Ottobre 4, 2015

Cravatte.

A proposito di look e lifestyle, mi ero perso un fenomenale Jonathan Wells in difesa della cravatta sul Telegraph. Antefatto: il giornalista della BBC Robert Peston è andato in onda senza cravatta e gliene hanno dette di tutti i colori circa la scarsa professionalità dimostrata. Lui si è difeso dicendo che è una follia l’idea che sia la cravatta a fare di lui un giornalista serio, ma in Inghilterra – una nazione che, come ricorda Simonetta Sciandivasci in un articolo sul Foglio, «porta ancora alto il vessillo dell’inscindibilità di forma e sostanza» – hanno preso la questione seriamente. Così Wells ha sentenziato sul quotidiano più conservatore del Regno Unito che la cravatta ci serve, quanto meno a distinguere il lavoro dal cazzeggio: uno di quei casi in cui togliendola comprendiamo la differenza rispetto a quando la indossavamo.

Today, the tie is largely a workplace accessory, used to neatly demarcate work and leisure time. And so it should stay! These small strips of silk or wool or polyester blend are dividers, psychologically telling us when it’s time to knuckle down and do our jobs. When we remove our ties after work, it’s a way of telling our bodies that we can relax, physically and mentally. Tie time belongs to your employee; open neck time belongs to yourself. Easy.

Per la cronaca, anche i liberal Guardian e Independent sono scesi in campo in difesa dell’accessorio. Sul primo Henry Conway ha scritto che indossare la cravatta è una forma di rispetto, soprattutto in determinati contesti:

Wherever you hail from, going to a wedding or funeral, or being hauled up in court, a tie gives you dignity. You are respecting not just the individuals you are there to see, but also the institutions they represent.

Sull’Independent invece Terence Blacker scrive che se la BBC dovesse dare ai suoi giornalisti la possibilità di essere più formali nell’abbigliamento «sarebbe un errore», perché le convenzioni e le formalità nell’abbigliamento

They remind us of the existence of an establishment at the centre of our national life, and show that the whims, tastes and preferences of individuals (however entertaining) are less significant than the events on which they are reporting.