Archivio mensile:Dicembre 2016

Il buono, il buonismo.

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Il problema non sono mica i negozi della Città del Sole, che sono pure graziosi e fanno molto centro storico. Il problema è la filosofia che sta dietro – e dietro altri innumerevoli marchi e tic comportamentali cui quelle ormai largamente definibili come «anime belle» ci stanno abituando. La filosofia non del «buono», ma del «buonismo»; non del «giusto», ma del «corretto»; non dell’«etica», ma della «morale».

Racchiude tutto, e denuncia meglio di chiunque altro, Arianna Giorgia Bonazzi, in un articolo apparso qualche settimana fa su Rivista Studio. Sarebbe, appunto, una fenomenologia della Città del Sole, ma si mira ad altro. Io, nel frattempo, continuerò a mettere mano alla fondina ogni volta che sentirò dire «grassi saturi».

Ora, secondo me è giustissimo che io, dopo aver svaligiato qualche chilo di legno e cartone per i nipoti, debba farmi un altro chilometro per andare altrove a comprare quello che i miei figli desiderano davvero trovare sotto l’albero: non pretendo di trovarlo in quel tempio, ci mancherebbe. Il problema semmai sono i clienti totalitaristi, quelli che trasformano i regali Città del Sole in costrizioni a fare cose giuste, solo cose giuste, in un perentorio “bevi il centrifugato di cetriolo”, senza guardare le patatine, perché nella Città del Sole si mangiava solo minestra.

Sono quelli a cui non basta andare in bici, devono appuntarsi la spillina “sono per la mobilità sostenibile”, persone convinte che una serie di comportamenti estetici (no tablet, sì pianoforte), sanitari (no farmaci, sì omeopatia) e salutisti (no zuccheri, sì frutta) possano sostituirsi comodamente all’intero apparato etico di un individuo: persone che, incapaci forse di altro genere d’empatia, vorrebbero passare per buoni e simpatici semplicemente perché non mangiano insaccati, non danno le caramelle ai figli, e non li portano al cinema in 3D. Quelli che si presentano dicendo “Io sono per il cibo sano” e “da me solo giochi intelligenti.” Ma chi, mi viene da rispondere, è per i grassi saturi e i giocattoli stupidi?

I più letti del 2016

Foto via Flickr

L’unico bilancio di fine anno è quello che soddisfa la parte di ego che, di tanto in tanto, ti fa consultare i dati di navigazione di questo sito. Per cui, ecco di seguito i 10 post più letti nel corso del 2016. E nemmeno tutti sono stati pubblicati nel 2016.

1. Sartretizzarsi, l’originale. Dove si racconta di quella volta che Jean Paul Sartre rifiutò il Premio Nobel. Dev’essere stata la fortunata coincidenza con l’altro gran rifiuto, per lo meno a presenziare alla cerimonia, operato quest’anno da Bob Dylan. O forse c’entra (anche) il fatto che il post in questione è citato (almeno lo era fino ad una settimana fa) come fonte all’interno di una nota enciclopedia online.

2. La musica dub, spiegata. Una vecchia recensione di un saggio di Richard Skinner sul significato della musica dub, troppo spesso confusa (a torto) come una variante del reggae, quando invece rappresenta una vera e propria ‘intenzione’ musicale. Un po’ come lo swing. Della recensione è apparsa anche una traduzione in inglese, che però (stranamente) sembra avere meno successo della versione originale.

3. Forse è gia mattino e non lo so. La storia, che mi trascino dietro dal 2006, di Diana Est, brevissima eppure intensa meteora italo disco. Un pezzo che inspiegabilmente vanta un discreto successo, così come meno inspiegabilmente è stato più o meno plagiato qua e là su altri sitarelli che non vale nemmeno la pena linkare.

4. La musica del mondo. Ai tempi delle nomination ai Grammy del 2014, quelli di Twitter fecero una mappa dei generi musicali utilizzando la geolocalizzazione dei tweet. Ne venne fuori una di quelle cose curiose, delle quali è piena l’Internet. Forse andrebbe aggiornata, chissà.

5. Il carro dei vincitori è sempre pieno. Un sempreverde, in Italia, dove la gente ha sete di conoscere il significato del termine «bandwagoning». In questo post riprendevo un’ottima spiegazione che ne diede Angelo Panebianco sulle pagine del Corriere della Sera. Nota di colore: le visite a questo post sono notevolmente aumentate nelle ultime settimane, e cioè da quando Renzi ha perso il referendum del 4 dicembre ed è incominciata una specie di doppia gara: scendere dal carro di Renzi ovvero salire su quello di Gentiloni.

6. Godere e rosicare. Un pezzo nel quale si spiega il significato di due termini: «schadenfreude» e il suo contrario gluckschmerz». Del primo sono noti moltissimi usi (persino nei Simpson), mentre il secondo sembra avere notevolmente meno riscontro.

7. Cosa fanno i copy editor? Si parte dal libro della decana dei copy editor, Confession of a comma queen di Mary Norris del New Yorker per capire che razza di lavoro sia il copy editor e perché, in così tanti, lo vogliate fare.

8. L’album di famiglia di Rossana Rossanda. Rossanda nel marzo del 1978 scrisse per il manifestoun celebre articolo, intitolato “Il discorso sulla Dc”, nel quale per la prima volta a sinistra si ragionava sul terrorismo di matrice brigatista includendolo all’interno del proprio album di famiglia (un’altra espressione che, da allora, è diventata celebre).

9. Sulle ristampe in vinile di vecchi dischi, talvolta percepiti come le uniche vere novità in ambito musicale. Insomma, ci sono persone che «è la quinta volta che acquistano Led Zeppelin IV» ma noi corriamo il rischio di non capire più quale sarà la forma della musica che verrà.

10. Quella volta che Gianfranco Funari diresse il quotidiano L’Indipendente. Un altro grande classico, forse l’unico vero “longform” (per usare delle categorie internettiane che ci stanno un po’ strette) che si trova da queste parti. Invero, da una ricerca in rete, è anche l’unico articolo che racconta quella incredibile storia, che si sviluppò a cavallo tra l’estate del 1994, quando l’Italia rischiò pure di vincere i Mondiali di Calcio.

La cultura e la marmellata.

La prima cosa con cui Marina Valensise si scontrò nel 2012, quando fu chiamata a dirigere l’Istituto di Cultura Italiana a Parigi, fu la stampa. Accusata dal vento anti-casta di essere stata favorita dalla solita, eccessiva, discrezionalità del Ministro di turno (tracce dell’accusa e della contro replica sono ancora disponibili, per gli amanti del genere), Valensise sapeva che avrebbe dovuto dare un’ulteriore, non necessaria ma a quel punto caparbiamente voluta, prova di meritare quel ruolo. L’avventura alla guida dell’Istituto parigino, durata fino al 2016, è raccontata in questo bel libretto  La cultura è come la marmellata, appena dato alle stampe per i tipi di Marsilio nella collana «i Nodi».

«La marmellata è come la cultura: meno ne hai e più la spalmi», motto del maggio Sessantottino francese apparso sui muri della Sorbona, per Valensise bene incarna uno dei mille paradossi italiani: siamo uno dei paesi più culturalmente ricchi ma, nonostante tutto, non siamo capaci di valorizzare questo patrimonio e ci facciamo bagnare il naso da chi, al contrario, pur avendo meno ottiene molto più di noi.

Una grande sfida, che l’autrice racconta di aver affrontato partendo dalla definizione di «valorizzazione partecipata» del giurista Giuseppe Severini, che vede un rapporto di collaborazione e integrazione tra il pubblico e il privato, che coinvolge da un lato le pubbliche istituzioni e dall’altro le imprese, gli artigiani, le cooperative e il loro – legittimo – profitto (anch’esso considerato «di interesse nazionale», finalmente senza alcun tipo di tabù) per la promozione della cultura e la valorizzazione del patrimonio. Uno scambio alla pari di beni che ciascuno non possiede: lo Stato offre al privato il prestigio di una sede istituzionale e, con ciò, la legittimazione culturale; di contro, l’impresa dà allo Stato una strategia industriale e un prodotto di qualità.

Una mission che Marina Valensise si è data fin dal suo arrivo a Parigi quando, varcando il cancello dell’Hôtel del Gallifet, sede dell’Istituto, si è trovata ad affrontare il problema di dover rinfrescare, per usare un eufemismo, quelle stanze da troppo tempo disabituate a risplendere e a ospitare ciò per cui erano destinate. Così è partita dall’idea di utilizzare la cucina italiana come volano per la promozione del nostro paese – e quindi di tutto l’indotto che gira intorno: dagli arredi per cucina agli elettrodomestici – incontrando anche qualche resistenza iniziale dovuta ad eccessivi personalismi di quello che viene definito «il Ciellini della cucina italiana», fino ad arrivare a coinvolgere via via altre eccellenze italiane: dai tessuti di Fortuny ai pianoforti di Fazioli, passando per le residenze d’artista curate da esperti in varie discipline (sempre garantendo i criteri di imparzialità e rappresentatività, cui una pubblica amministrazione non deve mai derogare) e gli incontri con gli chef stellati.

Il racconto di Valensise è però anche il racconto di come la burocrazia italiana metta del suo nel complicare la promozione della cultura e la valorizzazione del territorio. Con impiegati svogliati, resistenti ai cambiamenti, che necessitano di motivazione e coinvolgimento. Qualcosa che, purtroppo, non è quasi mai un falso luogo comune, ma una triste realtà. Capacità del manager è quella di saper ricavare il meglio da ciò che ha a disposizione, anche quando non è di prima scelta. E in questo Valensise – che pubblica in appendice l’elenco di tutte le personalità che in quattro anni hanno presenziato all’Istituto – dimostra ampiamente di essere riuscita a vincere la sfida.

C’è molto da imparare, in questo libro che per la natura della sua scrittura (Valensise è anche giornalista) è rivolto non solo agli addetti ai lavori e agli appassionati, ma anche ai semplici curiosi poco avvezzi alle questioni politico-burocratiche. Ad un certo punto, leggendo il racconto, ci si imbatte anche in una delle migliori definizioni di «cultura italiana», declinata secondo la già citata valorizzazione partecipata:

La cultura italiana è una lampadina accesa nella testa di ogni italiano, fabbro o regista, poeta o ingegnere, falegname o compositore, di cui spesso non siamo neanche consapevoli, ma che permette di trovare soluzioni nuove, semplici, eleganti per problemi complessi. È il nostro dna, il nostro ingegno, il nostro orgoglio nazionale, che merita solo di essere riconosciuto e difeso.

Ritratto di neo premier

Da un ritratto del neo Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, redatto un paio di anni fa per Il Foglio da Nicoletta Tiliacos:

Fedele, dunque. Perfino al vecchio barbiere di fronte al palazzo romano di piazza san Bernardo, dove vivono ancora molti Gentiloni Silverj, dove Paolo ha sempre vissuto e dove abita tuttora con la moglie Emanuela Mauro, architetto, sposata nel 1988. All’epoca in cui era direttore del mensile di Legambiente, dal 1984 al 1992, le sue colleghe in redazione (tutte donne, tanto che l’amico etologo Enrico Alleva lo chiamava “Mister Y”, nel senso dell’unico cromosoma maschile perso tra molte “XX”) lo vedevano arrivare ogni tanto con la folta capigliatura (che conserva, elegantemente ingrigita) martoriata da feroci e apparentemente casuali colpi di cesoie. Lui, alle puntuali rimostranze delle amiche che gli consigliavano di cambiare parrucchiere, diceva che andava da quel barbiere da quando era piccolo e non se la sentiva di tradirlo. Per il resto, comunque, nel variegato e sciamannatissimo panorama del movimento verde, ecologista e pacifista italiano, che Gentiloni ha frequentato a lungo, si distingueva per sobrietà, eleganza tradizionale senza affettazione, uso di mondo e, ancora una volta, grande flemma. Alcune sue colleghe lo ricordano in un tempestoso pomeriggio passato in fotocomposizione, quando si doveva chiudere il numero del mensile. Tempestoso in senso stretto, perché una pioggia senza tregua aveva fatto saltare i tombini e il capannone dove era ospitata la tipografia, a Ponte Marconi, sulle rive del Tevere, nel giro di pochi minuti si era tragicamente allagato. Gentiloni, senza scomporsi, sigaretta all’angolo della bocca (poi ha smesso) e pantaloni già rimboccati al polpaccio, continuava a controllare le ultime correzioni, prima di essere portato via, quasi di peso, dai tipografi.

Necrologi.

Scrive il Miami Herald in uno dei più belli obituaries apparsi dopo la morte di Fidel Castro:

Pochi i leader di nazioni ad aver ispirato una fedeltà così intensa – o un così straziante sentimento di tradimento. Pochi ad aver scaldato i cuori dei giovani irrequieti come ha fatto Castro quando da giovane; e pochi sono sembrati così irrilevanti come lo è stato Castro da vecchio: l’ultimo comunista, aggrappato a quel vuoto e decrepito angolo di mondo che era diventata Cuba sotto il suo dominio.