Archivio mensile:Gennaio 2016

Pensierini sui (primi) vent’anni del Foglio (e tanti auguri).

Foglio_prima paginaRicordo ancora la prima volta che lo acquistai. Era un lunedì dei primi mesi del 2004, a Milano faceva freddo. Che fosse lunedì lo ricordo per due motivi: la carta color salmone, e il fatto che l’altro giornale che in quei mesi avevo preso a leggere assiduamente il lunedì non usciva. Vagamente ricordo anche la storia di copertina: una ricostruzione con ritagli di altri giornali a tema class action e, sotto, un editoriale siglato con un disegno; una cosa che non avevo mai visto. Al terzo lunedì di seguito abbandonai l’acquisto dell’altro giornale, e cominciai quindi a comprare Il Foglio anche il martedì, il mercoledì, e così via. Non la domenica: c’era già stato un tentativo di fare un domenicale culturale (poi assorbito nell’inserto del sabato) e, qualche anno più tardi, si farà un altro tentativo di uscire anche la domenica che durerà lo spazio di qualche mese. La domenica ci si riposa, pensavo.

Divenni ben presto un «fogliante», come si chiamano tra loro i membri della comunità di lettori, redattori e collaboratori del quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, che lo ha diretto fino al febbraio dello scorso anno quando ha passato il testimone a Claudio Cerasa. Lo leggevo dalla prima all’ultima riga; anche gli articoli che trattavano di argomenti che non mi interessavano, anche le previsioni del tempo (fin quando le pubblicarono), anche i due colonnini de “La Giornata” (in estrema sintesi, tutto quanto accaduto il giorno prima). Iniziai ad appassionarmi a questa o quella firma, in un periodo in cui gli articoli non firmati erano ancora la maggior parte (una delle cose che, oggi, rimpiango di più). Provai, qualche volta, a mandare timide lettere alla rubrica di pagina quattro – e qualche volta mi riuscì anche di sopravvivere alla sorte del cestino della carta straccia: un trionfo, quando qualche altro fogliante ti chiamava al telefono per congratularsi. Funziona così, nelle cricche più o meno invasate di qualcosa, e come scrisse scherzosamente il compianto Edmondo Berselli nel suo formidabile libro di qualche anno fa Venerati maestri, col Foglio Ferrara aveva «reato un suo partito, di idolatri, di adoratori, di feticisti, di “tennici”, come diceva Benni, che la domenica, quando Il Foglio non esce, soffrono gravi crisi di astinenza e vanno nei pochi bar aperti ad attaccare un bottone su Emma Bonino o sulla pillola abortiva e l’embrione».

Ho molti ricordi legati al Foglio, che ieri ha compiuto vent’anni. Ricordi di lettore di un giornale che in qualche modo ha formato, e continua a formare, la mia coscienza critica e il mio modo di vedere le cose – sempre da più angolazioni, come ricorda il fogliante doc Mattia Feltri («Giuliano ci ha insegnato che le cose non si guardano soltanto da davanti ma di lato, di dietro, da sopra»). E ricordi legati anche a quelle poche esperienze editoriali che vanno oltre questo blog: fu grazie ad un annuncio pubblicato sul Foglio che entrai in contatto con Giorgio Dell’Arti e gli diedi una piccolissima mano ad aggiornare il suo Catalogo dei viventi.

Qualcuno ogni tanto mi dice che avrei dovuto fare l’avvocato, perché quando argomento mi appiglio a questa o a quell’altra cosa in maniera piuttosto convinta e, alla fine, convincente. Una piccola parte di questa caratteristica la devo sicuramente al Foglio, alle sue battaglie, ai suoi argomenti anche quelle rare volte che non sono stati i miei argomenti. Così come devo al Foglio una cura maniacale della forma linguistica: ho in odio la semplificazione e la sciatteria, e cerco di tenermene distante il più possibile non solo quando scrivo, ma anche e soprattuto quando leggo.
Come in tutte le grandi e durature relazioni, anche io ho avuto qualche momento di stanca con questo quotidiano: non sempre mi riusciva di seguirlo sottoscrivendo tutte le battaglie. A volte, su certe questioni, mi sembra(va) fin troppo puntiglioso. Poi si impara a convivere anche con il carattere dell’altro, soprattutto quando in lui vedi molti dei tuoi difetti.

Se oggi difendo strenuamente molti dei temi che mi stanno più cari – e se, allo stesso modo, guardo con occhi critici ma non schifiltosi a tutto ciò che non è nelle mie corde –  lo devo a queste quattro pagine quotidiane. Pagine immuni da ogni conformismo, compreso quello di voler apparire ostentatamente anticonformisti.

Grazie Foglio, e tanti auguri per almeno altri vent’anni di letture appassionate.

No more room for you.

If we look on a global basis, in the west we have probably hit peak stuff. We talk about peak oil. I’d say we’ve hit peak red meat, peak sugar, peak stuff … peak home furnishings.

Lo ha dichiarato il responsabile della sostenibilità di Ikea, Steve Howard.

Ci ritrovavamo a fare rumori.

Ho scoperto un fantastico Tumblr dove sono raccontate le storie dei dischi più bistrattati di tutti i tempi. Quelli che io chiamo «i dischi outsider», ovvero gli album meno apprezzati, i passi falsi, i dischi che sembrano aver deviato maggiormente il percorso nel tempo tracciato dall’artista o dal gruppo.

Un giorno parleremo della mia passione nei confronti di questi dischi. Per il momento, come se inaugurassimo una (lunga) serie, segnalo che tra i miei dischi outsider preferiti c’è NYC Ghosts & Flowers dei Sonic Youth.

Probabilmente col tempo è riuscito a guadagnare qualche punto anche nel cuore di chi l’aveva tanto odiato all’uscita. È il famoso disco che su Pitchfork prese zero (ma in seguito il recensore ha avuto modo di fare pace con Thurston Moore), quello in cui dopo tanto tempo – e complice un furto di strumenti avvenuto prima di iniziare la lavorazione – i Sonic Youth ripresero a preparare i loro strumenti e ad usare accordature ancora più strane e dissonanti delle solite, sovrapponendo il tutto a tentativi di spoken word in stile beatnik.

Questo è quanto scrive The Worst Album Ever:

For critics and many fans, NYC Ghosts & Flowers was something of a breaking point. Though Sonic Youth had been experimenting with their sound for several years, the new record seemed too radical and self-conscious a shift to some, one that couldn’t just be blamed on new gear. For the first time in years, Sonic Youth was at odds with the critical community. Pitchfork notoriously gave the album a 0.0 (a decision Brent DiCrescenzo starts questioning before the review is even over). The fans were not much kinder. The band found themselves facing tough crowds as they played sets packed with new material and droning improvisation. For a band as lauded and beloved for their creativity as Sonic Youth, it was a startling response. In every criticism of the album the same word kept appearing: pretentious. Sonic Youth had made a pretentious, obnoxious album, many said. And to be fair, a song that ends with the line “blue jean fucking, and protest” (“Small Flowers Crack Concrete”) almost invites the criticism.

Ci sono due feste al sabato sera

complicazioni

Sulla Lettura del Corriere della Sera Francesco Piccolo ha scritto un bell’articolo sulle difficoltà e le complessità dei tempi moderni. Complessità in senso lato, forse; ma la vita è solitamente una questione molto piana e molto lineare con alcuni imprevisti – piccoli, grandi, dolorosi – che rappresentano l’eccezione, non la regola.

Le complessità cui fa riferimento Piccolo nel suo articolo sono quelle di tutti i giorni, e si manifestano nel momento in cui dobbiamo compiere una scelta. Per far capire il tenore delle complessità, Piccolo usa (anche) la metafora del caffè. Quando pensiamo di aver voglia di un caffè molti di noi iniziano a porsi – e a rispondere – ad una serie terribile ed infinita di domande:

–  Lo voglio normale, o macchiato?
–  Se macchiato, caldo o freddo? Latte normale o latte di soya? E poi: quanto macchiato?
– Se invece scelgo per il normale, lo voglio ristretto? O lungo? O normale, “normale”?

E questo solo se ci limitiamo al caffè; prendere un cappuccino, con le sue mille varianti (chiaro, scuro, con o senza cacao/cannella e via di seguito) rappresenta un livello di difficoltà persino superiore, come in certi videogiochi. E la faccenda si riverbera su moltissime altre cose, scrive Piccolo: quale abbonamento televisivo fare, quale servizio di car sharing usare, quali vestiti in offerta comprare.

Può sembrare una questione di lana caprina, quella posta da Piccolo. Ma non lo è affatto: laddove la scelta del caffè ormai è stata talmente tanto metabolizzata da non rappresentare più un percorso ad ostacoli (o a rappresentarlo talmente facile da realizzare che il nostro cervello lo affronta in maniera inconscia), ci sono milioni di altre cose che, invece, dovrebbero semplificarci la vita ma ce la complicano ulteriormente.

Ci sono quelli, ad esempio, che sono fissati con la compagnia telefonica. Io ho una compagnia telefonica da quanto posseggo un telefono cellulare. Ed è sempre rimasta la stessa, non per una questione di fedeltà ma, piuttosto, per una di pigrizia: non me la sento di affrontare il labirinto che porta alla scelta e al successivo passaggio ad una nuova compagnia telefonica. Mi rendo conto però di rappresentare una esigua minoranza: in genere, le persone normali hanno cambiato almeno due-tre volte le compagnie telefoniche. Un numero basso, ma sotto il quale – appunto – non si è persone normali.

Ci sono poi quelli che cambiano compagnia telefonica all’apparire di ogni nuova offerta (da parte della concorrenza, ovvio). È proprio a questa categoria di persone che Piccolo si rivolge, nel presentare quello che secondo lui è un immaginario (e immaginifico, forse) lavoro del futuro: il semplificatore. Scrive Piccolo:

La complessità del contemporaneo, alla fine, nella vita quotidiana si riduce a questo: un’enorme quantità di perdita di tempo; un tentativo sempre fallito ma sempre in piedi di essere abbastanza furbo se non il più furbo di tutti; il sospetto continuo e che ti consuma i nervi che non si è scelta la soluzione migliore; e almeno tre amici che sono sempre pronti a dirti: se lo dicevi a me ti procuravo la soluzione migliore, perché non me lo hai detto, ormai hai fatto una cazzata.

Che con l’esempio delle compagnie telefoniche secondo me è un passaggio che calza perfettamente: il cambio di operatore lo si affronta proprio con quello spirito. Di furbizia, di non voler farsi scappare l’offerta migliore, di mostrare al mondo che abbiamo risolto il problema della complessità – che abbiamo affrontata la complessità – uscendone vincitori. Una finta illusione, che ci dà un brivido che dura lo spazio di un nanosecondo; poi, siamo sempre pronti – e stressati, e forse non troppo furbi – ad affrontare una nuova complessità.

È qui che interviene il semplificatore auspicato da Piccolo. Un personaggio che si siede nella cucina di casa tua e ti dice:

Fregatene. Paga la tariffa telefonica più alta, guarda un’altra serie tv, mangia quello che trovi, fai sesso con chi vuole fare sesso con te, prendi ogni volta un succo di frutta diverso (a caso), vai a piedi o non uscire (…) Ricordati una cosa, e ricordala per sempre; ci sono due feste al sabato sera, sempre due feste, è la regola del sabato sera. E ci sono due tipi di persone: quelli che vanno a una delle due feste e cercano di divertirsi, di mangiare e bere quello che c’è, di chiacchierare con qualcuno di interessante, e di ballare anche da soli in mezzo alla stanza; e quelli che vanno a una delle due feste e passano il tempo a dire che di sicuro sarà meglio l’altra fino a quando non convincono un buon numero di persone ad andare all’altra e dopo mezzora dicono: ma se tornassimo alla prima?

Teoria delle ombre.

teoria delle ombre

Note tratte da Teoria delle ombre di Paolo Maurensig (Adelphi, 2015, 200 pagine).

Arti Tutte le arti hanno in comune lo sforzo di dominare la materia, di riordinare il caos. (…) Solo che gli scacchi, a differenza delle altre arti che devono plasmare una materia inerte, si trovano alle prese con una massa magmatica in continuo divenire. Mi riferisco al gioco dell’avversario, il quale molto spesso è ben lontano dal trovarsi in sintonia con il nostro. Vincere la partita in tal caso non porta alcuna soddisfazione. Quando invece ci si trova in perfetto accordo, si è disposti persino a rinunciare alla vittoria pur di non rovinare la perfezione estetica del gioco.

Individuo Dopo la rivoluzione d’Ottobre, i bolscevichi si arrogarono il diritto di diffondere la loro verità. Come nella vita, nella finanza, nel mondo dell’arte e del pensiero, così anche negli scacchi. La Russia ha dato al mondo grandi scacchisti: Alapin, Čigorin, Romanovskij, Znosko-Borovskij… Sono questi i maestri che fecero scuola: avevano tutti un’altissima concezione del gioco degli scacchi, ma di sicuro lei non sentirà mai un esponente della fantomatica “nuova scuola sovietica” parlare di bellezza, o di genio. Gli scacchi sono per loro una specie di macchina da guerra collettiva, e loro stessi nient’altro che una sorta di compatta falange di galoppini. Neppure negli scacchi esiste più l’individuo, ma semplicemente la massa. Ogni vittoria ottenuta da uno dei loro campioni non è altro che il frutto dell’accurata preparazione di centinaia di burocrati del gioco.

Arcadia Così aveva sempre immaginato il mondo dell’arte: un luogo elevato, inaccessibile, al disotto del quale tumultuava senza posa la massa dei miserabili. Questi, unendosi nello sforzo, erano riusciti infine a raggiungere la cima e a spodestare i legittimi abitanti, lasciando dietro al loro rovinoso passaggio statue di divinità abbattute, decapitate, con le teste dal naso fracassato e dagli occhi colmi di terriccio. Gli artisti in esilio, ora dispersi per il mondo, nell’incontrarsi si riconoscevano, e non c’erano religione o ideologia che potessero dividerli.

Gatti A tenere uniti Alexander Alekhine e Grace, la sua quarta moglie, non erano gli scacchi: «Direi piuttosto un’affinità di gusti, di ideali. E anche l’amore per i gatti».

Amici Si può essere amici nella vita, pur essendo avversarsi sulla scacchiera.

Demenza Vede, cara signora, molti non sanno che per godere appieno della profondità di questa meravigliosa forma d’arte è necessario avere anche una notevole cultura; dedicarsi esclusivamente agli scacchi fin dalla giovane età significa rinunciare a un armonioso sviluppo della mente (…) Concentrarsi su un unico oggetto di interesse può di certo portare alla demenza.

Animo umano Io credo che certi eventi tragici nascano da un desiderio represso dei popoli. Per centinaia d’anni milioni di persone continuano a pensare che gli ebrei sono la fonte di ogni male e che dovrebbero sparire dalla faccia della terra, ed ecco che tutt’a un tratto il desiderio si realizza. La loro è una sorta di preghiera collettiva, e da qualche parte c’è sempre un dio maligno pronto a esaudirla. Tra il bene e il male il passo è breve. Sappiamo tutti che durante una garbata conversazione a tavola, nessuno potrebbe convincerci ad agire per il male. Convincerci, per esempio, che rubare sia lecito. Ma se qualcuno continua a ripeterci che si tratta di un atto di giustizia, e che rubando non facciamo altro che ridistribuire i beni, a quest’uomo molti finiranno per credere. Tanto più se lo si grida forte nelle piazze, se leva in alto simboli e insegne e viene osannato dalla folla. Questo è successo in Russia per mano dei bolscevichi, e poi in Germania ad opera dei nazisti. Le masse covano sempre una buona dose di risentimento verso qualcuno: contro gli aristocratici, contro i borghesi, contro gli ebrei. Voi credete forse che tutta questa gente provi davvero orrore per quanto è successo? Forse alcuni sì, ma la maggioranza, pur ostentando raccapriccio, dentro di sé prova una perversa soddisfazione. In condizioni particolari, l’animo umano è capace di inaudite bassezze; nel caso di guerre, sommosse, rivoluzioni, quando l’ordine costituito viene meno, dobbiamo sempre aspettarci che a sfondare in piena notte la porta di casa nostra sia il conoscente, il parente, l’amico. E se questi hanno almeno il coraggio di mostrare la propria faccia, sparso per il paese c’è un esercito silenzioso: quello dei delatori, dei collaborazionisti.

Bellezza Gli scacchi non sono – come molti credono – un semplice gioco da tavola. Si elevano ad arte non solo per l’incalcolabile numero di combinazioni, ma soprattutto per il concetto, unico nel suo genere, di “scacco matto”. In ciò consiste il fascino e la bellezza degli scacchi, che anche il profano percepisce inconsciamente. Un ideale che va raggiunto con il gioioso sacrificio di se stessi.

Sad but true

La musica triste è la colonna sonora della nostra vita. Ecco perché:

Sad music might make people feel vicarious unpleasant emotions,found a study published last year in Frontiers in Psychology. But this experience can ultimately be pleasurable because it allows a negative emotion to exist indirectly, and at a safe distance. Instead of feeling the depths of despair, people can feel nostalgia for a time when they were in a similar emotional state: a non-threatening way to remember a sadness.

Libri distillati per il lettore moderno

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Da qualche tempo sono apparsi in edicola i “Distillati”: versioni riassunte di best seller letterari, che promettono di garantire lo stesso piacere «in meno della metà delle pagine originali» poiché vanno – come recitano lo slogan e il payoff del sito ufficiale – «al cuore del romanzo». Editi da Centuria, divisione della Rcs libri (e quindi, antritrust permettendo, Mondadori), sono libri senza fronzoli, senza descrizioni, sorte di bignami letterari per l’uomo moderno: senza tempo per definizione. La collana, che per il momento ha debuttato con Venuta al mondo di Margaret Mazzantini e Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, prevede l’uscita di due libri al mese, dando così l’ebrezza al lettore distillato (ops) di riuscire a mantenere una media più che soddisfacente, nel paese in cui si comprano tantissimi libri e se ne leggono una quantità inversamente proporzionale.

Ne hanno scritto in tanti. La cosa più interessante, come spesso accade con le questioni che hanno a che fare con le lettere o i libri, è quella di Stefano Bartezzaghi su Repubblica (10.01.2016, p. 44):

Nella gastronomia, che è il medium attualmente egemone, funziona: si possono chiedere mezze porzioni e quasi tutti i grandi ristoranti hanno oramai il loro bistrot, che pratica prezzi più abbordabili servendo piatti nello stile del ristorante maggiore. Nelle ricette si scrive: «Aggiungere un’idea di vino rosso»: bene, i libri distillati danno “un’idea” di Mazzantini. Oscar Wilde si serviva proprio di un esempio enologico per giustificare le proprie impazienze e incostanze di lettore: «Per sapere se il vino è buono non occorre bere l’intera bottiglia». Per chi ama il belcanto ma si annoia con i recitativi esistono raccolte di romanze e grandi arie. Infine, quanto pensiamo di venire a conoscere nelle nostre frettolose visite a mostre e musei o nei “weekend lunghi” in metropoli e regioni sterminate e piene di angoli segreti, che tali rimarranno? In letteratura fa certo più impressione e il paradosso di Wilde è appunto un paradosso. Può essere applicato solo alla degustazione della scrittura: tre poesie di Montale ben scelte appagano un piacere di lettura e comunque danno un’idea della poesia montaliana. Ma i meriti di Larsson o di Grisham non sono certo di tipo calligrafico, bensì narrativo. Non è proprio questione di “spirito” della poesia. Si tratta piuttosto di prendere una trama e sfrondarla dalle sue diramazioni più periferiche, cercando di stare attenti all’alto monito trasmesso dalla Legge di Woody Allen: «Ho fatto un corso di lettura veloce, sono riuscito a finire Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». Che sia lecito dare lo stesso titolo all’opera che esce da una tale demolizione è solo una curiosa lacuna legislativa e sarebbe bello che qualche associazione per i diritti dei consumatori ci buttasse un occhio. Ma, a parte il problematico dettaglio, è chiaro che il libro non è più lo steso, né è lo stesso l’eventuale piacere che l’opera originale provoca. È un’altra cosa, come sono altre cose le “riduzioni” delle fiction tv. Per esempio la nuova miniserie con cui la Bbc racconta a stessa Guerra e pace (che si spera continui a parlare della Russia).

Il giornalismo disinformato.

Manuale-pratico-di-giornalismo-disinformato

Note tratte da Manuale pratico di giornalismo disinformato di Paolo Nori (Marcos Y Marcos, 2015, 208 pagine).

Categorie Io quando ero giovane, non avevo mai detto «Noi giovani». E quand’ero un editore, non avevo mai detto «Noi editori». E quand’ero uno scrittore, non avevo mai detto «Noi scrittori». E adesso che ero un giornalista disinformato non ci pensavo minimamente, a dire «Noi giornalisti disinformati».
Anzi: quando, da giovane, sentivo dire «Voi giovani», o, da editore, sentivo dire «Voi editori», o, da scrittore, sentivo dire «Voi scrittori», o, da giornalista disinformato, sentivo dire «Voi giornalisti disinformati», io pensavo “Ma cosa dicono? Ma cosa si inventano?”
Cioè, mi sembravano tutte categorie, i giovani, gli editori, gli scrittori, i giornalisti disinformati, che nella vita pratica del moderno occidente non esistevano, eravamo tutti diversi l’uno dall’altro sia i giovani che gli editori che gli scrittori che i giornalisti disinformati.

Assenzialismo È un movimento che sceglie il non esserci come pratica (…) Il non esserci nel senso della pratica quotidiana di mancare a qualsiasi evento, anche eventi minimi di una mattina qualunque, nel senso di essere assenti il più possibile a se stessi, agli altri e alle cose (…) Di conseguenza, aveva detto il pignagnolista, sapere dove adesso non è Pignagnoli, conoscere gli innumerevoli eventi presso i quali Pignagnoli non è già a partire da oggi o non è stato negli anni appena trascorsi, potrebbe mostrarci luoghi o eventi ai quali vorremmo mancare nel 2030, ma oggi, per una carenza di fiuto, tutti accorriamo anche senza bisogno di essere pagati.

Crowdfunding Uno che voleva fare un film, un libro o un disco si rivolgeva ai suoi lettori, spettatori o ascoltatori e chiedeva i soldi a loro. Dopo, quando aveva poi i soldi, se arrivava ad averli, faceva il film, il libro o il disco, se non ci arrivava, cioè se non si era raggiunta la cifra che serviva, i soldi tornavano indietro a chi li aveva offerti. Ecco io, secondo me, quando uno comincia a scrivere, il fatto che tutto il tempo che dedica alla scrittura possa essere, forse, del tempo buttato via, il fatto che se non trova, alla fine, una casa editrice disposta a spendere dei soldi per pubblicare le cose che lui sta provando a scrivere, il fatto che quelle ore che passa, tutti i giorni e tutte le notti, a provare a mettere insieme qualcosa di sensato possano essere, anche, delle ore buttate via, ecco questo fatto per me era un fatto positivo, che dava, a quei tentativi, un carattere disperato del quale secondo me poteva anche esserci bisogno.

Crowdfunding/2 Se ci fosse stato il crowdfunding, per esempio, ai tempi di Kazimir Malevic, e Malevic avesse mandato una mail alla sua mailing list dicendo che voleva fare un quadro dove c’era un quadrato nero su fondo bianco, e che aveva bisogno di duemila eruo, ecco probabilmente non avrebbe convinto molta gente, a finanziarlo, e noi, forse, saremmo senza suprematismo e senza arte astratta.

Tutti i giorni A me mancava quella cosa lì, “the reason to get out of bed before noon”, un motivo per venir giù dal letto prima di mezzogiorno che quando venivo giù dal letto alle otto e un quarto mi sembrava di aver già fatto una cosa terribile, ero già in colpa, e alle otto e venti, intanto che mi facevo il caffè mi dicevo “Bisogna fare degli sforzi, tutti i giorni, porca puttana vacca troia”, perché non c’era niente da fare, esistevano solo le cose che si facevano tutti i giorni, che era una cosa tremenda, a pensarci, perché tutti i giorni eran tutti i giorni, porca puttana vacca troia impestata, pensavo intanto che mi facevo il caffè, alla mattina, di solito.

La legge di natura.

la legge di natura

Note tratte da La legge di natura di Kari Hotakainen (Iperborea, 2015, 272 pagine, traduzione di Nicola Rainò).

Alloro L’uomo è qualcosa di immenso, contiene così tanti ingredienti, come lo stufato. Per esempio l’alloro. Ce lo metti, ma poi mica te lo mangi quando lo stufato è pronto, eppure non può mancare. Lo stesso accade con l’uomo, ha dentro il male, e per quanto non lo usi spesso, ce lo deve avere.

Omicidio/1 Väinö e Kerttu stavano insieme da mille anni. Non avevano mai nemmeno preso in considerazione l’idea di separarsi, ma di uccidere il coniuge sì. Un incensurato al suo primo delitto può cavarsela con una condanna di pochi anni, anche se poi, una volta tornato a casa, si ritrova solo. Il lato triste dell’omicidio.

Omicidio/2 Una morte innaturale ti cambia, una normale la reggi, per quanto dolore possa darti. Il dolore lo capiscono tutti, a parte i giovani, un omicidio non lo capisce nessuno.

Pensieri Ricordava di un tale in ospedale in cui avevano trovato ventidue pensieri insieme. Gli avevano dato delle pillole azzurre e gliene era rimasto soltanto uno. Poi avevano cambiato cura, per fortuna, e gliene avevano rimessi in testa altri quattro. Una misura giusta per una persona.

Stiva La testa è una stiva. C’è accatastato di tutto. Da sinistra a destra, da destra a sinistra, si muovono merci indefinite. E ci sono anche i parenti, vivi e morti, tutti grandi chiacchieroni. I farmaci sono stati inventati per farne tacere qualcuno, almeno per un po’, e per impedire alle merci di spostarsi senza freno.

Pagine La stupidità non è un ostacolo, l’ostacolo è non avere la possibilità di studiare, anche se oggi i giovani stanno a studiare all’università così tanto che alla fine quando escono non sanno più niente di niente. Qual è la misura giusta? Quante pagine? Non conta il numero di pagine, ma quanto si capisce di quel che si è letto.

Aria fritta Il teatro ingigantisce la realtà, ma alla fine al suo confronto è aria fritta.

Valori «Sostieni la tolleranza, l’internazionalismo, la trasparenza. E la pace nel mondo. Trovami una sola persona che voglia la guerra. Infinite volte ti ho chiesto gentilmente cosa significhino questi concetti per te, ma non vuoi mai parlarne, pensi sempre che te lo chieda in malafede. Inveisci contro un avversario politico incancrenito nel passato, ma se ti chiedo in che cosa consista questa cancrena, tu mi dici di andarmene pure a votare i reazionari. Non ho ancora deciso a chi dare il voto, ma ti prometto che vigilerò che le capesante siano sempre disponibili. Comunque sia, davvero non hai notato che i valori dei due candidati sono praticamente identici?»

Futuro Le generazioni future capiranno la nostra epoca meglio di noi, chi verrà dopo avrà pietà o ci condannerà, ma noi, in ogni caso, non saremo qui a sentire il verdetto. La tempesta passerà, il sole asciugherà i campi, le olive greche prenderanno sapore, il prosciutto italiano sarà appeso al suo gancio, e la carta prodotta con il legno finlandese pulirà la bile che ci cola dalla bocca.

Passione La passione è una pianta. Prendi un cortile coperto di cemento. Da qualche parte prima o poi spunta sempre una piantina. Qualsiasi cosa le butti sopra, lei cresce. La passione.

Gioia e preoccupazione Con gioia si guida sul piano, con preoccupazione si spinge in salita.