel». Ma come?, ho pensato, pare che i profughi non arriveranno affatto in quell’albergo di Brescia: La Stampa parla di un albergo che «avrebbe dovuto ospitare» dei profughi, idem Repubblica, mentre il Corriere si spinge più in là e scrive apertamente e senza condizionale che i profughi non arriveranno. In effetti anche l’articolo del Giornale, nell’ultimo capoverso, mette la pulce nell’orecchio del lettore: «La prefettura di Brescia è altrettanto pilatesca: “Era stata avanzata un’ipotesi di utilizzo, ma al momento nessun accordo è stato trovato tra la cooperativa che gestisce gli stranieri e i proprietari dell’albergo”». Il problema è trovarlo, però, un lettore di giornali che arrivi all’ultimo capoverso di un articolo lungo mezza pagina. L’importante è il titolo, no?.

Questa non vuole essere una recensione del Giornale; non ne ho né la qualità né l’autorevolezza per poterla fare. Solo una amara riflessione: quanto vorrei leggere un quotidiano di centrodestra che sia autorevole, che dia le notizie per come sono e non per come il lettore vorrebbe leggerle; che faccia approfondimenti interessanti, che mescoli l’alto con il basso, che dia opinioni forti e autorevoli, senza che resti l’impressione che le opinioni siano un po’ forzate per far passare una mezza idea, un mezzo concetto. Alla fine ringrazio il cielo per l’editoriale in prima pagina del direttore Sallusti, che insolitamente se la prende con Matteo Salvini (sul quotidiano della famiglia Berlusconi è pur sempre un buon segno per chi sogna un centro destra de-leghizzato), e per l’articolo di Giordano Bruno Guerri, piazzato nella sezione cultura, sul turismo italiano nella Libia del 1914.

Una volta questo giornale era Il Foglio di Giuliano Ferrara. Lettura insuperabile, amore della mia formazione. Non esiste più nemmeno quello.

Colpi di sole tardo primaverili

Si parla e si scrive spesso di quando a Paul Simon «gli prese l’africana», con questo intendendo l’enorme fascino che il continente nero ebbe su di lui ai tempi di Graceland, e del successo pazzesco che ebbe quel lavoro non solo nella carriera e nelle economie di Simon stesso, ma anche nel delineare il successo di quella che poi nel mondo occidentale si sarebbe definita come «world music» (con tutte le questioni del caso). Di meno si parla di quando a Simon prese invece la sudamericana, ben espressa in The rhythm of the saints, il disco successivo.

https://youtu.be/_Y92NTnOrdY

Il 1989 e il 1990 furono anni particolarmente fortunati per tutto ciò che odorava di latino e sudamericano nel contesto di un certo pop. Tre furono i dischi angolari di questa strana triangolazione: il già citato lavoro di Simon, Rei momo di David Byrne e Strange angels di Laurie Anderson. Lo notò anche Sue Steward in un articolo apparso a febbraio del 1991 sulla rivista inglese The Wire quando, discutendo di questo strano ibrido tra il pop/rock e la musica latin, scrisse che la cosa non era da vedere in maniera negativa, perché in qualche modo le case discografiche major stavano supportando questo strano materiale proveniente dai caraibi, dal Brasile, dal centro e sud America, scritturando nuovi artisti e facendoli conoscere al grande pubblico occidentale.

Questi tre dischi, in effetti, stanno costruendo anche l’angolatura dei miei ascolti da un paio di settimane a questa parte. Devo ammettere che conoscevo benissimo sia Rei momo che Strange angels, ma che sono arrivato a scoprire l’album di Paul Simon con colpevole ritardo. Sarà la primavera con le sue giornate finalmente lunghe, soleggiate e belle; o sarà semplicemente che questa infatuazione da sempre avuta per un certo tipo di musiche pop che uscissero dal canone occidentale ora sta prendendo piede per sopraggiunta maturazione (o vecchiaia?) che si riverbera necessariamente anche negli ascolti. Devo dire però che molto del mio interesse musicale odierno, al di fuori degli ascolti confortevoli (quelli, cioè, cui si ritorna con costanza perché rappresentano un facile rifugio anche emotivo) tendono sempre maggiormente a questa ricerca. Mi chiedo solo se non sia un desiderio più o meno inconscio di fuga verso questi lidi. Si comincia con le contaminazioni di Paul Simon e Laurie Anderson (nel caso di Byrne siamo invece alla perfetta interpretazione), si passa per vagare nel reparto world music di un negozio di dischi alla ricerca di Perez Prado e poi si finisce per assistere a sessioni con musicisti locali da qualche parte laggiù. Forse è solo un leggero colpo di sole, ma in questo preciso istante credo non ci sia nulla di meglio al mondo.

L’odore della carta

Uso un Kindle da anni. Credo di aver comprato una delle primissime versioni che sono state distribuite in Italia. La storia di quell’acquisto, in verità, è particolare: il Kindle lo avevo comprato da regalare a Natale ad una persona che legge moltissimo, e pensavo che il regalo fosse di quelli graditi. Senonché, ad un paio di giorni dal Natale, quella persona mi chiese con l’aria tipica della sfida: «Non mi avrai mica regalato uno di quei cosi di plastica che si usano per leggere i libri, vero?!». Sì, era vero. Tenni il regalo per me e iniziai ad utilizzarlo con un certo entusiasmo.

Sono passati parecchi anni. Il Kindle che possiedo ora non è di ultima generazione ma, rispetto a quel primissimo regalo mancato, è di quelli con lo schermo retroilluminato, che permettono di leggere anche di notte con notevole affaticamento della vista, per la verità, ma senza disturbare chi dorme accanto. La storia di questo Kindle è per certi versi simile a quella precedente: l’avevo regalato ad una persona che legge moltissimo, ma che l’avrà usato in tutto un paio di volte perché preferisce avere la libreria piena. Così, quando mi sono trovato nella circostanza di dover cambiare il mio, ho chiesto gentilmente se si poteva non sprecare del tutto quel regalo.

All’inizio di quest’anno ho fatto una specie di fioretto, già raccontata da qualche altra parte: diminuire drasticamente la lettura di giornali e periodici in generale e aumentare quella di libri. Sfruttare soprattutto i quotidiani tempi di spostamento casa-lavoro, che al momento mi stanno consentendo di mantenere una media rispettabilissima di 7 libri al mese. Poche regole: abbandonare al primo sbadiglio un libro che ci sta annoiando e leggere in ebook i libri sopra le 300 pagine (nessuna eccezione alla prima, qualche deroga alla seconda).

Leggere sul Kindle non mi dispiace, ma ho sempre avuto l’impressione che il libro rimanesse meno impresso nella memoria e svanisse dopo qualche settimana. Può essere solo una sensazione, o più semplicemente può essere che mi è andata male e ho finora letto solo libri meno belli (o più brutti?) in versione elettronica rispetto a quanti ne abbia letti in edizione cartacea. Il Kindle ha innegabilmente i suoi vantaggi, primo tra tutti il peso e la comodità di trasporto e la possibilità di evidenziare e accedere in un solo colpo a tutte le sottolineature. Poi ci sono gli svantaggi, certo: il libro non è mai veramente tuo, il libro non lo puoi esporre, il libro non ti qualifica e non ti descrive agli occhi di chi ti vede leggere — possiamo far finta che non ci interessi, ma siamo davvero sicuri che un libro non ci rappresenti, almeno un po’, agli occhi degli altri sin dalla sua copertina?

In questi giorni sta facendo il giro della rete un bell’articolo di Paula Cocozza pubblicato sul Guardian. Racconta del crollo delle vendite degli e-book e si prende una rivincita sui funerali del libro di carta che andavano di moda una decina di anni fa. L’articolo contiene varie considerazioni sugli e-book e molte differenze con il mondo cartaceo. L’attacco del pezzo, però, elencando ciò che non si può fare con un Kindle, fa emergere alcune tra le migliori caratteristiche del libro di carta. Le riporto qui, a futura memoria e soprattutto perché Cocozza ha evitato la considerazione più diffusa e più stupida di tutte: l’odore della carta.

Here are some things that you can’t do with a Kindle. You can’t turn down a corner, tuck a flap in a chapter, crack a spine (brutal, but sometimes pleasurable) or flick the pages to see how far you have come and how far you have to go. You can’t remember something potent and find it again with reference to where it appeared on a right- or left-hand page. You often can’t remember much at all. You can’t tell whether the end is really the end, or whether the end equals 93% followed by 7% of index and/or questions for book clubs. You can’t pass it on to a friend or post it through your neighbour’s door.

(Pubblicato anche su Medium)

Amo l’Italia, volo Alitalia (?)

foto: Flickr

Sulla vicenda Alitalia, sulla opportunità di un prestito ponte da parte dello Stato Italiano per affrontare quella che i giornali definiscono la «cruciale stagione estiva» e su molte altre cose circa il vizio di considerare una bandiera impressa sulla carlinga di un aeroplano più meritevole di un servizio aereo economicamente sostenibile e piacevolmente utilizzato dai clienti, Alberto Mingardi usa parole definitive in un editoriale sulla Stampa [29.04.2017, p.1]:

Anche questa volta non manca chi ritiene inaccettabile il fallimento, a cominciare dal segretario del Pd Matteo Renzi. Questo accanimento, e ci vuole faccia tosta a non considerarlo «terapeutico», ha una sola ragione: l’ideologia.

Non è, per una volta, un abile calcolo da procacciatori di consenso. Alitalia ha 2 mila dipendenti, anche contando famiglie e amici si tratta di un bacino elettorale modesto. In compenso ci sono milioni di contribuenti che non sopportano l’idea di metterci altri quattrini. I numeri della disoccupazione, che sfiora il 12%, non giustificano un intervento così oneroso a favore degli impiegati di una sola impresa: e anzi le cuciono addosso lo stigma del privilegio.

Non è una questione di interesse pubblico. Il mercato aereo italiano è più che raddoppiato fra il 1997 e il 2016 (da 53 milioni di passeggeri a 133), mentre la quota dei passeggeri serviti da un’Alitalia in crisi semi-permamente si è ridotta (A. Giuricin, Alitalia, una storia infinita, 2017). L’interesse pubblico risiede semmai nell’avere aeroporti ben funzionanti e ben serviti. Che poi la domanda di trasporto venga soddisfatta da Alitalia, da British Airways, o da Ryanair, che importa?

Solo l’ideologia ci tiene legati all’idea di una Alitalia per forza italiana. Il prestigio nazionale starebbe non nel garantire voli economici alle persone, ma nel tricolore impresso sulle ali. Il che si traduce in un’altra azienda da pilotare dal Tesoro o dalla Cassa depositi e prestiti, nella convinzione di poter far meglio dell’impresa privata. Il trasporto aereo è un settore difficile, in tutto il mondo. La storia di Alitalia è un cimitero di manager. Perché questa volta le cose dovrebbero andare diversamente?

Senza sensi di colpa.

All’inizio dell’anno ho fatto una specie di fioretto: smettere di leggere il giornale sulla metropolitana per il lavoro e sfruttare il tempo di trasferimento per leggere quanti più libri possibili. Recuperare la narrativa, sacrificata negli ultimi anni sull’altare della saggistica, della lettura di quotidiani e riviste, dell’immersione nei flussi del web tanto abbondanti quanto incapaci di restituire qualcosa che rimanga veramente.

Uniche regole di questo fioretto: i libri al di sopra delle 250-300 pagine li avrei letti in e-book; i libri che in qualche modo avessero ostacolato questo mio fioretto – cioè: i libri talmente brutti che ti inchiodano nella lettura – li avrei piantati al primo sbadiglio, senza senso di colpa.

Fino al punto prima di iniziare il libro che ho attualmente in lettura, è filato quasi tutto liscio: su 24 libri, ne ho mollato solo uno prima del tempo e prima persino che raggiungessi la metà del testo: Imparerò il tuo nome di Elda Lanza, una storia lesbo-chic di cui si parla inspiegabilmente da mesi negli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani e nei siti specializzati.

Settimana scorsa è uscito un dibattito che rende bene l’idea dell’ombelicalismo dell’industria culturale italiana: la filosofa Michela Marzano ha usato sulle pagine di Repubblica parole velenose nei confronti di Bruciare tutto, l’ultima fatica di Walter Siti, che racconta di un prete di città, tendenza Bosco Verticale e piazza Gae Aulenti, alle prese con le sue turbe di pedofilo. Nel giro di due giorni tutti si sono sentiti in dovere di dire la loro: è giusto limitare l’azione della letteratura quando ci sono di mezzo temi scomodi, è sbagliato limitare l’azione della letteratura alle sole storie da famiglia del mulino bianco, quale limite nelle espressioni, esiste un limite nelle espressioni. Sembra di essere tornati indietro di parecchi anni, quando per l’ultima volta si celebrò un processo simile nei confronti della letteratura, e quando per la verità si celebrò anche un vero processo, nelle aule di tribunale, nei confronti delle oscenità – o presunte tali, il dibattito a quanto pare non si è ancora concluso – contenute in Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi.

A me del processo, vero o finto, interessa poco. La letteratura non dovrebbe avere limiti, se non nella bellezza della storia e, in subordine qualora quest’ultima non reggesse troppo, nella bellezza della scrittura, nella musicalità e nella ricchezza del linguaggio. Spinto da cotanto interesse per le sorti dell’industria culturale italiana, ho comprato e iniziato a leggere Bruciare tutto. Per trovarci un libro sì osceno, ma nella bruttezza della costruzione narrativa, mica del tema. Più che le accuse di Marzano, qui le critiche si sarebbero dovute muovere verso un romanzo che eleva il pettegolezzo di una certa milanesità da macchietta dei personaggi che fanno da contorno ad una storia che, tra tormenti interiori e citazioni teologiche, rimane immobile e anzi gira intorno a se stessa. Il lettore spera di arrivare in fretta ai momenti criticati nel dibattito, ma viene preso per sfinimento e molla prima. Senza alcun senso di colpa, come da fioretto.

UPDATE: Dopo aver scritto le righe qui sopra, sono andato a fare un giro a Tempo di libri, la manifestazione editoriale che ormai con pigrizia giornalistica viene chiama «il Salone del libro di Milano». Ho visto Walter Siti, che firmava alcune copie del suo libro. E ho visto, soprattutto, tanti lettori che si accingevano a acquistare Bruciare tutto. Ho avuto la prova che le polemiche editoriali, ancora oggi, spostano copie. Poveri lettori.

Il luogo sacro.

Foto: Arecknor

Jonas Hassen Khemiri è uno dei più importanti scrittori svedesi contemporanei. In un intervento inedito pubblicato sul «Domenicale» del Sole 24 Ore (che, per inciso, svetta al confronto della Lettura del Corriere, e fin qui era facile, ma anche del neonato e frizzante Robinson di Repubblica), ha raccontato del luogo più sacro per lui e per la sua famiglia. Il posto dove riunirsi nel giorno di festa, ma non un luogo che aveva a che fare con la religione, né con altri rituali. Il luogo sacro per Khemiri è sempre stata la biblioteca.

Andavamo in biblioteca ogni fine settimana, tutta la famiglia, i miei fratellini nella sezione per l’infanzia, con la stanza delle fiabe, i cuscini, i disegni e il fauna-box con gli insetti stecco. La mamma allo scaffale di psicologia, il papà nell’angolo delle lingue […] La cosa folle era che era gratis. Cento per cento gratis. Non si doveva sborsare un soldo. Vi ho già detto che era gratis? Era un posto dove potevamo avere il nostro spazio senza bisogno di possedere niente. Entrare senza dover pagare l’ingresso. Accedere alle storie di altri senza dover svilire la nostra. Era come un santuario, una pausa dal resto del mondo […] Era quasi troppo bello per essere vero.

Non succederà.

Lo riabiliterà la Corte di Strasburgo. Si ricandiderà. Farà l’ago della bilancia nel paese del tripolarismo e governerà con il Partito Democratico nella prossima legislatura.

Intanto, il programma. Aumento delle pensioni minime. Via la tassa sulla prima casa, via la tassa sulla prima auto. Pensioni alle mamme, le «nostre mamme». Finanziare canili e gattili, perché sono gli animali il futuro dell’umanità. Bene, benissimo. Ma da un leader liberale e liberista, l’unica cosa sensata che avremmo voluto sentire a proposito di pensioni è questa:

Se vinceremo, aboliremo la pensione. Perché è inutile prendere ulteriormente in giro i giovani che oggi pagano contributi senza i quali il sistema non sta in piedi. Giusto che quei contributi li versino in fondi pensionistici integrativi e in investimenti che un domani, quando anche per loro il meritato riposo dovrà essere un diritto e non un miraggio, garantiscano loro una vecchiaia serena. E quanto al sistema che crollerà, chiedete il conto alla sinistra che ha mandato in pensione lavoratori statali con meno di vent’anni di contributi versati, e ai sindacati che quei lavoratori e quei sedicenti e falsi diritti acquisiti hanno sempre difeso.

Ma non succederà, statene certi.

Carta Vs Internet

Alfonso Berardinelli, sulla prima pagina del Foglio (03.03.2017), a proposito della carta stampata e di internet:

Si può dire invece che la carta, rispetto a internet, è come fermarsi oltre che correre, digerire oltre che mangiare, bere acqua oltre che vino, camminare oltre che salire in auto, usare a tavola un po’ di buon pane, buttare uno sguardo sulla faccia di chi ti sta fisicamente davanti, oltre che interagire su Facebook. Il mondo ha di bello il fatto che ci sono cose diverse e complementari: il mare è bello, ma la sua bellezza dipende soprattutto dal fatto che ci sono le coste. Il funerale annunciato della carta stampata sembra perciò che sia rimandato. Negli Stati Uniti la vendita degli ebook è leggermente in decrescita, mentre a quanto pare i libri, soprattutto hard cover, trovano più acquirenti. Chissà. Per i giornali le cose vanno ancora male. Le edicole sono pochissimo frequentate. Ma se le notizie in sé si preferisce apprenderle dalla tv, radio e computer, quando si tratta di interpretarle, commentarle, spremerle, non c’è medium che comunichi chiarezza e ricchezza di nessi argomentativi come la carta stampata. Forse pe questo sarà bene concepire e fare i giornali guardando di più alla loro parentela con i libri che alla loro competizione perdente con l’informatica. Il cervello umano rilutta a mettersi totalmente e definitivamente nelle mani del flusso digitale. Ha bisogno di pause e soste, di selezione e rarefazione. Le poesie di Ungaretti piacquero a tanto e fin troppo perché gli spazi bianchi e i vuoi si dilatavano creando silenzio intorno alle parole, dando loro, con questo semplice espediente, un’energia inaudita.