Archivio mensile:Agosto 2015

E tanti auguri.

Non sono mai stato uno springsteeniano, nel senso di Bruce. Anzi, talvolta trovo la retorica che lo circonda un tantino esagerata, per non dire insopportabile, in maniera del tutto simile a come trovo esagerata la retorica battistiana (nel senso di Lucio, seppur con lodevoli eccezioni). Eppure c’è un disco, Born to run, la cui title-track inserirei tra le venti migliori canzoni di sempre. Per Born to run credo che non sia esagerato utilizzare il termine «epocale» e un lungo articolo sull’Atlantic si spinge ancora più in là, fino ad arrivare a considerare l’album un vero e proprio manifesto del sogno americano in contrapposizione al declino dello stesso ai giorni nostri.

La storia del brano simbolo non solo di un disco, ma forse dell’intera discografia di Bruce Springsteen è una storia tipicamente da sogno americano. I due dischi precedenti di Springsteen e della sua E Street Band, Greetings from Asbury Park, N.J. e The wild, the Innocent, and the E Street shuffle, nonostante l’enorme promozione dell’etichetta discografica Columbia Records, erano stati dei flop a livello commerciale. Si sentiva quindi il bisogno di una grande trovata, che risollevasse le sorti economiche del gruppo. Venne a Mike Appel, il manager di Springsteen, l’idea di creare un po’ di hype: distribuire delle copie contenenti un rough mix – tecnicamente il mix non definitivo di una registrazione – di ‘Born to run’ (il pezzo, non il disco) ad una cerchia selezionata di disc jokey. Nel giro di qualche settimana, il pezzo divenne una vera e propria hit, con i ragazzini che cercavano disperatamente una copia nei negozi di dischi e le radio, quelle i cui dj non avevano ricevuto il pezzo da Appel, che si facevano vive chiedendo da che disco provenisse quel brano. Come racconta l’Atlantic nel già citato articolo, la radio di Philadelphia WFIL trasmetteva il brano più volte al giorno per soddisfare l’enorme richiesta da parte del pubblico, mentre il dj di Cleveland Kid Leo aveva preso a suonarla ogni venerdì pomeriggio alle 5 e 55 a mo’ di sigla che segnasse ufficialmente l’inizio del fine settimana.

Sono strategie di marketing che ora, nell’epoca del virale, dei brani dati in anteprima attraverso Youtube o con le versioni pirata degli stessi che iniziano a circolare settimane prima dell’uscita ufficiale, fanno ridere. Era un mondo diverso, dove il potere di una ristretta selezione di disc jokey era tale da decretare il successo di un disco. Se esistesse oggi un manager intelligente come Mike Appel, probabilmente darebbe il brano in anteprima a degli influencer su Instagram e Twitter, affinché ne rilasciassero un po’ per volta delle piccole anteprima sui social network.

Era meglio, era peggio. Non saprei. Era diverso, anche per uno che springsteeniano, come detto, non lo è stato mai. Born to run veniva pubblicato dalla Columbia esattamente quarant’anni fa. E buon compleanno, allora.

La dittatura del politicamente corretto, spiegata col gelato.

Gelato alla fruttaFoto Keane Dasalla via flickr

Volevo solo prendere un gelato, ma invece mi sono scontrato con il politicamente corretto. Io, poi, che in un sabato pomeriggio di agosto avrei sicuramente avuto di meglio da fare che impegnare un paio di neuroni per buttare giù queste righe. Ma tant’è. Di fare polemiche via web non ne ho (più) voglia; c’è un tempo per tutto e il tempo per quelle cose mi era sembrato finito anni fa. Però lo spunto è tale, la palla alzata è tanto bella – la sua parabola giusta, scende a pennello sul mio braccio lanciato in aria – che ignorarla e farla cadere senza batterla in schiacciata sarebbe un peccato. Mi concedo dunque il vezzo.

Volevo solo prendere un gelato. Ricordavo che in quel corso, il principale di una città capoluogo di provincia, c’era un’ottima gelateria, di quelle storiche che pensavi nessuno avrebbe avuto il coraggio di rimuovere da lì. Infatti nessuno l’ha rimossa; ma oggi pomeriggio ho scoperto che il vecchio proprietario ha mollato gli ormeggi e l’ha ceduta a qualcuno che, come prima cosa, ha pensato bene di cambiare il nome alla bottega, dandone uno anglofono che crea un vago gioco di parole che ora non ricordo e che ricordo invece non avermi fatto (sor)ridere nemmeno un po’. Superata la diffidenza che mi prende in questi casi – tanto più che ricordavo che giusto più avanti c’era un’altra gelateria, magari meno buona e sicuramente meno storica di quella ora chiusa, ma che sarebbe potuta andare bene in ogni caso – dicevo, superata la diffidenza sono entrato e mi sono diretto verso il bancone con in mostra i gelati, ho scoperto in quel momento, politicamente corretti: metà del banco, e quindi metà dei gusti (tutti quelli alla frutta, ad eccezione della pesca, chissà perché) era indicato come gluten free, vegan e con l’olio d’oliva utilizzato al posto di qualunque altro elemento contenente lattosio (altrimenti, immagino, non sarebbe stato vegan).

Io non ce l’ho, nell’ordine: con i vegani, con i celiaci o con chi è intollerante al lattosio. Ma ho avuto l’impressione che loro, per tramite del nuovo gelataio, ce l’avessero con me. Una dittatura della minoranza, praticamente: avessi desiderato un gusto alla frutta, mi sarei dovuto accontentare di prendere un qualcosa che non era gelato. Il gelato, quello che conosco io e che conosce praticamente ogni altro italiano non appartenente alla minoranza vegana o intollerante, è quello con lattosio e glutine. E senza olio d’oliva. Intendiamoci: io adoro l’olio d’oliva, solo che lo associo al salato, non al dolce. So che esistono torte che si fanno con l’olio d’oliva e per questo ringrazio i cuochi, più o meno provetti, che me lo dicono per tempo in modo che la sola idea di addentarne una fetta non mi faccia ribollire sangue e stomaco alla maniera che oggi pomeriggio mi sono ribolliti al pensiero di un gelato fatto con l’olio d’oliva.

Non è questione di minoranze che si devono adeguare alle maggioranze, figuriamoci. Certo, non ricordo una decina di anni fa una pestilenza di celiachia, e tutti mangiavamo il glutine e non avevamo problemi e ingrassavamo, dimagrivamo, avevamo le nostre sacrosante allergie senza pensarci troppo. Dev’essere che mi sono perso il momento in cui questa epidemia si è scatenata: probabilmente mi stavo ingozzando di pasta e pane da qualche parte, senza rendermi conto del grande cambiamento globale in atto e ora mi ritrovo qui, come un anziano, a rimpiangere i bei tempi. Però, ecco, non vorrei nemmeno che diventasse una questione di maggioranze che si devono adeguare alle minoranze. Per quanto, come detto, mi ripugni l’idea di mangiare un gelato fatto con l’olio d’oliva, non impedirei a nessuno che voglia mangiarlo – fosse per serie questioni di intolleranza o, come sospetto, per indottrinamento da pensiero unico – di farlo. Però voglio poter mangiare il mio sacrosanto gelato non vegano e non gluten free. Del resto, è il gelato che tutte le persone hanno mangiato fino ad oggi.

Ma niente: in quella gelateria i gusti alla frutta erano in quel modo, prendere o lasciare. Ho ovviamente lasciato, benedicendo il liberismo sfrenato che permette l’apertura di una gelateria dopo l’altra, fosse anche a distanza di qualche metro appena.

Il vinile è tornato di moda (ma come accessorio)

vinile tornato di modaFoto via flickr

Quando il vinile è tornato di moda? È una domanda alla quale è difficile rispondere, perché per molti ascoltatori gli LP non sono mai andati fuori moda. È innegabile, tuttavia, che negli ultimi anni il disco in vinile abbia fatto ritorno (causando tra l’altro qualche problema all’industria musicale). Ma si tratta di un ritorno molto diverso da quello che sembra: i dischi in vinile, per quanto abbiano ripreso a vendere, rappresentano solo una piccolissima fetta dell’intero mercato musicale, per il resto dominato ancora dal compact disc e dalla musica in streaming (il download, come si può ben intuire, non riuscirà a non soccombere sotto l’avanzata di Spotify, Apple Music e simili). I dati della IFPI dicono che nel 2014 i dischi in vinile hanno fatto un +57,4% rispetto all’anno prima (+260% rispetto al 2009), ma concorrono solamente per il 2% delle vendite di musica globali.

Una recente inchiesta della CNN ha messo poi in luce il vero dato fondamentale del ritorno del vinile: il suo essere di moda, «fashionable», per usare un termine americano. Citando i dati di una ricerca della ICM, nei primi tre mesi del 2014 la maggior parte degli acquirenti di un disco fisico (più della metà dei quali aveva acquistato un vinile) non lo hanno poi ascoltato:

In the last three months, one in six (15%) purchasers of physical music formats bought music to keep – not to listen to. Over half (53%) bought a vinyl record, 48% a CD, and 23% an audio cassette tape that they have no intention of ever listening to. This behaviour is driven by 18-24 year old music purchasers, with just over one quarter (26%) buying music to own not play.

Il dato può fare, o meno, pensare. Se è vero che è sempre esistita una buona fetta di audiofili che acquistava senza ascoltare, o ascoltava una volta sola (quella necessaria a produrre una copia privata, prima su cassetta e in tempi più recenti su file audio) o drogava il mercato con il cosiddetto fenomeno delle «due copie» (una l’ascolto, l’altra la archivio), è altrettanto vero che a molti ascoltatori ciò che interessa maggiormente è ancora la musica, anche e soprattutto perché contenuta su un supporto che — a torto o a ragione — ritengono superiore.

Sta di fatto che, ultimamente, i vinili sono venduti pressoché ovunque. Non solo in quei negozi che alla fine degli anni Ottanta si erano convertiti in fretta e furia al compact disc, ma anche nei negozi in cui la musica non era mai entrata prima, ma che hanno capito come oggi sia diventato un oggetto alla moda; quasi un accessorio da abbinare al capo di abbigliamento e che serve a delimitare il campo entro il quale far abitare il proprio essere, il proprio lifestyle. Detto questo, credo che nessuno sia stupito del fatto che la catena di abbigliamento Urban Outiffters negli Stati Uniti lo scorso anno dichiarava di essere il principale canale di vendita di dischi in vinile al mondo (ma poi qualcuno ha fatto notare che il dato, per quanto notevole, posizionava la catena al secondo posto: al primo regnava Amazon). A proposito è anche nato un dibattito: a fronte di chi, tutto sommato, considerava normale acquistare dischi in un negozio di abbigliamento, c’è stato anche chi si è schierato contro. Ma non è questo il punto.

Alexandra Molotkow sul sito Hairpin ha provato ad indagare il motivo non tanto del fatto che Urban Outfitters venda dei vinili, ma perché tra questi ci siano i dischi della Dave Matthews Band.

Forse serve una premessa. La DMB non è esattamente il gruppo di culto della massa di hipster che ha scatenato il ritorno in vinile. È un gruppo che in Italia definiremmo, e non del tutto a torto, come un gruppo di «riccardoni»: musicisti che piacciono ad altri musicisti e che basano gran parte del loro status proprio su questo. La DMB non viene mai associata a fenomeni cool, o alla coolness in generale. Si posiziona anzi agli antipodi, non essendo riusciti (più di tanto) ad avere un ricambio generazionale tra le file dei loro ascoltatori. Molotkow stessa lo pensa, tanto da scrivere:

Dave Matthews Band are just about the only group in contemporary Western music that has consistently not been cool. High is adaptable, low is adaptable, out-there is adaptable, but DMB are the middle of the road. To be honest, I’ve never really listened to them—“Too Much” makes me uncomfortable in a not-not-good way, and I remember making fun of the vocals on “Don’t Drink the Water” in middle school, but I know way more about what the band means than what they sound like.

Dunque, riassumendo: i vinili sono di moda, molti di coloro che li acquistano non li ascoltano ma lo fanno per l’oggetto in sé, vengono venduti in posti cool come Urban Outfitters, o comunque spesso e volentieri non vengono associati tanto alla musica che contengono quanto al lifestyle che rappresentano. E però, da Urban Outfitters si trova Under the table and dreaming della Dave Matthews Band. Ci dev’essere qualcosa che non quadra. Forse. Molotkow ha messo insieme due o tre indizi, ed ha ottenuto una prova: chi ascoltava la band negli anni Novanta probabilmente ora è papà, e si vede trascinato dai propri figli quasi adolescenti (i cosiddetti «tweens») il sabato pomeriggio nei negozi di abbigliamento. Perché non rendergli lo strazio più sopportabile, giocando sull’effetto nostalgia che la visione di un disco che hanno adorato ai tempi del college sicuramente porta con sé?

So… why Dave Matthews Band? Maybe Dads are the reason. Under the Table and Dreaming came out in 1994. If you listened to it in college, there’s a good chance you’re in your 40s, which means there are tweens who grew up listening to DMB with none of the bad associations, unless they had some late-millennial older sibling telling them DMB sucks. But late millennials are way less adamant than Gen-Xers were about who sucks and who doesn’t.

Non è l’unico indizio che giustifica il ritorno del vinile. Però è un buon argomento che gioca a favore di chi considera questo ritorno figlio del marketing, più che della passione musicale. Non è una questione di musica, né della sua qualità: piuttosto, l’oggetto vinile, ci identifica agli occhi degli altri come dei veri appassionati di musica. È un accessorio, dunque, e per questo viene venduto anche da Urban Outiffters.

Il colore delle startup.

chartreuse

Il sito americano The Awl, generalmente molto attento ai fenomeni della pop culture dei cosiddetti «millenial» (che poi, spesso, non si sentono tali), ha ricostruito la storia del colore chartreuse (che prende il nome dal colore dell’omonimo liquore), a quanto pare una delle tonalità più usate negli uffici delle start-up:

Bandwagon chartreuse offices and interiors around the world include: Meltwater,squaretrade, Microsoft Startup Labs, Airbnb, Cisco, The One Workspace Headquarters in Santa Clara, the AT&T Foundry in Palo Alto, the publishers of the Myers-Briggs Personality Assessment in Sunnyvale, Zendesk everywhere, chat software producers LivePerson NYC, half of these “inspirational collaborative workspaces” for Generation Y, ad agency 22squaredin Atlanta (pictured), this chartreuse abuse at tech company Koninklijke Philips in Somerset, this so-cool-it’s-serious coworking space Kleverdog in Los Angeles, Microsoft in Vienna, an alien-themed collaborative workspace in Spain, and Google everywhere, but especially this shire of chartreuse inside Google Dublin, among others.
Chartreuse balances opposing moods. Green is universally adored. Consistently votedsecond place in favorite-color surveys, green signifies “calming” and “peaceful,” and connotes nature and ecology across cultures. Tech companies can safely use the color for interior decorating and branding to win everyone over, with very few exceptions. (In Israel, it spells bad news, and in China, a green hat symbolizes that a man’s wife is cheating on him.) Yellow, on the other hand, can be a risk: It is the world’s least favorite color. Although it can radiate happiness and extroversion, it can also be diseased, jaundiced, insane, like Charlotte Perkins Gilman’s short story, “The Yellow Wallpaper,” about a woman driven mad by the “sickly sulphur tint” of her wall decoration. It’s the color of cowardice, like the yellow-bellied wimps of old Westerns. Interior designers want to add vibrancy to a startup’s palette, but they tread gingerly down yellow roads, brick or otherwise.

Ci si era un tantino sbagliati.

Io capisco e faccio mia l’indignazione (giovane o giovanilistica come devono essere le indignazioni) di chi si è accorto che i giornali, dopo aver riempito stanche pagine estive con un’emergenza droga che stroncherebbe i giovani nelle discoteche, hanno ora relegato in un boxino a pagina 43 la notizia che, almeno in un caso, la droga non c’entrava affatto ma ad uccidere un giovane all’interno di una discoteca secondo l’autopsia sarebbe stata una malformazione congenita e asintomatica al cuore.

Però mi chiedo perché quando un qualsiasi altro mostro viene sbattuto in prima pagina (cit.) – intendo un politico, un banchiere, un extracomunitario, una persona disagiata, quello che volete – e poi il mostro si dimostra (ops) del tutto innocente; e dopo le paginate in cui lui, la sua famiglia, le sue amicizie, le sue relazioni e, soprattutto, la sua reputazione, sono stati irrimediabilmente compromesse, e la notizia dell’innocenza è relegata allo stesso box posizionato nella stessa pagina in fondo alla foliazione, e la grancassa mediatica non batte più quando invece dovrebbe battere più sonora e più forte di prima – quando succede questo, e cioè non c’è di mezzo un giovane, il divertimento, lo sballo (la cui cultura per fortuna esiste,  non raccontateci il contrario) mi chiedo perché i frequentatori dei social network anziché indignarsi della mostrificazione contribuiscano alla stessa con post indignati prodotti in proprio e con la condivisione di post indignati prodotti da terzi. Poi, ad innocenza conclamata, nemmeno 140 caratteri di tweet per dire che, sì, forse, ecco, ci si era un tantino sbagliati.