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L’impronta del pensatore.

Roberto Calasso sul Corriere della Sera del 5 gennaio firma un bel commento che, per toni e presa di posizione, si allontana di molto dall’ipocrisia e dal politicamente corretto tipico della grande stampa italiana, sempre piuttosto pavida nel pubblicare posizioni nette e finanche perentorie.

Calasso esordisce criticando la scelta, operata soprattutto dalla stampa mainstream, di censurare le parole e le rivendicazioni dell’Isis. Tante volte, infatti, leggiamo che i comunicati del sedicente Stato Islamico sono «deliranti», ma mai è riportato il reale contenuto del delirio. La questione, spiega Calasso, è che in quei deliri è ben spiegata la volontà, insita nel terrorismo di matrice islamica, di voler annientare l’Occidente intero, in quanto genericamente «infedele». Bisogna però intendersi sul significato del termine: perché sappiamo che l’Occidente, pur professandosi in larga parte di cultura e tradizione cattolica, non è interamente cristiano, ma piuttosto – spiega Calasso — «in gran parte secolare, privo di affiliazione religios[a]». Dunque, pagano:

Tutti i fieri laici occidentali, convinti di essersi liberati di ogni impaccio religioso, ora dovranno rassegnarsi a riconoscere di essere soltanto dei vecchi pagani. Perciò passibili di essere colpiti non meno dei cristiani, nella nuova guerra di religione.

Parte da qui Calasso per sferrare due duri attacchi. Non solo alla pavidità dei governi occidentali, ma anche al comportamento della Chiesa e, in particolar modo del Papa. Un comportamento non giudicato con argomentazioni polemiche nei confronti della religione cattolica, né della sua Chiesa e neppure del suo capo. Calasso muove una critica molto comprensibile — anche molto citata persino da alcuni cattolici: il Papa dispone solo della parola, certo, ma è una parola «potente» e di peso, spesso usata non come dovrebbe:

Davanti a una persecuzione in atto di cristiani in quanto cristiani, che va da larghe zone dell’Africa all’intero Medio Oriente, non basta che il Papa si dichiari «vicino» a chi soffre. Ci si aspetterebbe che nominasse chi fa soffrire. Così come, durante la Seconda guerra mondiale, non si poteva dire di essere «vicini» agli Ebrei perseguitati senza dire che erano i nazisti a perseguitarli. Spetta a ogni Papa proteggere tutti i cristiani, anche i venticinque copti che sono stati uccisi mentre assistevano alla Messa al Cairo. Certo, il Papa dispone solo della parola, ma è una parola potente. E allora il Papa non potrebbe evitare la parola proibita: «islamico». E non potrebbe neppure più rifugiarsi nella deprecazione del «Dio denaro». Certamente l’Isis e Al Qaida non sono una questione di poveri incattiviti che si rivoltano contro ricchi sopraffattori occidentali.

Cosa dovrebbe dunque fare la Chiesa, secondo Calasso? Qui lo scrittore ed editore prova l’azzardo, evidentemente provocatorio, e suggerisce di «rispondere combattendo a una guerra dichiarata». Ma, soprattutto, di iniziare a chiamare la cose con il loro nome:

studiare il nemico, non temere di osservare le sue parole e i suoi argomenti, in tutti i dettagli. E non parlare più di un «sedicente» Stato Islamico, così come anni fa si parlava delle «sedicenti» Brigate rosse, facendo intendere che dietro c’era qualcos’altro. Il punto più duro da capire è appunto questo: ciò che i terroristi dicono di essere. Che cosa essi poi siano, lo mostrano i fatti.

Non si tratta di condividere o sposare in toto le posizioni di Calasso, e nemmeno le sue posizioni qui particolarmente espresse. Si tratta di plaudire, finalmente, ad una presa di posizione forte da parte del più importante quotidiano italiano. Una posizione demandata ad una firma di prestigio, certamente non accusabile di appartenere a settori radicalmente conservatori o anche solo lontanamente tacciabili di razzismo, neppure soltanto ideologico. Ma una posizione finalmente chiara, netta ed espressa con toni e contenuti tanto accettabili da poter dar vita ad un dialogo serio ed appassionato. Staremo a vedere.


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