Archivio mensile:Luglio 2015

Ed è subito cuore.

Il prossimo 28 agosto i Yo La Tengo pubblicheranno un loro nuovo disco intitolato Stuff like that there per la Matador Records. Sarà un disco di cover di brani famosi e di ri-registrazioni di alcune loro canzoni dal passato, un po’ sulla falsariga di quel Fakebook che uscì 25 anni fa.

Tra le tante i Yo La Tengo hanno coverizzato anche ‘Friday I’m in love’ dei Cure.

Leggere, rileggere.

Mentre la pila dei libri «da leggere questa estate» sta pian piano aumentando in vista delle agognate ferie — quel periodo-non-periodo che dovrebbe durare un anno e mezzo se solo dovessimo davvero fare tutto ciò che ci illudiamo di riuscire a fare in due, tre settimane — Joanne Kaufman sul Wall Street Journal annuncia la sua tattica: ri-leggere.

I’m returning to Roth, to Laurie Colwin, Tony Earley, Evan S. Connell and Peter Taylor not because I’ve read everything else on our shelves (far from it— though, because of my work and my inclinations, I do finish at least half a dozen books a month), but because I miss them and I miss their characters. There I was the other night, my nose buried in Colwin’s “Shine On, Bright and Dangerous Object,” savoring anew the description of one character as “a jolly hockey stick.” I’m on exactly the same page as the toddler rank and file who want to hear the same bedtime story over and over—hell-o and hell-o again, “Goodnight Moon”—for the comfort and reassurance it provides. It is for just this reason that I don’t particularly like lending anything from my library; I’ve learned through bitter experience that many friends and family members are bookkeepers. But against all logic I’m far more willing to part with a novel whose spine I’ve yet to crack than a book I know so very well.

Il simpatico gioco delle bolle.

apple music bubbles

Come qualche altro milione di persone l’altro giorno ho effettuato l’update del sistema operativo dell’iPhone e mi sono ritrovato installato la nuova applicazione Musica, quella che permette di accedere ad Apple Music. Ero scarsamente interessato al suo utilizzo, ma al contrario molto interessato — per vari motivi — all’aspetto industriale della cosa. Le prime impressioni dopo la sua presentazione mi avevano lasciato perplesso. Non ho poi scritto più nulla del leak del contratto dove si diceva che Apple non avrebbe pagato i detentori dei diritti durante i primi 3 mesi di prova, né delle successive proteste degli artisti, né della discesa in campo della compagna Taylor Swift né, infine, del passo indietro di Apple («Ok Taylor, ci hai convinti, paghiamo anche per il periodo di prova»).

Ho resistito un giorno poi ieri sera ho avviato il periodo di prova, cioè ho sottoscritto il rinnovo automatico al prezzo di 9,99 euro una volta passati i primi novanta giorni. E mi sono trovato catapultato in un mondo che, al primo impatto, non riesco a sentire mio e non solo per una certa complessità di fondo che qualcuno ha già evidenziato. Lasciando perdere sterili discorsi generazionali, non sono (più) abituato a condividere così tanto di quelli che sono i miei ascolti abituali. Capita che ne scriva su Facebook, pubblichi qualcosa da queste parti o twitti una segnalazione; ma riguarda una percentuale minima dei miei ascolti. L’aspetto social della musica, la smania di condivisione che pure mi prende per altre cose, non lo capisco. Chi seguo su Spotify — per la stessa logica pigra che non mi porta ad approfondire il mondo social non della musica (quello sì) ma della pura condivisione degli ascolti musicali — è quasi sempre mio amico nella vita reale: cosa mi può interessare di sapere cosa ascolta in questo periodo, se già lo so/me lo ha detto la sera prima?

È un limite mio, convengo. E non la farei troppo drastica: prima o poi mi ci abituerò. Il fatto che Apple Music prima ancora di farmi ascoltare un secondo di musica mi abbia fatto un terzo grado seppur mascherato da simpatico giochino delle bolle, nel quale mi chiedeva quale fosse il mio genere musicale preferito o, quali in un elenco i miei artisti preferiti — un tap se ti piaciucchia, due tap se adori, tieni tappato se odi — mi ha indisposto. E se avessi sbagliato a rispondere e non sarei potuto più tornare indietro? L’idea che dall’altra parte qualcuno, un algoritmo o chi per esso, pensi davvero che Lionel Richie sia uno dei miei artisti preferiti non solo mi infastidisce perché evidentemente non corrisponde al vero (con tutto il rispetto), ma trovo la stessa domanda vincolante alquanto irrispettosa dell’utente che voleva solo ascoltarsi in santa pace il disco di Taylor Swift.

Detto questo, potrebbe rimanere valido l’adagio secondo cui l’ultima volta che la Apple ha introdotto delle novità riguardanti la musica ha rivoluzionato non solo il mercato musicale, ma anche se stessa. Il fatto è che di novità sostanziali, in Apple Music, non ce ne sono. C’è il solito hype esagerato che ha intasato social network, siti web e mezzi di comunicazione in generale. Si sono affrontati discorsi che riguardano anche il futuro dell’industria musicale, e per la prima volta un’artista con un potere di negoziazione enorme si è fatta in qualche modo carico (con molti suoi interessi, ovvio) di una categoria di artisti che non hanno potere di contrattazione — e l’ha spuntata, a quanto pare. Il lancio ha generato l’ingresso di gruppi da sempre contrari alla musica digitale come gli Ac/Dc nel mondo dello streaming — di contro pare invece che Prince se ne andrà: quando qualcuno ha iniziato a dire che su Apple Music non c’era nemmeno un suo disco mentre su Spotify si trovava l’intera discografia il cane che stava dormendo si è svegliato e ha deciso di togliere tutto da tutti, per non sbagliare e/o non fare un torto a nessuno (scrive Fact che potrebbe rimanere su Tidal).
C’è della concorrenza positiva, insomma. Spotify ha 20 milioni di abbonati paganti, che è al momento ancora un buon vantaggio, e un’interfaccia/usabilità che mi sembrano migliori (e sono in buona compagnia a pensarlo). Vediamo cosa succederà.

Un’estate dei Settanta.

Visto che c’è penuria di tormentoni estivi — quei pochi rimasti sono sbiaditi –, se avete voglia di far suonare la vostra estate al ritmo di qualcosa che ricordi da molto vicino il rock degli anni Settanta, il nuovo singolo dei Big Talk (gruppo dentro al quale troviamo, tra gli altri, il batterista dei Killers) potrebbe fare al caso vostro.

Greetings from Rimini

Cattelan_Ferrari_Saluti-da-rimini

‘Saluti da Rimini’ è la nuova creatura dell’artista Maurizio Cattelan e del fotografo Pierpaolo Ferrari, le menti dietro il progetto della rivista Toiletpaper. Si tratta di una serie di cartoline installate in alcuni luoghi storici del capoluogo romagnolo dal forte significato simbolico e allusivo. Scrive il sito della storica rivista di architettura e arte Domus:

Rimini è la città in cui, nell’immaginario collettivo, gli estremi si sovrappongono. La frenesia della stagione turistica lascia il posto al lungomare d’inverno; le feste e le discoteche agli eventi culturali; poi l’estate immaginata, gonfia di bellezza e desiderio, sfuma nella realtà della villeggiatura affollata e odorosa di crema solare. C’è Fellini e c’è la piadina. C’è una città che, nell’ultimo secolo, a ogni bivio della storia ha saputo imprimere un’accelerazione, che spesso ha giocato di anticipo con tendenze e costumi dell’Italia via via del boom, dei favolosi anni Sessanta, della congiuntura, dell’austerity, degli anni Ottanta e Novanta sino ad oggi, alle prese con un deciso cambiamento.