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Le modalità di scoperta di un tempo.

Al tempo in cui ho a portata di mano, letteralmente, tutta la musica che voglio, riesco a stupirmi ancora con le modalità di scoperta di un tempo.

Ieri, ad esempio. Avevo del tempo da ammazzare e come spesso mi capita l’ho fatto in un grande negozio di dischi. Non cercavo nulla di particolare e giravo distratto per gli scaffali. Ogni tanto prendevo in mano un titolo, poi lo rimettevo a posto. Così per una buona mezzora. Nel mentre sull’impianto del negozio passava un disco che aveva catturato la mia attenzione. Voce femminile e brano capriccioso che si sono incollati alle mie orecchie.

Tiro fuori il telefono e lancio Shazam; mi appunto mentalmente il titolo del disco e l’artista — della quale non avevo mai sentito parlare prima, ma le mie frequentazioni col mainstream sono rare e scarse.

Cerco il titolo tra gli scaffali, lo trovo e mi dirigo, felice, verso la cassa.

Nous sommes Catherine Deneuve

Cento donne francesi – tra cui l’attrice Catherine Deneuve – hanno firmato su Le Monde un appello con cui rivendicano il diritto ad essere sedotte e importunate, dove si legge (nella traduzione che ne fa Il Foglio – 11.1.2018, inserto I) tra l’altro che

Pensiamo che la libertà di dire no a una proposta sessuale non esista senza la libertà di importunare. e consideriamo che bisogna rispondere a questa libertà di importunare in altro modo che non trincerandosi dietro il ruolo della preda (…) Gli incidenti che possono toccare il corpo di una donna non inficiano necessariamente la sua dignità e non devono, per quanto siano duri, necessariamente fare di lei una vittima perpetua.

L’appello, che sta facendo il giro del mondo perché rappresenta una dura, forte presa di posizione di una parte della sfera femminile decisamente controcorrente rispetto a tutte le voci che si erano sinora sentite dopo il caso Weinstein, dipinge anche scenari tecnologico-fantastici che servono a rafforzare la tesi delle firmatarie e a mostrare, a chi le avrebbe criticate, verso dove stiamo andando:

Ancora uno sforzo e due persone adulte che avranno voglia di andare a letto insieme subito prima dovranno, tramite una app del loro smartphone, firmare un documento nel quale le pratiche che accettano e che rifiutano saranno debitamente specificate.

Tutto ciò premesso, per avvisare Catherine Deneuve e le altre novantanove donne che un’app del genere pare esista già.

Pensierini su un anno di libri.

Il mio buon proposito per il 2017 è stato questo: diminuire l’acquisto di giornali e periodici e leggere più libri. Non che fossi un lettore pigro, anzi. Mi ero però reso conto che mi piaceva talmente tanto leggere da non trovare mai il tempo per farlo come avrei voluto. L’unico modo per recuperare era dunque quello di sacrificare qualcosa che mi piacesse altrettanto e verificare se ne valesse la pena.

Essendo giunti in prossimità della fine dell’anno, posso ritenermi soddisfatto. Al momento della pubblicazione di questo post ho letto 65 libri, una media di 1,3 libri la settimana. Le statistiche, che non ho tempo né voglia di controllare, credo mi collochino nella fascia dei cosiddetti «lettori forti». Dei libri letti ho tenuto traccia: titolo, autore, nazionalità, formato, data di inizio, data di fine e pagine lette (qui trovate l’elenco, in aggiornamento fino al 31 dicembre).

Alcune considerazioni. Sono stato facilitato dal fatto che i miei spostamenti quotidiani (due ore circa di mezzi pubblici, tra andata e ritorno) mi lasciano tanto tempo per leggere. Ciò detto, non ho vissuto l’impegno come un obbligo ma, nei limiti del possibile, l’ho ritenuto un piacere. Quando la mattina – o la sera – non avevo voglia di leggere un libro ma, chessò, l’ultimo numero del New Yorker o di ascoltare un disco, non leggevo. Ho cercato di non sentire il fiato sul collo dei libri: non era una gara, non c’erano avversari né soglie minime da raggiungere.
Quando un libro mi annoiava l’ho lasciato. Sostengo la lettura utile, non l’accanimento terapeutico. Non ho terminato nemmeno la ristampa di un saggio di Giorgio Manganelli che pensavo mi avrebbe entusiasmato, anziché fatto sbadigliare dopo una cinquantina di pagine.

Ho letto saggi e romanzi, indistintamente e senza cercare di equilibrarne il numero (niente poesia, o graphic novel, per una questione di gusti). La gran parte dei libri letti li ho acquistati, nuovi o usati. Ciò ha influito sulla spesa, parzialmente bilanciata dalla minore uscita per l’acquisto di musica: leggere porta via tempo all’ascolto e ciò rappresenta l’unico, vero, aspetto negativo del fioretto (se devo proprio trovarne uno).

Ho preferito le nuove uscite, e comunque la narrativa contemporanea, rispetto a quella classica. Ero stimolato dalla lettura di siti che parlano di libri e dagli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani (che non ho smesso di acquistare, soprattutto nel fine settimana). Per questo risulta una maggiore attenzione alle nuove uscite o alle prime pubblicazioni in Italia (ma ho letto anche libri decisamente meno recenti: Cecità di José Saramago, per esempio). Nell’acquistare libri – e nel leggerli – non mi è mai capitato di fossilizzarmi su un preciso autore. Non ho affrontato intere bibliografie, né ho recuperato i precedenti lavori di un autore dopo averlo letto per la prima volta (mi sono però segnato gli autori da approfondire).

Ho frequentato le librerie e le fiere librarie con un interesse diverso rispetto al passato. Non luoghi per rendermi conto solamente di cosa stava succedendo, ma luoghi di acquisto: una specie di (ri)scoperta del consumismo librario. Ma ho frequentato molto anche le bancarelle dei libri (nuovi, usati) e Amazon. Ho letto qualche e-book, perché se c’era un unico vincolo nel mio fioretto era dettato dalla scomodità di avere un volume sempre nel mio zaino. Perciò, nel caso di libri con più di 300-350 pagine, ho preferito se possibile la versione digitale. Che ho scoperto essere non solo più comoda da maneggiare, soprattutto in metropolitana, ma anche da sottolineare e appuntare. Per non dire della praticità di quando si leggono testi in inglese con i dizionari a portata di mano.

Sono inoltre diventato, mio malgrado, una delle persone da interpellare quando c’è bisogno di un consiglio su un libro da leggere (raramente) o da regalare (più spesso). Ho consigliato, con un certo sadismo, libri a persone che sapevo non li avrebbero apprezzati; e ho regalato, a mia volta, molti più libri di quanto fatto in passato. Da questo punto di vista, non avrò mai il pensiero di cosa regalare ad una persona, avendo un elenco di libri cui attingere (prima regalavo soprattutto dischi, per i quali vale da sempre il fioretto qui spiegato).

Difficile dire quale, tra quelli letti, sia il libro preferito. Potrei dire quale il più insolito (sicuramente Acqua viva di Clarice Lispector, ripubblicato da Adelphi) o quali tra i più avvincenti (La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk e Eccomi di Jonathan Safron Foer). Tra i più sopravvalutati (ma comunque terminati) c’è Essere Nanni Moretti di Giuseppe Culicchia, mentre tra i più inutili Dieci piccoli infami di Selvaggia Lucarelli (speravo in un divertissement). Su Bruciare tutto di Walter siti ho invece già detto. Come migliore scoperta, direi il catalogo di narrativa gialla (noir?) di Sellerio, per troppo tempo colpevolmente sottovalutato.

Avendo acquistato molti testi, occorre fare anche un bilancio del tipico vizio evidenziato dalle statistiche: comprare libri e accumularli per leggerli in un secondo momento che non arriva mai. Soltanto cinque tra i libri acquistati durante l’anno non sono ancora stati letti e probabilmente non lo saranno mai.

Quanto all’anno che verrà, continuerò su questa strada fino a quando ne avrò voglia. Dimenticandomi il numero dei libri letti quest’anno e mettendomi sin da ora il cuore in pace: prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo.

Provvidenze rosse.

Al di là dell’idea che ciascuno di noi si sia fatto sul caso Weinstein e su tutto quello che ne è seguito (anche da noi in Italia), copio-incollo qui, a futura memoria e utilità, un passaggio tratto da un libro che sto leggendo in questi giorni:

Ora, si sa. In tutti i luoghi di lavoro c’è un bel po’ di scambi sessuali. Abbondano le leggende sugli amplessi consumati sopra fotocopiatrici, scrivanie, dentro ascensori, i racconti degli inequivocabili rumorini e strilletti che si possono sentire nei cessi di questo o quel luogo di lavoro. Il Pci era, per di più, un’organizzazione dalla mentalità militare e questo contribuiva a creare un clima per così dire da caserma. Le solidarietà cameratesche tendevano a tramutarsi rapidamente in crassa copula. A chi osservava dall’interno la realtà piccista pareva proprio che tutti e tutte rincorressero e si accoppiassero con tutte e tutti. Persino le segretarie più brutte, come una addetta al segretario provinciale che sembrava il Marty Feldman quando il servitore gobbo di Frankenstein junior, avevano i loro amatori.
Era soprattutto la generazione venuta al partito nella Resistenza ad avere questa ansia di sesso. Autorevoli e colti dirigenti rincorrevano le compagne intorno ai tavolini, vecchi e venerati sindacalisti lo facevano nell’armadio. Certo c’era un po’ di reciprocità: grasse virago coi baffi, ma con grande potere, arruolavano come cavalier serventi giovani e splendenti funzionari operai. E li riducevano a stracci.
Solo pochi riuscivano a mantenere all’interno quel tratto di austero puritanesimo che all’esterno, nonostante tutto, il Pci continuava a trasmettere come segno dello stile dei suoi dirigenti.

Il brano è tratto da La provvidenza rossa, un bel libro di Ludovico Festa uscito l’anno scorso per i tipi di Sellerio. È un giallo ambientato a Milano nell’autunno del 1977 e racconta dell’omicidio di una giovane fioraia milanese, Bruna Calchi, militante comunista. L’episodio violento, come pure i nomi citati nel romanzo, sono di fantasia; a non essere di fantasia è invece il contesto storico, che Festa conosce bene essendo lui stesso stato un dirigente milanese del Pci e che qui viene narrato con dovizia di particolari. Il brano sopra citato, in sé, non significa nulla; né l’autore – e tanto meno il sottoscritto – vogliono qui usarlo per evidenziare alcunché in quel contesto storico e nei suoi protagonisti. Forse qualcosa nel contesto della vita, ma dando un’informazione e astenendosi da ogni giudizio.

Il vero significato di quella «cagata pazzesca»

Claudio Giunta, sulla Domenica del Sole 24 Ore (9.7.2017, p. 21) nel ricordare la scomparsa di Paolo Villaggio analizza il reale motivo dello sfogo «La corazzata potemkin è una cagata pazzesca!» che fa capolino librario in Fantozzi (1974) e cinematografico nel Secondo tragico Fantozzi (1976, regia di Luciano Salce).

Innanzitutto La corazzata Potëmkin, film sovietico del 1925 di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, nella versione italiana per una questione di diritti mai concessi dall’ex Unione Sovietica si era dovuto chiamare La corazzata Kotiomkin, come racconta molto bene Emanuele Salce, il figlio del regista del Tragico Fantozzi, in una conversazione con Andrea Pergolari pubblicata su Robinson di Repubblica (9.7.2017, p.10-11). Anche la versione del film che si vede nel film con Villaggio, e che tutti credono essere tratta dalla pellicola originale, con la sequenza della scalinata di Odessa, è una versione ricostruita per via del veto che i sovietici posero nel concedere spezzoni del film originale.

Secondo, come sottolinea bene Giunta, il contesto dell’urlo liberatorio è quello della grande ditta (la «megaditta») tipica di quell’Italia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, che non solo ti offriva un posto di lavoro e ti permetteva di mettere su famiglia, comprarti una bianchina e andare a fare la gita fuori porta la domenica; ma si preoccupava anche della della «crescita culturale e morale dei dipendenti, e quindi organizzava il loro tempo libero inventandosi conferenze, gite aziendali, cineforum». Un ambiente che Villaggio, ex dipendente della Italsider, conosceva molto bene.

Ecco allora che Giunta passa al film, o meglio ai film da cineforum impegnato e al loro ruolo nella saga Fantozziana, fino all’urlo, ai famosi 92 minuti di applausi consecutivi:

Fantozzi lavora e un intellettuale cinefilo, cioè uno che sa che il Doktor del film è Caligari e non Caligaris e che pronuncia Griffith «come si pronuncia», cioè in modo (per Fantozzi) inintelligibile. questa seconda natura di Riciardelli (il suo essere professore) è più importante della sua prima (il suo essere dirigente): la sua mania per il cinema non è come la mania per il ciclismo del visconte Còbram, o la mania per il biliardo del conte Catellani, o quella per il gioco d’azzardo del duca conte Semenzara, perché tutte queste non sono occupazioni intellettuali, non servono a migliorare la mente e lo spirito di chi le pratica. Invece il professor Ricciardelli vuole fare precisamente questo: migliorare la mente e lo spirito dei suoi impiegati. Perciò non li costringe soltanto alla visione della Corazzata ma poi, dal palco, li stimola al dibattito. Mentre non si possono intellettualizzare il ciclismo, o il biliardo, o lo chemin de fer, si possono certamente intellettualizzare i film, se ne possono amplificare retoricamente i dettagli (l’occhio della madre, la carrozzella col bambino), li si può avvolgere con parole incomprensibili e idee orecchiate in qualche saggio para-accademico («il montaggio analoggico» del povero Calboni). Il bersaglio non di Villaggio ma – bisognerebbe dirlo più spesso – di Villaggio-Salce-Benvenuti-De-Bernardi è soprattutto questo: non il Capitale, non Ėjzenštejn, bensì l’uso retorico e autoritario della cultura. E la protesta di Fantozzi non è politica (non c’è traccia di politica nel racconto di Villaggio che ispira la scena), è umana: la protesta della natura, del corpo (la frittata di cipolle, il rutto libero, i film di Franco e Ciccio e di Laura Antonelli), contro i diktat di una cultura che né si comprende né si apprezza, anche se si simula di farlo. E insomma, non siamo molto lontani dall’aria del tempo còlta da Moretti in Io sono un autarchico con la battuta «No, il dibattito no!»; ma gli sceneggiatori di Fantozzi la colgono con due anni d’anticipo, e parlano a nome del Popolo, non a nome di un altro intellettuale autoironico. Controprova: il Popolo ha mandato a memoria la scena della Potëmkin, e l’adopera ancora adesso come arma contro gli intellettuali da cineforum, oggi trasferitisi nel web.

Plain text

Appunti di Caren Lissner per chi volesse fare giornali e giornalismo:

Despite the increasingly complex and crucial stories dotting the national landscape—health insurance policy, North Korea, immigration, Syria—many daily newspapers and wire services are failing to include even a sentence of background early in their stories to give readers the tools to slide further into a complicated issue. It used to be traditional to include at least a “nut graph” soon after a lead in order to orient a reader, but these clarifications and history have been absent from the cover stories I’ve read in major daily papers. I’m not talking about “dumbing down” the news as much as making it more user-friendly, and journalists who fail to do the latter are squandering their brief but real chances to invest new readers. By frontloading stories with complex details and insider jargon, they may only drive consumers back to the memes, soundbites, and fake news that became the shorthand of the last election.

Il Giornale, una non recensione

A casa mia, quando ero piccolo, mio padre leggeva il Giornale. Credo abbia iniziato a leggerlo ai tempi dell’Università quando Montanelli lo aveva fondato insieme ad un manipolo di giornalisti in fuga dal Corriere della Sera. Leggere Il Giornale all’università, in quegli anni, era qualcosa di più di una scelta di campo o di un gesto anticonformista: in certi casi era persino un pericolo, perché le vedette della democrazia erano pronte a muoverti contro le chiavi inglesi se ti sbucava da un cappotto – che non fosse un parka – un foglio inchiostrato con le parole di Montanelli, di Bettiza o di Biazzi Vergani.

Ha letto Il Giornale anche dopo Montanelli, con Feltri prima e Belpietro poi. Quando ero già grandicello, ricordo che in casa sia acquistava il primo Libero – probabilmente per via di Feltri; da molti anni ormai, anche mio padre si è stufato dei titoli gridati ed è passato a leggere abitualmente il Corriere: la domenica, quando solitamente ci vediamo per pranzo, discutiamo della pessima fattura del quotidiano di via Solferino, del troppo spazio dato al pettegolezzo, della grafica così così e della Lettura, che non soddisfa due voraci lettori di libri come noi.

Di mio, non mi capitava di tenere in mano una copia del Giornale da anni. Persino questa mattina, quando mi sono svegliato, mai mi sarei sognato di acquistarlo durante il mio abituale passaggio in edicola. È successo però che, prima di uscire di casa, abbia buttato un’occhiata alla rassegna stampa e visto che il titolo di prima del Giornale era «Tutto sulla Vasco spa». Il riferimento è al concerto di Modena dello scorso primo di luglio, un evento che – comunque la si pensi sull’artista Vasco Rossi – si è classificato come il più importante per la musica italiana degli ultimi 15 anni. Incuriosito dal titolo, e occupandomi nella mia vita professionale di questioni legate a quel grande carrozzone che è conosciuto come discografia italiana, ho pensato che sarebbe valsa la pena spendere un euro e mezzo e leggere quelle che il titolista mi aveva promesso essere straordinarie rivelazioni sull’azienda Vasco Rossi.

Ho acquistato Il Giornale, sono andato la lavoro, poi sono passato in Comune e infine, una volta ritornato a casa, mi sono immerso nella lettura. Due pagine interne, era promesso in prima. Con sgomento ho scoperto subito che una era dedicata alla questione più sinceramente noiosa del fine settimana: Bonolis e la sua conduzione dello speciale in diretta da Modena. L’altra, quella firmata da Camilla Conti e che prometteva di svelare tutto sulla «Vasco spa», non conteneva nulla in più delle righe di richiamo in prima:

Il concerto che ha mandato in briciole tutti i record. Anche quelli economici. Facciamo i conti in tasca a Vasco Rossi. Dodici milioni di incassi per il concertone del Modena park, altri sei milioni all’indotto del territorio per organizzare l’evento, cui vanno sommati anche i 700mila euro dei 48mila biglietti staccati nei 197 cinema dove è stato proiettato in diretta lo show. E poi ancora: i diritti tv, il merchandising, la raccolta pubblicitaria. La Vasco Rossi SpA sfiora i 36 milioni di euro. E solo per l’evento del 1° luglio. Tutto in una notte.

All’interno, dunque, non si citavano le somme dei diritti tv, del merchandising («affidato all’Universal»: capirai che notizia), della raccolta pubblicitaria. Quelle quattro righe di sopra erano solo allungate per raggiungere il numero di battute necessarie a fare la pagina, con la sola aggiunta del nome delle società che gestiscono gli immobili statunitensi di Vasco Rossi: probabilmente il lettore medio del Giornale è solleticato dall’indignazione delle proprietà immobiliari all’estero. Ne sono uscito che della Vasco Rossi spa, ammesso che esista, ne sapevo quanto prima (in verità, ne so persino più di quanto scritto sul Giornale). Evidentemente una stanca redazione domenicale, nel confezionare il numero del lunedì, ha pensato bene di buttare un’esca. Ho abboccato, segno che almeno questo ha funzionato.

Dal momento che avevo fatto l’acquisto, ho provato a sfogliare la copia del Giornale dalla prima pagina, alla ricerca di una notizia, di un approfondimento. Mi sono quindi imbattuto nel caso dell’albergo di Brescia, colpito da due ignote molotov perché avrebbe dovuto ospitare dei migranti. Titolo: «Arrivano altri profughi: molotov contro l’hotel». Ma come?, ho pensato, pare che i profughi non arriveranno affatto in quell’albergo di Brescia: La Stampa parla di un albergo che «avrebbe dovuto ospitare» dei profughi, idem Repubblica, mentre il Corriere si spinge più in là e scrive apertamente e senza condizionale che i profughi non arriveranno. In effetti anche l’articolo del Giornale, nell’ultimo capoverso, mette la pulce nell’orecchio del lettore: «La prefettura di Brescia è altrettanto pilatesca: “Era stata avanzata un’ipotesi di utilizzo, ma al momento nessun accordo è stato trovato tra la cooperativa che gestisce gli stranieri e i proprietari dell’albergo”». Il problema è trovarlo, però, un lettore di giornali che arrivi all’ultimo capoverso di un articolo lungo mezza pagina. L’importante è il titolo, no?.

Questa non vuole essere una recensione del Giornale; non ne ho né la qualità né l’autorevolezza per poterla fare. Solo una amara riflessione: quanto vorrei leggere un quotidiano di centrodestra che sia autorevole, che dia le notizie per come sono e non per come il lettore vorrebbe leggerle; che faccia approfondimenti interessanti, che mescoli l’alto con il basso, che dia opinioni forti e autorevoli, senza che resti l’impressione che le opinioni siano un po’ forzate per far passare una mezza idea, un mezzo concetto. Alla fine ringrazio il cielo per l’editoriale in prima pagina del direttore Sallusti, che insolitamente se la prende con Matteo Salvini (sul quotidiano della famiglia Berlusconi è pur sempre un buon segno per chi sogna un centro destra de-leghizzato), e per l’articolo di Giordano Bruno Guerri, piazzato nella sezione cultura, sul turismo italiano nella Libia del 1914.

Una volta questo giornale era Il Foglio di Giuliano Ferrara. Lettura insuperabile, amore della mia formazione. Non esiste più nemmeno quello.

Colpi di sole tardo primaverili

Si parla e si scrive spesso di quando a Paul Simon «gli prese l’africana», con questo intendendo l’enorme fascino che il continente nero ebbe su di lui ai tempi di Graceland, e del successo pazzesco che ebbe quel lavoro non solo nella carriera e nelle economie di Simon stesso, ma anche nel delineare il successo di quella che poi nel mondo occidentale si sarebbe definita come «world music» (con tutte le questioni del caso). Di meno si parla di quando a Simon prese invece la sudamericana, ben espressa in The rhythm of the saints, il disco successivo.

Il 1989 e il 1990 furono anni particolarmente fortunati per tutto ciò che odorava di latino e sudamericano nel contesto di un certo pop. Tre furono i dischi angolari di questa strana triangolazione: il già citato lavoro di Simon, Rei momo di David Byrne e Strange angels di Laurie Anderson. Lo notò anche Sue Steward in un articolo apparso a febbraio del 1991 sulla rivista inglese The Wire quando, discutendo di questo strano ibrido tra il pop/rock e la musica latin, scrisse che la cosa non era da vedere in maniera negativa, perché in qualche modo le case discografiche major stavano supportando questo strano materiale proveniente dai caraibi, dal Brasile, dal centro e sud America, scritturando nuovi artisti e facendoli conoscere al grande pubblico occidentale.

Questi tre dischi, in effetti, stanno costruendo anche l’angolatura dei miei ascolti da un paio di settimane a questa parte. Devo ammettere che conoscevo benissimo sia Rei momo che Strange angels, ma che sono arrivato a scoprire l’album di Paul Simon con colpevole ritardo. Sarà la primavera con le sue giornate finalmente lunghe, soleggiate e belle; o sarà semplicemente che questa infatuazione da sempre avuta per un certo tipo di musiche pop che uscissero dal canone occidentale ora sta prendendo piede per sopraggiunta maturazione (o vecchiaia?) che si riverbera necessariamente anche negli ascolti. Devo dire però che molto del mio interesse musicale odierno, al di fuori degli ascolti confortevoli (quelli, cioè, cui si ritorna con costanza perché rappresentano un facile rifugio anche emotivo) tendono sempre maggiormente a questa ricerca. Mi chiedo solo se non sia un desiderio più o meno inconscio di fuga verso questi lidi. Si comincia con le contaminazioni di Paul Simon e Laurie Anderson (nel caso di Byrne siamo invece alla perfetta interpretazione), si passa per vagare nel reparto world music di un negozio di dischi alla ricerca di Perez Prado e poi si finisce per assistere a sessioni con musicisti locali da qualche parte laggiù. Forse è solo un leggero colpo di sole, ma in questo preciso istante credo non ci sia nulla di meglio al mondo.

L’odore della carta

Uso un Kindle da anni. Credo di aver comprato una delle primissime versioni che sono state distribuite in Italia. La storia di quell’acquisto, in verità, è particolare: il Kindle lo avevo comprato da regalare a Natale ad una persona che legge moltissimo, e pensavo che il regalo fosse di quelli graditi. Senonché, ad un paio di giorni dal Natale, quella persona mi chiese con l’aria tipica della sfida: «Non mi avrai mica regalato uno di quei cosi di plastica che si usano per leggere i libri, vero?!». Sì, era vero. Tenni il regalo per me e iniziai ad utilizzarlo con un certo entusiasmo.

Sono passati parecchi anni. Il Kindle che possiedo ora non è di ultima generazione ma, rispetto a quel primissimo regalo mancato, è di quelli con lo schermo retroilluminato, che permettono di leggere anche di notte con notevole affaticamento della vista, per la verità, ma senza disturbare chi dorme accanto. La storia di questo Kindle è per certi versi simile a quella precedente: l’avevo regalato ad una persona che legge moltissimo, ma che l’avrà usato in tutto un paio di volte perché preferisce avere la libreria piena. Così, quando mi sono trovato nella circostanza di dover cambiare il mio, ho chiesto gentilmente se si poteva non sprecare del tutto quel regalo.

All’inizio di quest’anno ho fatto una specie di fioretto, già raccontata da qualche altra parte: diminuire drasticamente la lettura di giornali e periodici in generale e aumentare quella di libri. Sfruttare soprattutto i quotidiani tempi di spostamento casa-lavoro, che al momento mi stanno consentendo di mantenere una media rispettabilissima di 7 libri al mese. Poche regole: abbandonare al primo sbadiglio un libro che ci sta annoiando e leggere in ebook i libri sopra le 300 pagine (nessuna eccezione alla prima, qualche deroga alla seconda).

Leggere sul Kindle non mi dispiace, ma ho sempre avuto l’impressione che il libro rimanesse meno impresso nella memoria e svanisse dopo qualche settimana. Può essere solo una sensazione, o più semplicemente può essere che mi è andata male e ho finora letto solo libri meno belli (o più brutti?) in versione elettronica rispetto a quanti ne abbia letti in edizione cartacea. Il Kindle ha innegabilmente i suoi vantaggi, primo tra tutti il peso e la comodità di trasporto e la possibilità di evidenziare e accedere in un solo colpo a tutte le sottolineature. Poi ci sono gli svantaggi, certo: il libro non è mai veramente tuo, il libro non lo puoi esporre, il libro non ti qualifica e non ti descrive agli occhi di chi ti vede leggere — possiamo far finta che non ci interessi, ma siamo davvero sicuri che un libro non ci rappresenti, almeno un po’, agli occhi degli altri sin dalla sua copertina?

In questi giorni sta facendo il giro della rete un bell’articolo di Paula Cocozza pubblicato sul Guardian. Racconta del crollo delle vendite degli e-book e si prende una rivincita sui funerali del libro di carta che andavano di moda una decina di anni fa. L’articolo contiene varie considerazioni sugli e-book e molte differenze con il mondo cartaceo. L’attacco del pezzo, però, elencando ciò che non si può fare con un Kindle, fa emergere alcune tra le migliori caratteristiche del libro di carta. Le riporto qui, a futura memoria e soprattutto perché Cocozza ha evitato la considerazione più diffusa e più stupida di tutte: l’odore della carta.

Here are some things that you can’t do with a Kindle. You can’t turn down a corner, tuck a flap in a chapter, crack a spine (brutal, but sometimes pleasurable) or flick the pages to see how far you have come and how far you have to go. You can’t remember something potent and find it again with reference to where it appeared on a right- or left-hand page. You often can’t remember much at all. You can’t tell whether the end is really the end, or whether the end equals 93% followed by 7% of index and/or questions for book clubs. You can’t pass it on to a friend or post it through your neighbour’s door.

(Pubblicato anche su Medium)

Amo l’Italia, volo Alitalia (?)

foto: Flickr

Sulla vicenda Alitalia, sulla opportunità di un prestito ponte da parte dello Stato Italiano per affrontare quella che i giornali definiscono la «cruciale stagione estiva» e su molte altre cose circa il vizio di considerare una bandiera impressa sulla carlinga di un aeroplano più meritevole di un servizio aereo economicamente sostenibile e piacevolmente utilizzato dai clienti, Alberto Mingardi usa parole definitive in un editoriale sulla Stampa [29.04.2017, p.1]:

Anche questa volta non manca chi ritiene inaccettabile il fallimento, a cominciare dal segretario del Pd Matteo Renzi. Questo accanimento, e ci vuole faccia tosta a non considerarlo «terapeutico», ha una sola ragione: l’ideologia.

Non è, per una volta, un abile calcolo da procacciatori di consenso. Alitalia ha 2 mila dipendenti, anche contando famiglie e amici si tratta di un bacino elettorale modesto. In compenso ci sono milioni di contribuenti che non sopportano l’idea di metterci altri quattrini. I numeri della disoccupazione, che sfiora il 12%, non giustificano un intervento così oneroso a favore degli impiegati di una sola impresa: e anzi le cuciono addosso lo stigma del privilegio.

Non è una questione di interesse pubblico. Il mercato aereo italiano è più che raddoppiato fra il 1997 e il 2016 (da 53 milioni di passeggeri a 133), mentre la quota dei passeggeri serviti da un’Alitalia in crisi semi-permamente si è ridotta (A. Giuricin, Alitalia, una storia infinita, 2017). L’interesse pubblico risiede semmai nell’avere aeroporti ben funzionanti e ben serviti. Che poi la domanda di trasporto venga soddisfatta da Alitalia, da British Airways, o da Ryanair, che importa?

Solo l’ideologia ci tiene legati all’idea di una Alitalia per forza italiana. Il prestigio nazionale starebbe non nel garantire voli economici alle persone, ma nel tricolore impresso sulle ali. Il che si traduce in un’altra azienda da pilotare dal Tesoro o dalla Cassa depositi e prestiti, nella convinzione di poter far meglio dell’impresa privata. Il trasporto aereo è un settore difficile, in tutto il mondo. La storia di Alitalia è un cimitero di manager. Perché questa volta le cose dovrebbero andare diversamente?