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Quadrittico mediterraneo

Assieme al primo degli Aktuala, a Lassa stà la me creatura del Canzoniere del Lazio, e allo stesso Giardino magnetico di Curran, [Sulle corde di Aries] è il disco che idealmente compone il quadrittico definitivo sull’anima occulta, profonda e incantata del Mediterraneo.

Valerio Mattioli, Superonda – Storia segreta della musica italiana (Minimum Fax, 2016)

Prendimi l’anima ma ridammi la radio.

È interessante la riflessione di Nicola Campogrande, chiamato sulla «Lettura» del Corriere della Sera [8.01.2017 p. 6] a delineare una soluzione per tirare fuori la musica dalla crisi in cui si è infilata. Il compositore auspica il ritorno ad un ascolto consapevole, tramite «un nuovo modo per ascoltare musica riprodotta». Credo si tratti di una provocazione: la facilità con cui chiunque, oggi, può ascoltare e riprodurre tutta la musica del mondo non rende di certo necessario un nuovo mezzo di riproduzione.

Scrive Campogrande – e mi trovo d’accordo con lui:

le abitudini che le generazioni precedenti hanno perfezionato e si sono tramandate, abitudini apparentemente scontate, ovvie – togliere un disco dalla propria confezione, inserirlo in un apposito apparecchio, avviare la riproduzione, sedersi davanti agli altoparlanti, in ascolto… – non fanno più parte del nostro modo di vivere.

La questione, dunque, non è tanto quella di trovare un nuovo modo per ascoltare musica, quanto quella di riscoprire un vecchio modo di ascoltarla. Cambia la preposizione, e con essa tutto il concetto. Siamo consapevoli che l’abbondanza di musica in cui viviamo si accompagna alla perdita di concentrazione nei confronti della musica; e siamo d’accordo con Campogrande nel dire che, tra tutte le arti, la musica è quella che sembra maggiormente pagare questa abbondanza: perché «molti di noi hanno scrivanie e comodini invasi da libri ma non per questo [abbiamo] smesso di leggerli», come la disponibilità di cineteche per lo più sterminate «non ci impedisce certo di sceglier[e un film] e di vederlo», ma sicuramente molti di noi ascoltano la musica in maniera più distratta, passiva.

Siamo passati dall’era del walkman e dell’ascolto individuale e solitario, esasperata poi con l’avvento della musica smaterializzata dal suo formato fisico, all’era dell’ascolto liquido e portatile ma nuovamente condiviso, come succedeva con i ghettoblaster nei Settanta e Ottanta, oggi sostituiti da gracchianti casse senza fili collegate ad apparecchi telefonici che suonano musica scadente (almeno nella qualità) presa da YouTube. Agli occhi dei più, l’avere tutta la musica a disposizione ci ha ulteriormente allontanati dall’ascolto ragionato. Si può sentire un disco in metropolitana con le cuffie mentre si torna dal lavoro, o sentirlo con gli amici in mezzo alla strada, perdendo ogni sfumatura nelle chiacchiere e nel rumore del traffico; ma si potrebbe anche ascoltare lo stesso disco a casa: mentre si fa altro, certo, oppure deeicandogli tutta l’attenzione necessaria.

Temo tuttavia che quanto scrive Campogrande sia in qualche modo viziato da un vecchio adagio, spesso scomodato nei confronti dell’overdose informativa di oggi: abbiamo perso il piacere delle cose, seguiamo tutto ma non riusciamo più ad appassionarci — e dunque a comprendere — nulla. Per rimanere nel campo musicale: una volta, quando si scartavano i dischi e li si metteva sul piatto (o nel cassettino del cd), la musica era ascoltata più attentamente. La mia domanda è: ma siamo proprio sicuri? Pensiamoci bene: forse un tempo quel disco era ascoltato più volte, perché lo si era pagato caro oppure perché non c’era la possibilità di saltellare dentro sterminate collezioni di musica come possiamo fare oggi. Ma averlo ascoltato più volte non significava averlo ascoltato meglio. Il walkman nelle orecchie sui mezzi pubblici garantiva la stessa attenzione all’ascolto che garantiscono oggi gli auricolari collegati all’iPhone. La musica ad alto volume nell’autoradio della macchina non faceva cogliere più passaggi o più sfumature di quante (non) ne faccia cogliere la cassa wireless al parcheggio dove si ritrovano le compagnie di ragazzini. L’ascolto in casa, tramite sistemi di riproduzione diffusi per tutte le stanze, non significa certo mettersi davanti ad un impianto stereo — o davanti ad un computer, indossando le cuffie — e entrare a fondo nella musica. Quella che manca, oggi come allora, è l’abitudine all’ascolto; un’abitudine che però non si forma se non c’è qualcuno che fornisca gli strumenti adatti a crearla. Qualcuno ha soprannominato questa abitudine «slow listening», abbinandola allo slow food o ad altre mode slow e creandogli attorno persino un movimento: ma l’argomento è di quelli interessanti, tanto che in rete si trova anche qualche tesi di laurea a riguardo. Forse, l’unica differenza tra ieri e oggi è che ieri c’era almeno la critica, rappresentata soprattutto dalla stampa musicale, mentre oggi — forse — è venuto meno anche questo importante filtro (o si è trasformato in altro) e tutto è stato demandato ad Internet, il luogo dove forse la critica è morta perché tutti siamo diventati critici (del resto il dibattito su questo tema va avanti da anni, come testimoniano alcuni articoli più o meno recenti).

Sono proprio quelli come Campogrande che hanno dunque un ruolo fondamentale nell’educare le persone ad ascoltare (ancora) la musica. Per questo, di tutto il bel pezzo che ha scritto per l’inserto del Corriere, non mi è piaciuto nemmeno un po’ il finale:

Fino ad allora, a malincuore, continueremo a lasciare che la musica scorra in sottofondo. Aspettando tempi migliori.

Perché è un finale che sa di resa, di denuncia, di critica ma poco di autocritica. Forse, invece, converrebbe rimboccarsi le maniche, organizzare delle serata di ascolto nei luoghi pubblici, nelle biblioteche, nei posti dove si fa cultura, a casa propria con gli amici o in solitaria. Organizzarle chiamando persone in grado non di inculcare la bellezza di questo genere o di quel disco, ma di offrire gli strumenti per contestualizzare ciò che il pubblico sta ascoltando, per confrontarlo con altri dischi, con ciò che è stato prima e ciò che sarebbe venuto dopo. Per dargli un valore critico, ma senza commettere l’errore di darlo solo ad un certo tipo di musica: altrimenti continuiamo — dopo quarant’anni da quando all’estero i popular music studies sono entrati nelle università — a fare come Quirino Principe che — del tutto in buona fede — spiega ai bambini la musica dividendola in «forte» (la classica) e «debole» (tutto il resto) ma, giura il critico, non c’è alcun disprezzo per la musica debole, purché vi ricordiate che la potete ascoltare solo grazie alla forza, alla libertà e alla felicità che vi ha dato la musica forte [la Domenica, 8.01.2017 p.31].

Se riusciamo tutti a fare questo sforzo (certo iniziando anche dall’ascolto personale), sono certo che tutta la discografia del mondo a disposizione di un click sarà un valore aggiunto anche per la musica, non solo per i libri o per il cinema.

Se poi posso consigliare un disco con il quale iniziare a fare l’esercizio di un ascolto attendo e concentrato: eccolo. Lo consiglio anche a Campogrande, se già non lo conosce.

24 settembre 1996.

And yet because of all of this emotional baggage, the cathartic power of Pinkerton is second to none. While it’s often compared to the Blue Album, Pinkerton bears more similarity to In Utero, a record that also mixed relatively raw alt-rock production, undeniable pop smarts, and a lead singer absolutely freaked the fuck out by fame. But while many sickeningly thought Kurt Cobain’s suicide somehow validated his art, Cuomo’s self-destruction was more quotidian and relatable, struggling with an unbearable need to be loved but a complete inability to realize the need for it to be reciprocated. It’s why Pinkerton isn’t misogynistic so much as confused: “No Other One” classically mistakes hating yourself for loving someone else, and “El Scorcho” reminds that fictional RomCom behavior is actually borderline sociopathic in real life. In fact, the songs most likened to cuddly Blue Album Weezer are the darkest– “The Good Life” is Cuomo at the end of his rope, hysterical at the ridiculousness of his self-loathing, while a single line in “El Scorcho” sums up the core of Pinkerton‘s pain: “I can’t talk about it/ I gotta sing about it and make a record. [*]

La prima volta che ascoltai Pinkerton rimasi a bocca aperta. Lo ascolto, da allora, almeno una volta l’anno, sempre con lo stesso stupore.

Rispondere, bene.

Peter Gabriel ha risposto all’invito che gli abbiamo rivolto da queste parti. E non se la cava male nemmeno lui, anzi: vince.

Polemiche opportunità.

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Osservare la stampa straniera è una delle mie attività preferite. È come fare i turisti in un posto lontano da casa: la cosa bella non sono tanto i monumenti, o i musei, o il cibo; sono invece i differenti modi di vivere, le diverse piccole abitudini e le angolazioni con le quali è osservata la complessità del mondo che ci circonda.

Qualche giorno fa il Guardian ha pubblicato un editoriale nel quale affermava che non è accettabile che, durante i Proms, su 75 concerti totali inseriti nella rassegna solo 5 erano diretti da donne. Proseguendo nel ragionamento, il quotidiano inglese allargava l’orizzonte dell’analisi fino ad includere la situazione di tutte le orchestre sinfoniche di Londra:

London has five permanent symphony orchestras, all full of female players. Yet of the 20 conducting posts at these orchestras, just one is held by a woman – and the temporary post held by the London Symphony’s assistant conductor Elim Chan ends this season. It wouldn’t be acceptable in other professions. It isn’t acceptable here either.

Immaginate se un editoriale del genere — di quelli non firmati e dunque riconducibili al board direzionale del quotidiano — fosse apparso in Italia. Da noi è già difficile capire la differenza tra un commento e un editoriale – -utilizziamo i termini in maniera interscambiabile, ma non lo sono e nella stampa, soprattutto in quella anglosassone, vi è una differenza non di poco conto. Ma sarebbe difficile immagine un editoriale di questo tenore stampato sul Corriere della Sera, o la Repubblica, o La Stampa, o il Sole 24 Ore. Detto con un po’ di invida: perché sono gli editoriali che di solito mi diverte di più leggere.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e non tutte le invide sono fondate. La questione posta dal Guardian mi sembra così inutilmente polemica e così forzatamente pretestuosa (l’avevo già notato anche altrove), che se dirigessi un quotidiano anglosassone e avessi una platea di lettori avvezzi a non considerare serio un articolo solo quando parla di economia, o di beghe politiche interne, o di guerre, io allora dedicherei un editoriale per affermare che è inaccettabile che ci siano così poche donne che conducono i tir in giro per l’Europa, o che riforniscono le macchine alle pompe di benzina, o che tirano su i muri delle case e asfaltano le strade. E potrei andare avanti, trovando altresì irritante che ci siano così pochi uomini tra gli insegnanti degli asili nido o tra i sarti. Perché il punto da osservare non è che ci siano poche donne a dirigere le orchestre londinesi  — cosa della quale, sinceramente, mi dispiaccio, così come mi dispiaccio quando qualcuno considera un parametro del merito o della bravura una matematica spartizione uomo-donna anziché un’effettiva competenza che premi indistintamente anche solo tutte le donne, o tutti gli uomini. Il punto è che il Guardian affermava che il fatto «non sarebbe accettabile nemmeno in altri mestieri», non solo in quello del direttore d’orchestra.

Post-it per Peter Gabriel

E’ uscito un nuovo singolo di Sting e a novembre uscirà addirittura un album intero. La canzoncina è adorabile, non c’è che dire. Si diverte come un ragazzino e si sente che a Hell’s Kitchen, NYC, se la passa non male. Mai piaciuto Sting, più per via di una certa epica che lo circonda che per altro. Però appunto qui il brano, come post-it nella speranza che Peter Gabriel – con il quale l’ex Police è andato in tour si recente – tiri fuori anche lui una sciocchezza come questa “I can’t stop thinking about you”, che sarebbe comunque meglio di una qualunque delle cose che ha fatto negli ultimi 15 anni.

La canzone più brutta di sempre?

Da ragazzino avevo comprato una compilation scovata nei cestoni di un supermercato. Dovrei averla ancora da qualche parte. Era una compilation a scopo benefico, in favore delle vittime del terremoto in Armenia del 1988. Il disco, che si chiamava qualcosa tipo Rock classics o Classics of rock music conteneva alcuni brani degli artisti che avevano aderito alla raccolta di fondi: c’erano una versione di “Smoke on the water” dei Deep Purple suonata da una specie di all-star band (ad un certo punto riconobbi Bruce Dickinson cantare una strofa), brani dei Genesis, degli stessi Iron Maiden e un paio di canzoni di gruppi che non avevo mai sentito prima: gli Asia e gli Starship. “Heat of the moment” e “We built this city”, per qualche strano motivo che solo oggi riesco a comprendere, hanno segnato quella mia estate dei tredici o quattordici anni.

Adoravo entrambi i brani. Su qualche libro trovato nella biblioteca locale, avevo scoperto che gli Asia erano un supergruppo – «il primo vero super gruppo», ricordo ancora l’improbabile attacco del pezzo – che aveva a che fare con due cose che non potevano sembrarmi le più diverse possibili: gli Yes e i Buggles. Un mio amico, l’amico di sempre, che già sapeva di musica più di tutti noi, trovava però delle somiglianze armonico-compositive tra “Video killed the radio star” e “Heat of the moment”, e tanto mi bastava per certificare il legame che univa, negli Asia, i due gruppi citati.

Gli Starship rimanevano un mistero. Tant’è che per anni, il filo rosso che collega Jefferson Airplaine, Jefferson Starship e poi semplicemente Starship, mi era sembrato più il frutto della mia fervida immaginazione di adolescente che il vero corso della storia. Cosa potevano avere in comune Grace Slick, “Somebody to love” e “We built this city”?

La storia degli Starship inizia dal nome. Nel 1984 Paul Kantner, l’unico membro fondatore dei Jefferson Airplane rimasto nei Jefferson Starship, lasciò la band e fece causa ai suoi ex compagni: nessuno avrebbe più potuto usare le parole «Jefferson» e «Starship» all’interno di un nuovo progetto musicale, a meno che tutti i membri della società Jefferson Airplane Inc. (e cioè Bill Thompson, Grace Slick Jorma Kaukonen e Jack Casady, oltre allo stesso Kantner) fossero d’accordo.

La band, che nel frattempo aveva adottato il fantasioso nome di Starship Jefferson, si vide quindi costretta ad adottare il più semplice, e legalmente più sicuro, nome di Starship. David Freiberg decise di rimanere e insieme Mickey Thomas, Grace Slick, Donny Baldwin, Craig Chaquico e Pete Sears, si mise a lavorare su quello che sarebbe diventato il disco di debutto di questo nuovo gruppo, Knee deep in the hoopla. Fino a quando Freiberg litigò con Peter Wolf, che stava producendo il disco, abbandonando definitivamente la navicella stellare.

“We built this city”, ho scoperto solo recentemente, ha una lunga tradizione di permanenza nei posti alti delle classifiche delle canzoni più brutte di tutti i tempi. E anche chi fu dietro al brano – dai musicisti, al produttore, al team di autori di lusso che la scrissero – oggi fa un sorriso amaro e cerca in qualche modo di prenderne le distanze. Come ha affermato Grace Slick a proposito di quell’esperienza:

Odiavo gli Starship. Il nostro più grande singolo, “We built this city” era terribile. Mi veniva da vomitare, ma sorrisi e lo facemmo lo stesso. Lo spettacolo doveva continuare.

Per quanto Slick odiasse il gruppo, il suo obiettivo – nelle parole di Dennis Lambert, autore del brano insieme a Bernie Taupin, Peter Wolf e Martin Page – era più venale:

Mi diede specifici ordini: «Voglio incidere dei successi». Mi disse che voleva andare in tour, fare un sacco di soldi e poi ritirarsi.

Il motivo per cui ho un’ossessione per “We built this city” non è solo il ricordo dell’anno in cui la scoprii. È una nostalgia nella nostalgia: a metà anni Novanta, quel pezzo mi rimandava alla mia infanzia. Può essere che l’avessi già sentito e non me ne ricordassi; ma può essere, molto più semplicemente, che quel pezzo è la fotografia di quanto di buono – e di cattivo – ha rappresentato certa musica di quel periodo.

WeBuiltThisCity

Si può dire che la copertina del singolo, quella sì che è davvero brutta.

Per questo trovo ingiuste le accuse che negli anni sono state mosse al brano. Tanto più se paragonate ad altra paccottaglia che veniva prodotta in quel periodo. Non ci si capacità perché «mambo» sembra essere pronunciato come «mamba»? Abbiamo tutti chiuso le orecchie per anni di fronte a brani i cui testi risultavano letteralmente incomprensibili. Poi ho letto questo pezzo su The Awl, in cui il direttore Alex Balk dice che sì, “We built this city” è un pezzo orrendo, ma non supererà mai l’unico vero brano più brutto di tutti i tempi: “Don’t stop believin” dei Journey:

Yes, on a technical level Starship’s “We built this city” may be slightly more objectionable than “Don’t stop believin,” but the latter’s continued and baffling popularity, particularly among people who would otherwise be horrified to publicly admit that their favorite meal is a big bowl of shit washed down with a glass of warm piss, which is essentially what you are saying when you say you like “Don’t stop believin,” pushes it up past Starship’s “We built this city” in the Worst of All Time contest. I’m horrified that we even need to have this discussion. It is a bad, bad song and you should all know better. Now that you do, please don’t make me bring it up again. I’m just very disappointed with you.

Anche il critico della NPR, Stephen Thompson, qualche anno fa rispondendo ad un lettore che gli chiedeva conferma del fatto che “We built this city” fosse davvero il pezzo più brutto di sempre, diceva che la questione ha anche a che fare con certi tic mentali — e anche con un po’ di snobismo:

I’m not here to defend “We built this city,” though I hardly think it’s the worst song of all time. Instead, I’m here to urge every music fan to dig deeper and interrogate his or her own definition of what makes a song terrible. I feel like we pile on “We Built This City” because it’s too feeble to fight back; because we as a community of music-lovers accept that it’s the worst song ever the way we accept that Pet Sounds or Sgt. Pepper or A Love Supreme or Blue or Blood on the Tracks is the best album ever. That is to say, we accept these opinions as truth because they’ve been accepted that way before most of us even got here.