Archivio mensile:Febbraio 2016

Repress, reprint.

Sto ascoltando un classico del post-punk: How much longer do we tolerate mass murder? del Pop Group. È un disco del 1980, il secondo della loro carriera dopo il formidabile debutto Y. Lo conoscevo da tempo, ma non lo possedevo; ho rimediato ieri pomeriggio, acquistando la lussuosissima ristampa-replica in LP appena pubblicata da Freaks R Us, etichetta di proprietà del leader del gruppo Mark E Smith (l’originale uscì per Rough Trade). Rispetto al disco di debutto, questo lavoro insiste di più su due aspetti che hanno reso il gruppo uno dei migliori esempi di quella musica nata in Inghilterra in seguito al big bang del punk: il lato funk e quello dub, lasciando un po’ in secondo piano il taglio sperimentale e avanguardistico ma in senso lato di Y.

Che senso ha parlare oggi di un disco uscito trentasei anni fa? Nessuno. Come nessun senso ha averlo acquistato oggi. Però l’ho fatto, e qui parte la riflessione.

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Negli anni Ottanta ci si drogava a Berlino.

I New Order lo scorso anno sono tornati con un disco incredibile, Music Complete (Mute), e ‘Singularity’ è il terzo singolo estratto. Il pezzo è un gran pezzo dei New Order, e fa niente se sembri uno dei loro soliti brani. Il video ci restituisce una Berlino che non esiste più: lontana anni luce dal paradiso hipster che sembra essere oggi agli occhi dei giovani – e meno – italiani, e più inferno poetico della decadenza così come iniziò a cantarla Bowie e finirono per celebrarla Nick Cave e Einsturzende Neubauten. Si tratta di spezzoni tratti dal b-movie Lust & Sound in West Berlin 1979-1989.

I libri secondo Umberto Eco

umberto eco libri

Nella concitazione della celebrazione della vita e dell’opera di Umberto Eco, molti sono gli argomenti citati nelle articolesse e nei ricordi dei migliori commentatori della stampa italiana. La lettura dei giornali, questa mattina, portava via almeno il doppio del tempo: al necessario bisognava aggiungere lo spazio supplementare, gustoso, da dedicare agli “in memoria” e “in morte” di Umberto Eco.

Dei tanti argomenti toccati, i libri sono tra i più presenti. Libri che, per Eco, erano uno strumento eccezionale non solo della conoscenza e della divulgazione, ma anche del leggere «per il piacere di farlo». Una lettura quasi fine a se stessa, che prescinde dall’argomento e trova il suo essere nell’analisi dettagliata di ciò che l’autore – fosse di un testo, ma anche di un articolo – intendesse dire con la sequenza delle parole e dei segni di interpunzione adoperati.

Tra i tanti libri citati, uno ha fatto scuola: Come si fa una tesi di laurea, pubblicato per la prima volta da Bompiani nel 1977. Corrado Augias lo ha definito, su Repubblica, un «esempio clamoroso di come Eco riuscisse a trasformare un argomento plumbeo in una scintillante, ironica, rassegna dove accurate istruzioni per l’uso si mescolano i più appropriati esempi, sillogismi, metafore». Dello stesso avviso Giorgio Dell’Arti, che a Eco ha dedicato tutto il suo “Fatto del giorno” sulla Gazzetta dello Sport e che, parlando di Come si fa una tesi di laurea («il suo capolavoro»), l’ha descritto come «uno straordinario corso accelerato per chiunque voglia scrivere qualcosa su un tema preciso e in un tempo dato». Tono simile a quello usato da Arnaldo Massarenti sulla prima pagina del Domenicale del Sole 24 Ore, che ha parlato di questo libro come di un testo «pieno di arguzia e di umorismo, di letteratura e di filosofia, ma soprattutto di istruzioni per l’uso».

Ma cosa ha scritto Eco sui libri nel suo Come si fa una tesi di laurea? I libri, in quel caso, hanno occupato una parte consistente del saggio. I libri, del resto, erano considerati la «fonte primaria» alle quali uno studente deve attingere per preparare tutto il materiale di cui ha bisogno e intorno al quale sviluppare la sua tesi. Essendo in quello specifico caso il libro un materiale, Eco non lesinava affatto sul suo impiego attivo. Per prima cosa, il libro va annotato:

se il libro non è vostro e non ha valore di antiquariato non esitate ad annotarlo. Non credete a coloro che dicono che i libri vanno rispettati. I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare. Anche se lo rivenderete ad una bancarella vi daranno solo due soldi, tanto vale lasciarvi i segni del vostro possesso.

E poi va sottolineato, perché

la sottolineatura personalizza il libro. Segna le tracce del vostro interesse. Vi permette di ritornare a quel libro anche dopo molto tempo ritrovando a colpo d’occhio quello che vi aveva interessato. Ma bisogna sottolineare con criterio. Ci sono coloro che sottolineano tutto. È come non sottolineare nulla. D’altra parte può darsi che in una stessa pagina vi siano informazioni che vi interessano a diversi livelli. In quel caso si tratta di differenziare le sottolineature. Usate i colori, pennarelli a punta fine.

Stando bene attenti a quelle volte, però, in cui non si deve sottolineare: «Quando il libro non è vostro, naturalmente, o se si tratta di una edizione rara di gran valore commerciale». In questo caso possono venire d’aiuto le fotocopie, con qualche avvertenza:

le fotocopie sono uno strumento indispensabile […] Ma sovente le fotocopie agiscono da alibi. Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l’azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l’impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. Una sorta di vertigine dell’accumulo, un neocapitalismo dell’informazione. Difendetevi dalla fotocopia: appena avutala, leggetela e annotatela subito. Se proprio non siete spinti dalla fretta non fotocopiate qualcosa di nuovo prima di avere posseduto (e cioè letto e annotato) la fotocopia precedente. Ci sono molte cose che io non so perché ho potuto fotocopiare un certo testo: così mi sono calmano come se lo avessi letto.

Non stupiscono affatto questi consigli di Eco su come si devono maneggiare i libri. Sul Domenicale del Sole 24 Ore è stata pubblicata una specie di autobiografia inedita di Eco, che lo studioso aveva scritto avendo come interlocutore il noto editore Franco Maria Ricci. Vi si legge, in conclusione: «Io i libri, anche costosi, li segno a biro e li mangio come il Veggente di Patmo, dolci o amari che siano».

Un mondo di coglioni, per meglio prepararsi alla morte.

Umberto Eco non mi è mai piaciuto molto, problema mio. In queste ore successive alla sua morte, come sempre accade quando a mancare è qualcuno che ha lasciato il segno, stanno girando in rete molte delle cose da lui scritte nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera di filosofo, studioso della lingua, massmediologo, semiotico e – da ultimo, seppur non in ordine cronologico e con tutte le avvertenze del caso – romanziere. Tra le tante, mi sono imbattuto in questo articolo pubblicato nel 1997 sull’Espresso. Eco immagina, da Maestro, di rispondere ad un immaginario discepolo chiamato Critone, il quale gli aveva domandato il segreto per prepararsi serenamente alla morte. Se anche nella scelta delle situazioni e dei nomi di fantasia Eco era solito collocarsi più o meno all’altezza di Dio, l’articolo che ne esce è una delle cose più belle mai lette sull’argomento.

Cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?

Certo non è facile cimentarsi in questo,

Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

 

Segni della vecchiaia.

Se c’è un gruppo nella storia della musica pop che non ho mai sopportato, quel gruppo sono i Genesis. Si badi bene: ho scritto «pop» di proposito. I primi Genesis, quelli progressive e che pare impossibile ignorare pena l’essere tacciati di appartenere ad un mondo inferiore rispetto a quello popolato dai detentori unici della verità – quei Genesis nemmeno li considero. Strana nemesi, comunque: perché Peter Gabriel da solista ha prodotto grandi cose almeno fino a quando non si è inceppato nella ripetizione di un paradigma nei confronti del quale ha perso ogni ispirazione (e cioè fino ad una quindicina di anni fa, diciamo).

Non ho mai sopportato i Genesis, né Phil Collins da solista. Per quanto ci fosse una differenza, tra le altre cose: credo che da un certo punto in poi sia pressoché difficile distinguere non tanto la produzione del Collins solista da quella del gruppo che comandava, quanto i motivi che lo spingevano di volta in volta a proporsi in una veste anziché in quell’altra – al netto della presenza di Rutherford e Banks, certo.

Però a volte ci si accorge che ci sono segni della vecchiaia che avanza, qualcuno direbbe forse della saggezza; o, semplicemente, del dare il giusto peso alle cose e smetterla almeno per un attimo di rincorrere a tutti i costi il nuovo, lo strano, quella musica che senti più tua solo perché gli altri devono ancora scoprirla. L’elitismo, se vogliamo scomodare un termine. Se un segno di tutto questo esiste o se vogliamo comunque indicarne uno: quel segno sono io, in questo momento, seduto davanti al computer mentre sistemo dei documenti e ascolto in cuffia Invisible Touch (intendo tutto il disco, non solo l’omonimo singolo già sdoganato tra i miei guilty pleasures). Un disco godibilissimo, oh.

 

 

Don Chisciotte, oggi.

don chisciotte

In un bell’articolo pubblicato nella sezione culturale di Repubblica [07.02.2016 p. 40], il giornalista e scrittore Gabriele Romagnoli analizza la figura di Don Chisciotte, l’(anti)eroe del romanzo di Miguel Cervantes, nei giorni nostri. Nella penna di Romagnoli, il Don Chisciotte moderno

è vivo e lotta insieme a noi, o contro di noi. Lo incontriamo ogni giorno: nei tg che parlano di politica, nelle cronache sportive, in tribunale, in chiesa e, inevitabilmente, allo specchio. È quello lancia in resta, ogni giorno una nuova battaglia da perdere. Sa definirsi solo attraverso gli avversari, ammassandone quantità e qualità con lussuria da combattimento. Trasforma il quotidiano in epica. Si crogiola nell’impossibile e ambisce, più di ogni altra cosa, alla sconfitta, nella cui nobiltà si riconosce e, seppur per poco, si riposa. Cavalca al confine tra visionarietà (prodromo di grandezza) e illusione (sintomo di miseria). Trascina con sé nel fango (che proclama dorato) uno scudiero, anche più. Questo gli si mette appresso per fede, ci resta per pietà e, infine, perché non gli resta altra vita che all’ombra di quel sole spento.

Tanti gli esempi di moderni Don Chisciotte che Romagnoli cita nel suo articolo. Ci sono i politici, come Marco Pannella che «protesta, digiuna, s’imbavaglia […] Mai che acconsenta o riconosca» e che finisce per divorare i suoi scudieri «uno a uno, disconoscendoli, trasformandoli in nemici, attaccandoli, in attesa del duello finale con la propria ombra ». O come suo «fratello americano», l’otto volte candidato alla presidenza degli Stati Uniti Ralph Nader, che «si candidava per perdere e far perdere. Mister due percento felice e contento». Non mancano nemmeno gli esempi sportivi, come l’allenatore Zdenek Zeman, teorico (e pratico) di uno «schema di gioco splendente e perdente», finalizzato ad un risultato di 5 a 4 «in favore o a sfavore, senza distinguere» e quelli giudiziari, come il magistrato torinese Raffaele Guariniello con le sue inchieste «finite con archiviazione, prescrizione o trasferimento del fascicolo, ma lui non si è mai arreso: era già sul prossimo caso, su una nuova prima pagina». E sarebbe stato bello, a questo punto, leggere anche qualcosa sul linguaggio e i metodi di comunicazione solitamente adoperati da questi eroi.

C’è infine anche qualche caso di Don Chisciotte vincente. Erin Brocovich, ad esempio, che riesce a muovere – e vincere – una causa miliardaria contro una multinazionale che inquinava le acque (e che fu portato alla gloria impersonato da Julia Roberts nell’omonimo film); o addirittura Papa Francesco, che nelle parole di Romagnoli vuole «cambiare la chiesa di Roma, moralizzare chi parla in suo nome e per conto, diffondere nel mondo, addirittura, la misericordia». Ma qui forse Romagnoli si è fatto prendere un po’ la mano.

Je suis accente circonflexe

L’Académie Française è l’ente che decide le cose riguardanti la lingua francese. Nel 1990 – ventisei anni fa – stabilì una specie di riforma degli accenti circonflessi, cioè quei simbolini (ˆ) che si trovano sopra le vocali e che talvolta — ma come spiega bene Wikipedia in passato e in alcune zone d’Italia molto più spesso di oggi — troviamo anche nella lingua italiana. È il caso, ad esempio, di quei rari giornali o di quelle case editrici che tra le norme di redazione si sono date la pena di distinguere il plurale di «principio» da quello di «principe», indicandolo come «principî».

Oggi, a distanza di ventisei anni, la riforma sta per essere attuata: l’accento circonflesso sparirà da una serie di vocaboli, in un tentativo di svecchiamento e semplificazione. Ma in Francia non la stanno prendendo affatto bene.

I tempi all’imperfetto.

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Cronaca di provincia, presa direttamente da un verbale dei Carabinieri e pubblicata su un giornale – oppure: sul come si dovrebbe scrivere un articolo di cronaca nera. L’articolo non è firmato, e il dubbio ci rimarrà per sempre.

Copio-incollo dal sito web della Provincia di Crema:

PANDINO – Verso le ore 19 di giovedì 4 febbraio, nella frazione di Nosadello, un ignoto malfattore entrava nella farmacia parzialmente travisato da una sciarpa e, impugnando un grosso coltello, minacciava la farmacista urlandogli di consegnare tutto il denaro custodito nel registratore di cassa. La donna, in quel momento sola e spaventata, temendo una reazione violenta del rapinatore, apriva il registratore e consegnava l’incasso della giornata, pari a circa 1.300 euro, in banconote di vario taglio. Il malfattore riponeva il denaro nella tasca del giubbino e scappava via. La fuga non è sfuggita ad un passante che si avvicinava all’ingresso della farmacia e notava che era appena stata consumata una rapina. Immediatamente allertava la centrale operativa dei carabinieri di Crema che raccolta la testimonianza inviava tempestivamente sul posto alcuni equipaggi, fornendo loro una descrizione del soggetto e la direzione di fuga. La pattuglia dei carabinieri di Pandino che si trovava poco distante, subito si poneva alla ricerca del rapinatore lungo la strada che da quella località portava verso Pandino, chiedendo lungo il tragitto, ad alcuni passanti, se avevano notato il rapinatore. Uno di questi, in base alla descrizione ricevuta, forniva una ulteriore importante informazione circa il soggetto che stava scappando con una bicicletta tipo BMX di colore bleu. Tale elemento permetteva di affinare la ricerca del fuggiasco, riuscendo a scorgerne la presenza dopo circa un chilometro nei pressi di un cimitero ed effettivamente stava viaggiando su una bici del genere. Bloccato, veniva riconosciuto dai carabinieri in quanto soggetto già gravato da altri precedenti penali per reati contro il patrimonio. In tasca aveva ancora tutto il denaro asportato, ma non il coltello. L’intervento di altri carabinieri permetteva di rinvenire l’arma (un grosso coltello da cucina) gettato via nel piazzale adiacente alla farmacia, dal rapinatore in fuga. L’uomo, il 37enne A.G. di Pandino, tossicodipendente, veniva arrestato per rapina a mano armata e denunciato per il furto della bicicletta asportata poco prima ad un vicino condomino. La Procura di Cremona, visti i gravissimi indizi di responsabilità emersi a suo carico, disponeva l’immediata traduzione in carcere dell’arrestato. Il denaro e la bicicletta venivano restituiti alle parti offese.