Archivio mensile:Settembre 2015

Affinità-divergenze tra Giovanni Lindo Ferretti e voi.

A proposito delle polemiche sulla sua partecipazione alla festa del partito di Giorgia Meloni, Giovanni Lindo Ferretti spiega di «non essere mai stato disponibile per la compilation dei bravi artisti con il cuore in mano, l’indignazione a comando. Ex meglio gioventù in perenne rimpianto con botulismo incorporato».

A me sembra una risposta bellissima e veritiera, a prescindere dalle idee di Ferretti, da chi votava prima e da chi vota ora, roba buona a scandalizzare una platea piuttosto conformista e anche in ritardo sui tempi, ché certe dichiarazioni di carattere politico contrario al sentir comune Ferretti le fece già anni or sono, e chi è intellettualmente curioso ha avuto modo di soppesarle e relegarle alla sfera personale dell’artista. Soprattutto, mi piace la risposta perché rimette al loro posto le persone: da una parte il popolo della rete perennemente indignato, dall’altra chi ha scritto i testi di Linea gotica e Tabula rasa elettrificata. Mi pare una divisione che non necessiti altra aggiunta.

Tre marziani in libreria.

Ciondolavo nella libreria di un centro commerciale, piuttosto annoiato come lo sono solo quegli uomini che attendono l’uscita dai camerini della propria compagna. Nel reparto attualità, dove sul bancone s’impilano le ultime opere dei giornalisti da talk-show, sono arrivati in tre: moglie, marito e suocera (non capivo se di lei o di lui). La moglie cercava il libro di – rivolgendosi al marito – «quel giornalista della 7 che piace anche a te, come si chiama?». Il marito, imbarazzato che qualcuno intorno avrebbe potuto pensare che lui guardasse i programmi di approfondimento, nicchiava. Gli indizi erano ancora più preoccupanti: «Ma sì, quello che inizia per F…».  Al che il marito, col tono di chi non gli pare vero di aver indovinato: «Faletti!». «Ma Faletti è morto», replicava la moglie semi indignata non si capiva se per la figuraccia o per la delusione di non avere ancora il nome dell’autore il cui libro andava cercando. «E poi non era un giornalista», spiegò al marito.

Il marito non era convinto. «Quando è morto Faletti?», chiese con la faccia di uno che aveva passato su Marte gli ultimi anni, o si era svegliato da dieci minuti, o forse tutte e due le cose. «Cinque o sei anni fa», rispose la moglie un po’ sottovoce. Di mio, ero sempre più determinato a proseguire nel mio ciondolare in quella libreria. Così presi in mano, fingendomi interessato, uno di quei libri anti-casta, tipo Sanguisughe o Pantegane o Mal di pancia italiani. Marito e moglie, con la suocera che osservava insolitamente interessata, decidevano intanto se rivolgersi o meno ad un commesso. Convennero di sì. Individuatone uno, la moglie si fece avanti: «Scusi, stavo cercando…» – «Glielo spieghiamo un po’ a gesti, non ci ricordiamo il nome”, la interruppe il marito – «… il libro di quel giornalista della 7, quello che sta sempre in televisione da Santoro». Il commesso, con l’aria di chi la sa lunga ed è convinto di tirare un rigore a porta vuota: «Ho capito, De Gregorio?».

Alt. De Gregorio chi? Conchita, che forse è passata da Santoro qualche volta come ospite o per presentare un libro? Oppure Sergio, l’ex senatore al quale qualche puntata di Annozero dal vago sapore inquisitorio sarà stata probabilmente dedicata? «No, non lui», rispose la moglie un po’ sconsolata dal fatto che un commesso di una libreria non sapesse il nome di un autore – ed io che mi univo alla sua sconsolatezza, mentre riponevo sullo scaffale Magna Italia, una storia ragionata di quanto ci costa la politica. Improvvisamente il commesso ebbe un bagliore in viso: «Ho capito signora, Travaglio!». «Sì, lui! Sa, mi piace tanto». Il libro che la signora stava cercando, Slurp, lo aveva sotto gli occhi da cinque minuti buoni. Il commesso glielo ha mostrato e lei, tutta tronfia, presolo in mano si è avviata verso la cassa dicendo al marito: «Ho anche la tessera della Coop, magari mi fanno lo sconto».

È successo veramente. Valga anche come recensione del libro Slurp di Marco Travaglio, che vorrebbe raccontare a chi non si ricorda il suo nome di quanto i giornalisti italiani siano dei leccaculi. Poi pensate se la stessa cosa sarebbe potuta succedere in una libreria di quaranta o cinquanta anni fa. Solo che al posto di Travaglio, immaginate che l’improbabile signora, con marito e suocera (o madre) al seguito, andasse cercando un testo di Ennio Flaiano.

Scrivere è selezionare.

john_mcphee

John McPhee è uno dei narratori più straordinari dei nostri anni. Stile conciso, scrittura avvincente, quattro volte finalista del Pulitzer che ha poi vinto nel 1999 con il libro Annals of the former world. Dalle nostre parti non molto della sua opera è stato tradotto, ma un paio di anni fa McPhee è riuscito comunque ad essere un piccolo caso editoriale con il suo Tennis (Adelphi, l’originale è del 1969 e si chiamava Levels of the game): diviso in due parti, racconta nella prima la semifinale tra Arthur Ashe e Clark Graebner a Forrest Hills nel 1968, storica perché era la prima volta per un tennista di colore; nella seconda si trova invece il resoconto di un periodo di tempo che l’autore ha passato in compagnia di Robert Twyman, capo dei giardinieri di Wimbledon, che racconta i segreti dell’erba di uno dei più prestigiosi campi da tennis del mondo.

Molta della produzione di McPhee è stata pubblicata su alcune delle più prestigiose riviste del mondo. Qualche giorno fa mi sono imbattuto sul New Yorker nel racconto di cosa sia per lui la scrittura: un esercizio in cui il togliere è un’azione sempre più raccomandabile dell’aggiungere. La annoto qui, a futura memoria:

Writing is selection. Just to start a piece of writing you have to choose one word and only one from more than a million in the language. Now keep going. What is your next word? Your next sentence, paragraph, section, chapter? Your next ball of fact. You select what goes in and you decide what stays out. At base you have only one criterion: If something interests you, it goes in—if not, it stays out. That’s a crude way to assess things, but it’s all you’ve got. Forget market research. Never market-research your writing. Write on subjects in which you have enough interest on your own to see you through all the stops, starts, hesitations, and other impediments along the way.

Inguaribili nostalgici

new musical express

Il New Musical Express, una dei più celebri magazine musicali del mondo e probabilmente ‘il’ magazine musicale britannico, è diventato un free press. Time Inc, l’editore proprietario della testata, lo aveva annunciato lo scorso luglio e il 18 settembre prossimo è prevista l’uscita del primo numero di questo nuovo corso.
Obiettivo primario della trasformazione è quello di allargare la distribuzione, e quindi il numero di lettori raggiunti, per cercare di vendere più pubblicità. I numeri del giornale, infatti, sono ben distanti dalle 300 mila copie settimanali di venduto alla settimana degli anni Sessanta: oggi sono rimasti circa 15 mila i lettori fedeli, dei quali oltre un migliaio sono passati all’abbonamento digitale. E proprio questi lettori fedeli, secondo l’Economist rappresentano lo scoglio contro il quale questa strategia potrebbe infrangersi, dal momento che verrà allargato anche il ventaglio degli argomenti proposti e oltre alla musica troveranno spazio anche la moda, la politica, il cinema e la televisione. Scrive il settimanale economico inglese che i lettori del NME – come è conosciuto ai più il New Musical Express:

are nostalgists who profess to dislike the spread of free information that threatens the music industry. They may feel equally miffed about the free distribution of the magazine, which will have to broaden the range of bands it covers. The strategy will gain NME more readers, at least for now. That in itself may annoy diehard fans, for whom exclusivity was always part of its appeal.

Un attimo di pazienza, per favore.

Questa mattina mentre correvo ascoltavo Full moon fever di Tom Petty (senza gli Heartbreakers, almeno in copertina). Non lo ascoltavo da un sacco di tempo, pur essendo uno dei miei dischi preferiti di Tom Petty, e non mi ricordavo quindi di un particolare. Ad un certo punto, in coda al brano ‘Runnin’ down a dream’, c’è un annuncio molto tra il serio e il faceto, in cui Petty chiede agli ascoltatori della versione in compact disc del disco di pazientare un attimo prima di prosegure con l’ascolto. È una richiesta in segno di rispetto nei confronti di chi sta ascoltando la versione dell’album in LP o in cassetta e che in quel momento si è dovuto alzare dal divano per cambiare facciata o lato. La trovate qui:

Questo messaggio è passato alla storia con il nome di «Hello cd listeners» ed è una cosa che, ancora oggi, mi fa molto ridere. Figlia del suo tempo, un tempo in cui l’ascoltatore del compact disc era un privilegiato rispetto a quello del disco o della cassetta — anche se ora gli ruoli sembrano essersi un po’ invertiti. L’annuncio di Petty — che secondo me era molto scherzoso, e non so quanti all’epoca l’abbiano preso sul serio — è rimasto uguale anche nella versione in digitale ascoltabile su Spotify: una specie di bonus track data in omaggio a chi, in epoca di rivalutazione del vinile (e alcuni esperti dicono che la cassetta sarà il prossimo trend), rimane ancorato alle sane abitudini con le quali è cresciuto.