in musica

Il progressivo morto.

Kelefa Sanneh è un critico musicale che da qualche anno discetta (anche) di pop music sul New Yorker. Sul numero del 19 giugno del settimanale americano è uscito un suo pezzo sul progressive rock, intitolato The persistence of Prog Rock. L’articolo non contiene nulla di nuovo, ma grazie ad esso forse qualche radical chic con affaccio sulla Quinta ha avuto modo di scoprire chi era Keith Emerson, che Peter Gabriel e Phil Collins prima stavano insieme in un gruppo chiamato Genesis o che gli Yes avevano avuto una vita prima di “Owner of a lonely heart”. Da queste parti l’unica notizia succosa è stato leggere che nel 1973 la Columbia aveva pubblicato negli Stati Uniti una compilation, intitolata The progressives, con lo scopo più o meno deliberato di sfruttare il suo vasto catalogo jazz & dintorni per venderlo a chi nel frattempo si era invaghito di quei suoni provenienti dall’Inghilterra (gli unici nomi generalmente intesi come progressive che vi apparivano erano i Gentle Giant e i Matching Mole di Robert Wyatt: gruppi lontani anni luce dalle baracconate di Genesis e Emerson Lake & Palmer).

Questo per quanto riguarda le notizie. Poi Sanneh prosegue nell’analisi mettendo in evidenza una questione interessante, che sembrerebbe persino banale se non fosse che in pochi l’hanno capita e in pochissimi hanno avuto il coraggio di legarla al progressive rock. Sanneh ricorda di come, almeno fino a quindici o vent’anni fa, c’erano gruppi che, pur non suonando il progressive rock degli Yes (per quello, e purtroppo, c’erano ancora gli originali), avevano bene inteso il senso del termine «progressive». I Tool, ad esempio; oppure, nel metal estremo — un genere che si è molto abbeverato dalla fonte del prog-rock — i Meshuggah. Conclude Sanneh che il progressive è un genere che non scomparirà mai e non solo per la nicchia del cosiddetto «retro-prog» (una contraddizione in termini, una proiezione verso il passato anziché rivolta al futuro), ma perché «ci saranno sempre dei musicisti [e dei fans] che vogliono confrontarsi con brani lunghi, strutture complesse e liriche fantasy». Osa l’inosabile Sanneh e non si limita a citare Ok computer dei Radiohead come esempio di disco «profondamente prog», ma arriva persino a individuare tracce di progressive nel lavoro di artisti come Joanna Newsom o in brani come “Pyramids” di Frank Ocean.

https://youtu.be/5onaWSflUQ0

Il rischio scomparsa cui mette in guarda Sanneh è invece nella conclusione del suo lungo articolo. Ciò che rischia di sparire è «l’ideologia del progresso nella musica pop: la sensazione ottimistica che la musica si stesse evolvendo e trasformando», poiché oggi appare sempre più evidente che «la storia della musica rock non è lineare ma ciclica. Non c’è alcune grande evoluzione, ma solo un infinito processo di riscoperta e riappropriazione, con differenti stili musicali che tornano di moda e poi spariscono dalla circolazione» e dove «molti di noi non credono più nell’idea di progresso musicale».

Per Sanneh tutto questo è un motivo in più per continuare a godere della musica di chi in questo tipo di progresso ci credeva, fossero i Pink Floyd o i Tool. Dal mio punto di vista rimane una considerazione valida, ma preferisco impiegare del tempo a scoprire qualcosa che esca dal ciclo infinito del recupero — o recuperare qualcosa che nel mio ciclo non ci è mai entrato — anziché rimettere sul piatto Selling England by the pound.