Archivio mensile:Gennaio 2018

Nous sommes Catherine Deneuve

Cento donne francesi – tra cui l’attrice Catherine Deneuve – hanno firmato su Le Monde un appello con cui rivendicano il diritto ad essere sedotte e importunate, dove si legge (nella traduzione che ne fa Il Foglio – 11.1.2018, inserto I) tra l’altro che

Pensiamo che la libertà di dire no a una proposta sessuale non esista senza la libertà di importunare. e consideriamo che bisogna rispondere a questa libertà di importunare in altro modo che non trincerandosi dietro il ruolo della preda (…) Gli incidenti che possono toccare il corpo di una donna non inficiano necessariamente la sua dignità e non devono, per quanto siano duri, necessariamente fare di lei una vittima perpetua.

L’appello, che sta facendo il giro del mondo perché rappresenta una dura, forte presa di posizione di una parte della sfera femminile decisamente controcorrente rispetto a tutte le voci che si erano sinora sentite dopo il caso Weinstein, dipinge anche scenari tecnologico-fantastici che servono a rafforzare la tesi delle firmatarie e a mostrare, a chi le avrebbe criticate, verso dove stiamo andando:

Ancora uno sforzo e due persone adulte che avranno voglia di andare a letto insieme subito prima dovranno, tramite una app del loro smartphone, firmare un documento nel quale le pratiche che accettano e che rifiutano saranno debitamente specificate.

Tutto ciò premesso, per avvisare Catherine Deneuve e le altre novantanove donne che un’app del genere pare esista già.

Il mio jazz nel 2017.

Dopo anni passati a dirci — o, peggio, a sentirci dire — che il jazz non aveva più nulla da dire, ecco che da più parti si parla degli ultimi mesi come di una nuova golden era per il jazz. Chiunque seguisse il jazz sul campo e non per sentito dire — o anche chiunque non si fidasse delle vecchie zie — lo sapeva già; adesso se ne sono accorti anche i critici.

Nel 2017 che si è appena concluso, come già scritto altrove, ho ascoltato meno musica che in passato. Ma, per compensare, ho ascoltato molto più jazz di quanto mi fosse capitato negli ultimi due o tre anni. Vecchie e nuove uscite. Devo dire che le cose più interessanti le ho sentite proprio in questo campo, tanto che se dovessi applicarmi nell’esercizio della classifica dei miei dischi preferiti del 2017, alle prime posizioni indicherei solo album che abbiano a che fare con il jazz. Non aggiungerei «con il jazz in senso lato», perché a quel punto cadrei nell’errore di assecondare chi afferma, o ha affermato, che il jazz fosse un genere morto e sepolto, incapace di esprimere più alcuna evoluzione e che le ultime cose decenti si sono ascoltate con la svolta rock di Miles Davis.

Perché qui stava proprio il problema di chi dichiarava il jazz morto. Ad essere morta, piuttosto, era la voglia di questi ascoltatori di ricercare, di scavare nelle nuove evoluzioni di un jazz che nel frattempo si era fatto talvolta obliquo, talvolta scarno, talvolta invece fin troppo pieno e orchestrato; talvolta, addirittura, aveva flirtato con l’hip hop, mutuandone lo swing che a sua volta aveva prestato. Non parlo solo di Kamasi Washington, di Flying Lotus, di Thundercat: gente che è stata in grado di (ri)portare il jazz alle masse di pubblico che mai si sarebbe approcciato a questo genere musicale. Parlo soprattutto di quei movimenti jazz che sono stati lontani dai riflettori e che, proprio per questo, si sono mostrati più abili ad esprimere qualcosa di realmente nuovo e fresco.

Detto questo, se dovessi ripercorrere il mio 2017 in musica, non riuscirei a prescindere da questi quattro titoli: Fly or die di Jaimie Branch,  Irreversible Entanglements dell’omonimo gruppo, Far from over del Vijay Iyer Sextet e La saboteuse di Yazz Ahmad.

Quattro dischi profondamente diversi l’uno dall’altro, eppure tutti e quattro in grado non tanto di tracciare delle traiettorie per il jazz di domani (uno dei problemi, infatti, è quello della perenne scoperta di un nuovo Ornette Coleman, quando basterebbe smetterla con l’ansia di cercarlo ogni volta), quanto di fotografare la grandezza del jazz di oggi.