Ottobre 31, 2015

Quella volta che mi scrisse un fan di Ignazio Marino

Per non far mancare anche la mia sulla questione Marino, se ne sentisse la necessità. Qualche anno fa, all’epoca in cui l’ex sindaco di Roma era candidato alle primarie per la segreteria del Partito Democratico, ricevetti un email da un seminoto personaggio della politica locale delle mie parti. Lamentava, come ogni supporter che si rispetti e al modo con cui un tifoso di calcio di una squadra di terza categoria lamenta la mancanza di spazio dedicato ai suoi beniamini sulle gazzette locali, una pseudo censura da parte del quotidiano La Repubblica circa un incontro che Marino avrebbe di lì a poco tenuto da qualche parte nel milanese. M’iportava una sega, a dire la verità. Ma non resistetti: ho una passione per i supporter, mi diverte dar loro una mano a scoprire i tic che li dominano. Inoltre, erano i giorni del caso Pittsburgh, l’occasione era ghiotta. Mi infastidì anche il sospetto – poi confermato – sul come il seminoto in questione si fosse procurato il mio indirizzo e-mail per usarlo a scopi suoi promozionali.

Ho recuperato quel e-mail, e me ne compiaccio ancora oggi, sebbene avrei osato di più e tagliato qualche cosa qua e là. Incollo qui sotto, valga per tre cose: per il personaggio in questione, che nonostante gli anni continua a rimanere seminoto; per dire la mia sul caso Marino; per sottolineare come il Pd, all’epoca di quelle primarie, non aveva capito nulla – ma questo è endemico a sinistra.

Gentilissimo ***,

la ringrazio per avermi informato circa l’incontro con il Sen. dott. Ignazio Marino, uno dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico, come chiunque legge un giornale – moderato, filogovernativo, d’opposizione, corsaro o semiclandestino – sa benissimo. Non riesco però a comprendere i toni della sua mail, soprattutto quando parla di modo «un po’ berlusconiano e sovietico» di fare le cose. Non li comprendo forse perché del Pd e dei suoi segretari mi importa solo nella misura con cui osservo cosa succede in uno schieramento politico che non sento mio: con rispetto ma altrettanto distacco. Ma al di là del ragionevole dubbio che mi sorge quando leggo accostati gli aggettivi «berlusconiano» e «sovietico», il punto è soprattutto il seguente: come chiamare, se non sovietico, il dare per scontato che un destinatario qualunque del suo messaggio possa anch’egli pensare che Repubblica sia un po’ «stronza» e Scalfari un «ragazzo attempato»? (I virgolettati sono i suoi, non mi permetterei mai) Siamo arrivati al pensiero unico via posta elettronica?

Visto che ha però citato La Repubblica e il suo fondatore, e visto che da lettore compulsivo di tutto ciò che è stampato su carta ho a cuore la questione, le dico come la penso, almeno facciamo in modo che né io né lei sprechiamo del tempo con questo scambio di mail. La verità, a mio parere, non è che anche l’opposizione ha il suo regime. La verità, in un’Italia il cui sport nazionale del calcio è stato sostituito dalla raccolta firme per ogni supposta e del tutto immaginaria
emergenza democratica, è che la stampa gode di ottima salute, è libera di informare e persino di insultare dopo aver spiato nelle lenzuola degli altri, liberissimi a mio modo di vedere di fare della loro vita privata ciò che vogliono senza dover rendere conto a nessuno, siano essi netturbini (senza offesa, ci mancherebbe), Presidenti del Consiglio o medici allontanati da Pittsburgh per ragioni – mai del tutto chiarite né dall’accusatore né soprattutto dall’accusato – di
 note spese gonfiate. In bocca al lupo al suo candidato di riferimento. Cordialità.

PS – Mi perdoni la franchezza e l’ironia dell’e-mail, ma cerchi di capire il mio spiazzamento: da un amico so cosa aspettarmi, un amico lo conosco. E un amico possiede il mio indirizzo di posta elettronica, al quale si sente libero di scrivere qualunque cosa ogni volta che lo ritenga necessario. Noi, suppongo, abbiamo saltato un passaggio: se non quello della presentazione reciproca, almeno quello in cui ci siamo scambiati i nostri indirizzi di posta elettronica (soprassiedo, non me ne avrà, sull’amicizia). Posso chiederle dunque dove ha trovato il mio?