Archivio mensile:Giugno 2015

Digressioni.

Nel 1987 avevo quattro anni, anche se tecnicamente il 3 agosto di quell’anno ne avevo ancora tre. I quattro li avrei fatti solamente un paio di mesi dopo. Tutti noi ci ricordiamo di quando eravamo piccoli, ma spesso è un ricordo frammentario. Non abbiamo una narrazione continua delle cose che ci capitano da grandi, figuriamoci di quelle successe da piccoli. Ci rimangono dei flash, delle immagini, delle impressioni che ad una improbabile verifica con la macchina del tempo si rivelerebbero peraltro sbagliate.

Però io di quel 1987 ricordo perfettamente una cosa. Ero con mia mamma al supermercato, dovevamo fare la spesa — lei, più che altro. Ed è probabile che già a tre anni la trascinassi al reparto dei dischi. Piccola digressione: una volta il supermercato del mio paese aveva un reparto di dischi pazzesco, nulla a che vedere con i cestoni di ora. Un reparto che è durato fino ad una decina di anni fa. Lì ci ho comprato tutti i miei primi dischi, compresa una raccolta dei Sex Pistols che uscì a fine 1995, preannunciando il celebre Filthy Lucre Tour dell’anno successivo. Fine della digressione. Dicevamo: ero nel reparto dei dischi con mia mamma, e la supplicavo di comprarmi il 45 giri di un brano pazzesco, forse il più suonato di quel tempo e sicuramente il più suonato in casa mia con il mio mangiadischi da campeggio. Uscì il 3 agosto di quell’anno. Era questo brano.

Ho poi scoperto che quel 45 giri lì lo possedevano in molti, anche i più insospettabili. Altra digressione: ci sono due 45 giri che tutti hanno avuto, da quelli che poi si sono messi ad ascoltare black metal a quelli che invece sono il peggio dell’indiesnob. Uno è Never gonna give you up di Rick Astley, l’altro è The look dei Roxette. Fine della seconda digressione.

Perché tutto ciò? Perché oggi pomeriggio mi sono imbattuto in questo video, l’ho salvato da qualche parte con la promessa di farne qualcosa ed eccoci qui. Dovessi aggiungere un’altra cosa direi che l’uomo col tempo è nettamente migliorato.

Goin’ out swimming.

hockney-swimmin-pool

Sto andando a correre e nel percorso quasi abituale che ormai compio passo di fianco ad una piscina. Urlano, schiamazzano. Si divertono. Anche io quando sono in piscina urlo, schiamazzo e mi diverto. E gli occhi mi diventano rossi, il naso mi cola e mi capita spesso di tossire. «Colpa del cloro», dicono. Il cloro è la causa di tutto ciò che ti viene dopo aver passato una mezza giornata nei dintorni di una piscina. E non oso pensare a cosa ti verrebbe se non ci fosse, il cloro. Poi però scopri che sì, il cloro, ma gli occhi rossi, il naso grondante, la tosse e milioni di altre cose secondo uno studio (attendibile?) sono causate da un misto di roba che noi portiamo dentro la piscina. Soprattutto cacca, pipì e sporcizia varia. Scrive il Washington Post:

Like many people who swim in the summer, you might have assumed it’s the chlorine that makes your eyes so red in pools.
That’s not exactly true, the Centers for Disease Control says in its annual healthy swimming report. It turns out the cause is actually urine binding with chlorine to turn into something called a chloramine. In addition to being an eye irritatant, chloramine, a derivative of ammonia, has been linked to respiratory problems among some swimmers.

foto: David Hockney, Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), 1972

Hell bent for leather.

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Partendo dai dati diffusi da Spotify che indicano l’heavy metal come il genere con i fans più fedeli, Pitchfork fa un’analisi semi-seria per spiegare le analogie tra l’heavy metal e il pop e perché, nonostante o forse proprio per la brufolosità che si accompagna al genere, ci sia bisogno di una critica che lo elevi a musica ‘adulta’:

As much as metal and pop portray themselves as mortal enemies, they are much closer than any devotee would be comfortable to admit. Both genres thrive on spectacle and suspension of disbelief. A kid may be disaffected and invisible during the school day, but when he or she throws on a Ghost, Slipknot, or Machine Head record, they are the most powerful person in the world. A great riff or a face-melting solo hits the same pleasure center as a Max Martin-penned Katy Perry earworm.
When metal was, briefly, the predominant form of mainstream rock’n’roll 30 years ago, it eventually became so watered down and faceless that it turned off an entire generation of kids. Metal and hard rock is just as diverse and interesting as pop music in 2015. Six Feet Under, Rest Among Ruins, Faith No More, and Napalm Death have all released exemplary records. There is nothing faceless about Deafheaven’s wall of noise. Later this year, Slayer will release a new record encased in an actual metal eagle, and the Biters will remind us that Suzi Quatro haircuts are still a fantastic look. Unfortunately, the image of Warrant in matching white leather outfits (or those years when everyone was feeling Korn and rocking a braided goatee) is difficult to rinse from one’s mind.

While the defenders of the faith often beat their chest and proudly proclaim their outsider status, the lack of critical respect often stings a bit. There is no other way to explain the annual uproar over Judas Priest being snubbed for the Rock n’ Roll Hall of Fame. The remedy: The media needs to step and embrace their hesher past. Because deep down inside, in the darkest depths of our souls, at some point every single one of us has loudly proclaimed that metal rules and all that punk shit sucks, anyhow.

I hate broccoli.

Il ministro francese Ségolène Royal nei giorni scorsi ha criticato la Nutella, ‘colpevole’ a suo dire di contenere l’olio di palma e di essere quindi co-responsabile di deforestazioni (capita la gaffe, si è poi scusata).

Le risponde, a nome di tutti noi, Giuliano Ferrara sulla prima del Foglio di oggi 19 giugno:

Dunque come si permette un ministro segretario di stato di dirmi quello che devo mangiare? È questa intrusione nelle passioni private e nei consumi privati l’essenza del mondo moderno? Sarò io a scegliere, secondo l’uso e l’appetito e la crapula e l’ascesi, con l’aiuto se del caso di un medico fidato o di un coltivatore amico, ma mai e poi mai deve intromettersi il potere pubblico.
Invece abbiamo costruito un universo dietetico, e Michelle Obama ci istruisce da mane a sera su come fare a mantenere la fitness, e nella Casa Bianca fanno orti biologici, e invece di mettere ordine in un mondo sanguinoso ci spacciano ricette disgustose di cosce di pollo con contorno di mais, ed esaltano la verdura sfacciatamente, memori della jacquerie dei broccolari americani che colpirono duramente un giudizio scorretto di Bush padre: «I hate broccoli». Ma diceva quello che non piaceva a lui, il presidente wasp, non quello che deve dispiacere a te: e lì è tutta la differenza tra una visione socialisteggiante della vita e una idea liberale dell’esistenza che non rinuncia alla capacità privata di alimentare lo spirito e la materia di cui siamo fatti secondo scelte individuali, famigliari, sociali ma non pubbliche.

Guardare ‘Lo squalo’, da adulti.

lo squalo

Per il critico cinematografico Nicholas Barber, Lo squalo di Steven Spielberg è una commedia:

When you watch Jaws as a grown-up, in 2015, you may well find yourself marvelling at its quotable dialogue, smiling at the uniformly fine performances, humming along to John Williams’ theme music and applauding Spielberg’s genius at suggesting the shark without showing it. But chances are you won’t be frightened. That’s not to say that you won’t be tense while you’re waiting for the next sighting of a dorsal fin, or that you won’t jump a few millimetres when that ominous black triangle glides into view. But, speaking as one of the most easily-spooked and squeamish cinema-goers alive, even I can see why the ratings board of the Motion Picture Association of America gave Jaws a PG rating, allowing young children to see it, rather than the more restrictive R. Today, the film is more likely to prompt squeals of delight than screams of terror. If anything, Jaws now works better as a comedy than as a horror movie. Actually, it works better as two comedies, one after the other. The first is about a big-city cop in an eccentric island community – a fish-out-of-water comedy, in other words. The second is about three mismatched buddies messing about on a boat.

Uscire dai bar, la mattina, in Corso Sempione.

corso_sempione

A riprova del fatto che non è su Internet che prendono forma le idiozie più assurde, le notizie più false, il chiacciericcio più inutile, e per tranquillizzare Umberto Eco (e Michele Serra) circa il fatto che Internet non genera un bel niente e semmai amplifica (ma amplificano anche i libri, i giornali, le riviste ecc.), testimonio quanto segue.

Questa mattina, uscito dalla metropolitana, mi avviavo verso Corso Sempione a Milano per poi, da lì, raggiungere il lavoro. Notavo che tutta la circolazione era bloccata da un grande dispiegamento di forze di polizia municipale, impegnate nel duro compito di tenere a bada i pedoni sui marciapiedi e gli automobilisti e i motociclisti sulle strade che si immettono nel corso. Pensavo, tra me e me, che da lì sarebbe dovuto passare qualcuno di importante. Poi mi sono ricordato che a Milano era arrivata Michelle Obama e che, probabilmente, questa mattina sarebbe dovuta passare da Corso Sempione per uscire dalla città e raggiungere i padiglioni dell’Expo o non so che. (Più tardi ho poi scoperto che era proprio così).

Tra le tante cose che pensavo c’era che, poverina, la first lady non ha davvero un attimo di pace: se per dover attraversare una città blocca il traffico, non oso immaginare gli ostacoli nella sua vita privata quando decida di voler fare qualcosa sulla scorta del fatto di volerla fare e basta, senza dover dare giustificazioni a nessuno. Ma questo è il meno. Perché pensavo anche a Umberto Eco e alle presunte cazzate che nascerebbero e crescerebbero sui social network — la mattina, devo ammettere, non è un gran pensare il mio pensare — e mi accorgevo di una cosa. A pochissimi era chiaro che a bloccare il traffico fosse il passaggio di Michelle Obama. Per tutti gli altri, non so se per loro ignoranza della notizia o se per una questione di sintesi ahimé abusata non solo sui social network ma anche nella vita reale, era semplicemente «Obama» a costringerli a stare fermi e disciplinati sul marciapiede, sotto lo sguardo severo (ma non troppo) di una vigilessa urbana. E vi risparmio la demagogia non solo inutile, ma anche ingiustificata/ingiustificabile, che le mie orecchie han dovuto sentire sul numero di vigili urbani e poliziotti impiegati, su quante moto chiedevano strada, su quante macchine fungevano da scorta e così via. Proveniva tutta da gente che stava andando al lavoro, mica appena uscita da un bar di Corso Sempione.

foto Fototak.

Godere e rosicare.

schadenfreude

«Schadenfreude» è un termine tedesco che indica una particolare forma di piacere provata quando si gode delle disgrazie altrui. È un termine cross-linguistico: viene cioè usato in molte lingue senza essere tradotto e sembra essere l’unico in grado di rendere bene l’idea del sentimento che vuole indicare.

Come racconta il giornalista Ben Cohen in un articolo sul Wall Street Journal, schadenfreude è una antica parola tedesca il cui impiego, almeno nella lingua inglese, si può far risalire alla metà del 1800. Ha avuto un momento di gloria subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere caduto in disuso, almeno stando a quanto riportano le ricerche di Google consultate da Cohen.

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La rivincita della copertina.

newsstand
Nel digitale, la prima pagina di un giornale sembra perdere sempre di più importanza; del resto, ormai, inizia a essere marginale anche la home page di un sito internet di notizie, visto che quasi nessuno passa più da lì ed è stato affidato ai social network il compito di fare da ‘buttadentro’ alle notizie. Caso diverso per la copertina di un magazine, come fa notare Catherine Taibi in un post pubblicato sullo Huffington Post americano che celebra la rivincita delle copertine:

In the digital age, the magazine cover has become a separate entity, no longer necessarily attached to the rest of the magazine. Digital did for the magazine cover what it did for articles — it gave them a life of their own. Many readers, for instance, will encounter a cover on Facebook, Instagram or Twitter long before they see it in print, extending its reach with every “like” and share. Indeed, cover images are getting into the hands of readers faster than ever before. While digital media seems to be making the newspaper “front page” less and less important, the opposite is true of the magazine cover.

I magazine hanno vissuto un rapporto contrastato con i tablet. Se il loro avvento era stato visto dai più come un’ancora di salvezza per l’editoria (allo stesso modo in cui l’iPod lo fu per la musica), nei fatti non tutto è filato come nelle intenzioni dell’industria editoriale. I magazine faticano ad essere letti su un tablet. Ci sono molti e validi motivi per questo, in primis gli investimenti che le aziende editoriali non hanno fatto per creare delle edizioni ‘digital only’ dei rispettivi cartacei che creassero un valore aggiunto e non fossero solo delle repliche in PDF di quanto si trova già in edicola. Ma credo che ci sia anche un altro aspetto, ed è il motivo per cui i magazine soffrono forse meno la crisi di sistema che ha colpito l’editoria degli ultimi anni: il piacere di una lettura che vada oltre l’informazione. Quando ho in mano il Corriere della Sera voglio informarmi; lo leggo anche se è stropicciato, del resto mi interessa soprattutto la notizia. Quando ho in mano il New Yorker, o qualunque altra pubblicazione periodica, voglio informarmi ma allo stesso tempo provo un certo piacere fisico — tattile, di profumo della carta, visivo — nel farlo. La copertina di una rivista, in tutto questo, rimane un punto fermo. Spiega Taibi:

In the ethereal world of digital media, printed magazines continue to offer something concrete, a tangible representation of a collaboration between editors, artists, designers and writers. And nothing embodies this collaboration like the magazine cover, which remains one of the modern age’s most widely consumed pieces of public art.

Oggi, la copertina più che mai dev’essere pensata per la carta, ma deve circolare massivamente sulla rete. Deve diventare, insomma, virale:

The Internet allows magazines to be distributed farther than ever before. And unlike in print, it doesn’t just stop at your doorstep and build up beside your bed. With its own URL, tweets and retweets, sharing on Facebook — the cover keeps going. And going.In other words, the Internet is giving magazine covers something they never had before: the ability to go viral.

Sul gusto, la televisione e l’individualismo trasformato in omologazione.

perry

Grayson Perry è uno dei maggiori artisti contemporanei inglesi. Anzi, è due dei maggiori artisti contemporanei inglesi: c’è anche Claire, il suo alter ego di quando si traveste. Perché Perry non è famoso solo per le ceramiche classiche che decora con i colori più sgargianti possibili, né per le carte da parati che produce o per le innumerevoli esibizioni, per le opinioni audaci o per aver vinto il Turner Prize nel 2013. È sposato con una giornalista e psicologa (Philippa Perry), ha un figlio di 23 anni (Florence) ed è un personaggio ‘cross-dressed’.

Ma è anche, Grayson Perry, un osservatore acuto e intelligente dell’umanità, dei suoi usi, dei suoi costumi, del suo gusto. Proprio il gusto è uno dei leitmotiv del suo lavoro di artista. Ad esso ha dedicato molti suoi interventi e un’intera serie di documentari televisivi trasmessi nel 2014 da Channel 4 e intitolati All the possible tastes with Grayson Perry.

Lo scorso 15 giugno ha rilasciato una lunga intervista al magazine online di politica e arte Guernica, nel quale ha detto la sua su molti degli argomenti che gli stanno più a cuore e per i quali, con gli anni, è diventato un opinion leader anche al di fuori del mondo artistico. È una lettura interessante, come spesso accade quando c’è di mezzo Perry, che val la pena di leggere per intero; qui, ne riporto alcuni passaggi.

A proposito del gusto, ritenuto un prodotto dell’inconscio che vuole mostrare chi sei e dove vuoi arrivare, Perry afferma:

Well, taste is a phenomenon. Most of taste is unconscious—it comes from your upbringing, from your family, from your society, your gender, your race; it’s a melange of all those things. The basic premise of taste, as Stephen Bayley, the cultural critic, said, is that taste is that which does not alienate your peers. Most people want to fit in with their tribe in some way or another, so they give off signals, whether it’s with their clothes, their behavior, their car, their whatever, and gain status. Every tribe has a hierarchy, and that’s what taste is: it’s an unconscious display of who you are, and where you want to be.

Tra i mass media in grado di ispirarlo maggiormente, la televisione è quella che sembra avere un ruolo più importante:

People are often horrified that I watch a lot of TV. But I say that’s my business! That’s where I get all my culture. TV now, especially the big American box set–type TV, is our literature, the high culture of our time. Things like The Wire and Game of Thrones—they’re the most crafted, well-funded, brilliantly devised things. And I think that people who turn their noses up at them are doing it at their cost. Telly is now heritage, because the Internet is now the devil. It used to be that telly was the devil, and now computer games are the devil, and the Internet. So telly’s been allowed to sort of sit there, and it’s got a gold frame around it now. We watch telly in a different way. I grew up with it so it’s like my heritage. My wife’s middle class, she could hardly watch television at all. I had to teach her how to do it. And now she’s more of an obsessive. I mean, she watches much trashier telly than I do.

Mentre sulla progressiva omologazione della classe media, che vorrebbe essere individualista ma finisce per diventare un prodotto seriale, Perry afferma:

There’s a desperation in middle-class people to try to be individual. I think it’s an illusion on the whole, because curiously they all end up being an individual in the same way. Because not many people are creative, really. They’re kind of individualistic but within a very narrow bandwidth of what is acceptable at the time in fashion, or what they’ve seen in magazines. Genuine maverick taste is quite rare. Say someone chooses their tattoo, right, they have a tattoo. They’re a groovy person and they have a tattoo. The real decision they made was to have the tattoo. It’s not what the tattoo is. All tattoos are basically the same. But it’s having the tattoo. They all mean the same thing, the tattoo. What is on the design is bollocks. It’s squiggly blue lines that you have on your arm.