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La scomparsa delle recensioni negative ai dischi

Metacritic è un aggregatore di recensioni che, per ciascun disco, o film, o serie tv o videogioco, calcola il punteggio medio tra quelli assegnati dalle testate monitorate (e sono presenti le principali testate di riferimento per ciascun settore) e assegna un semaforo: verde quando le recensioni sono mediamente favorevoli, gialle quando sono nella media (su una scala da 0 a 100 Metacritic considera mediocre anche un punteggio medio di 40) e rosse quando le recensioni sono sfavorevoli.

La «scala» di giudizi di Metacritic

Un lungo articolo di Neil Shah sul Wall Street Journal si chiede che fine hanno fatto le recensioni negative ai dischi. Su 7.287 dischi le cui recensioni sono state aggregate da Metacritic tra il 2012 e il 2016, il WSJ ha calcolato che soltanto 6 album hanno ottenuto un semaforo rosso; mentre nel 2017, fino ad oggi, nessuno dei 787 dischi che compaiono su Metacritic ha avuto delle recensioni mediamente negative (per fare un paragone, l’articolo spiega che nello stesso intervallo di tempo 39 film su 380 hanno raggiunto recensioni mediamente negative).

Secondo Shah i motivi per cui le recensioni negative dei dischi stanno scomparendo sono molteplici. In primo luogo c’è che la rete ha moltiplicato i siti di recensioni, diminuendo le testate dove la critica viene svolta in maniera professionale. Ciò ha portato ad una nuova dinamica tra artisti e critici, dove i primi dipendono meno dai secondi e questi hanno la tenenza a dimostrarsi più benevoli nei confronti degli artisti. Le recensioni solitamente tendono ad allinearsi (in positivo) sui grandi nomi, tralasciando i nomi più sconosciuti — e dunque il rischio di esprimere critiche negative — mentre la scarsità di critici e i tagli alle testate fanno sì che si tenda a scrivere solo dei dischi il cui giudizio è tendenzialmente favorevole, tralasciando i dischi brutti.

C’è poi la tendenza ad appassionarsi immotivatamente per i soliti grandi nomi. Lo pensa ad esempio il critico di Vice/Noisey Joseph Schafer che, interpellato da Shah, fa l’esempio di A moon shaped pool dei Radiohead, «Il primo disco della band in cinque anni che era composto per metà da b-sides e per metà da canzoni noiose. Un disco pigro: perché nessuno ha osato dirlo?» (Schafer specifica di non aver recensito il disco, che attualmente su Metacritic ha un punteggio medio di 88, calcolato su 43 recensioni di cui 40 favorevoli e solo 3 da semaforo giallo).

C’entra poi anche la crisi generale della critica, qualcosa che secondo Amanda Petrusich del New Yorker interessa sempre più a pochi e perciò la cultura generale ormai considera di poca importanza. A questo si aggiunga che che YouTube e i servizi di streaming permettono a chiunque di farsi un’idea di un disco senza che la recensione funzioni da mediatore e da filtro tra l’artista e l’acquirente. Artisti che, uscendo improvvisamente sul mercato (digitale) senza annunci e senza campagne stampa (si veda Kendrick Lamar con il suo ultimo DAMN.) fanno sì che il recensore svolga il suo compito in fretta, in un mercato dai tempi rapidissimi (se la concorrenza è uscita con la recensione per prima si perdono click), tenendo quindi a non approfondire il prodotto e ad allinearsi alla vulgata.

C’è poi un’ultima questione che secondo l’analisi di Neil Shah ha fatto diminuire nel tempo il numero di recensioni negative — che pure esistono, si veda Pitchfork e il 5.6 assegnato a Everything now degli Arcade Fire. È il fattore web. Se una volta, infatti, c’era la rubrica della posta che permetteva al lettore (cioè, al fan) di lamentarsi di una recensione apparsa su una rivista specializzata (e del recensore che l’aveva scritta), oggi il tutto è ad un tiro di tweet. Sia per il fan che per l’artista stesso. Scrive Shah:

Il rischio di essere messi alla berlina sui social media dissuade i critici dallo scrivere recensioni negative. Se una volta le discussioni tra i critici e gli artisti contrariati da una recensione erano private, ora sono pubbliche, con le pop star che riprendono pubblicamente i critici su Twitter. E gli stessi fan possono attaccare i critici, senza che ci sia bisogno dell’incitamento di un artista. E così alcuni critici hanno affermato che, quando si è pagati 75 dollari per una recensione veloce c’è la tentazione di evitare di essere poi oggetto di rabbia su internet per un’intera settimana.

(Mentre scrivevo questo post stavo ascoltando Terminal, l’ultimo lavoro della band di culto finlandese Circle. Su Metacritic la voce non è presente).


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