Archivio mensile:Maggio 2015

Una critica rock, al femminile.

Proprio quando Jessica Hopper di Pirchfork pubblica un libro dal titolo programmatico (The first collection of criticism by a living female rock critic), Anwen Crawford denuncia sul New Yorker il disperato bisogno di una critica rock al femminile. La colpa principale di questa mancanza sarebbe secondo lei della stessa stampa musicale, che fin dagli inizi si è formata principalmente sul contributo di critici maschili:

Nel tentativo di dimostrare che la fiorente scena rock degli anni Sessanta fosse un soggetto degno di analisi critica, il rock aveva bisogno di essere considerato sia serio che autentico. Una delle conseguenze di tutte queste discussioni — i Rolling Stones vs Muddy Waters, la Motown vs la Stax, Bob Dylan vs il resto del mondo — fu che le donne uscirono da perdenti, come qualcosa di frivolo e fasullo.

Nonostante ciò, Crawford ammette che le cose vanno un po’ meglio nel mondo accademico, quello dei cosiddetti «Popular music studies»:

Il mondo accademico, piuttosto lontano dal macismo tipico delle redazioni, si è dimostrato più accomodante nei confronti delle donne che scrivono di popular music. In questa sfera i saggi e i libri di autrici come Tricia Rose, Daphne Brooks, Aisha Durham, Alice Echols, Gayle Wald e Angela McRobbie contribuiscono ad un’analisi ricca e costante sul femminismo. Gli scritti di queste donne però appaiono a intermittenza nella grande stampa, sebbene quarant’anni di teoria critica femminista sulla popular music siano lentamente arrivati nella prospettiva dei critici più giovani.

Oltre la grande stampa mainstream, c’è il mondo delle biografie, dove secondo Crawford la fiction, anziché l’analisi critica, ha permesso alle donne di «riflettere sulle pressione e le contraddizioni dei loro ruoli». Gli esempi sono molti: dal recente Girl in a band di Kim Gordon, alla biografia di Viv Albertine delle Slits Clothes, clothes, clothers. Music, music, music. Boys, boys, boys a classici come Dreamgirl: my life as a Supreme di Mary Wilson (The Supremes) e I, Tina di Tina Turner:

Forse gli ambiti della fiction e del ricordo, più di quelli della critica, lasciano spazio alle scrittrici per analizzare tutto ciò che è sia meraviglioso che esasperante nella musica popular: lo spettacolo, gli imbrogli e le bellissime bugie che ci racconta.

Alla fine emerge che non è tanto il mondo del rock, col suo cliché che lo vorrebbe contornato da macismo e misoginia, ad essere il più colpevole per questo status quo denunciato da Crawford. Che, citando un famoso saggio del 1971 di Ellen Willis (una delle prime critiche di musica per il New Yorker), prova a mettere in luce un punto di vista differente:

[Willis] sosteneva che la «cruda esibizione di virilità» di Mick Jagger fosse meno sessista rispetto alla posa «condiscendente» di un bohemienne come Cat Stevens; questo poiché il rock — ha scritto — «si intrometteva nel solco delle energie delle ragazze adolescenti contro le loro frustrazioni consce ed inconsce, portando implicitamente avanti la battaglia per la liberazione femminile». Pur non essendo del tutto d’accordo con la difesa dei Rolling Stones fatta da Ellen Willis, riconosco il difficile compromesso che lei descrive, tra la libertà che per una donna può sembrare il rock e il soggiogamento che può celebrare. Ma è proprio all’interno di questi due confini che una critica femminile può funzionare, nella speranza di tracciare un solco.

In difesa della geek culture.

(c) 100 percent

Il Guardian risponde a suo modo alle accuse fatte la scorsa settimana dall’attore Simon Pegg che, intervistato dal Radio Times, aveva denunciato l’infantilizzazione della società. Secondo l’attore «tutti noi fruiamo di cose molto infantili — libri comici, supereroi. Gli adulti guardano questo genere di cose e le prendono sul serio». Il riferimento, nemmeno troppo velato, è anche al proliferare di serie tv e romanzi seriali. Tutte cose che il Guardian rubrica — in modo forse troppo leggero — come «geek culture». Prendendone poi le difese:

Geek culture has spread and engulfed us all. In a subculture once (seemingly) reserved for sci-fi, it now encompasses shows as diverse as The Walking Dead, Game of Thrones and The Simpsons. Once a specialist event, Comic-Con now draws personalities from all walks of film, television and music. Last week, the internet was collectively obsessed with the finale of Mad Men – a show that regularly tackled such heavy adult themes as sexism, alcoholism and death. And yet, like some fans cling to Batman, many of us clung to Don Draper, effectively proving that pop culture obsessions have less to do with genre than they do with our own need to escape reality.

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Filtrare le fotografie

filter

Quattro ricercatori (tre di Yahoo Lab e uno del Georgia Institute for Technology) hanno condotto uno studio per determinare quanto l’applicazione di filtri sulle fotografie faccia aumentare la visibilità delle stesse e l’engagement dell’account che le pubblica.

Lo studio è stato effettuato in due fasi. Una prima, ‘qualitativa’, dove i ricercatori hanno intervistato quindici utenti dell’applicazione mobile di Flickr per capire in che modo usassero i filtri e quale impressione avessero di essi. Una seconda, ‘quantitativa’, dove sono state analizzate 7,6 milioni di fotografie caricate su Flickr dall’applicazione per smartphone (la metà circa delle quali era stata cross-postata anche su Instagram), oltre ai dati che indicavano la frequenza di visualizzazione di queste foto e il numero di commenti ottenuti, in modo tale da comprendere meglio quale fosse l’effetto dei filtri sull’engagement.

Come spiega Jesse Singal sul blog del New York Magazine Science of Us, i dati ottenuti dalle interviste non sono granché sorprendenti — chi faceva riferimento all’uso di effetti vintage per evidenziare l’aspetto antico di un bar la cui ambientazione era ispirata agli anni Venti, chi invece citava filtri che mettevano in evidenza un soggetto in una serie di foto. Molto più interessanti invece i numeri ricavati dall’analisi dei big data:

Complessivamente, nell’influenza dei follower di un utente e della popolarità di una foto, «le foto cui vengono applicati filtri hanno il 21% di probabilità in più di essere viste e il 45% di essere commentate» rispetto a quelle senza filtro. Per determinare il tipo di filtro che ha maggiormente effetto, gli autori della ricerca ne hanno esaminati cinque: aumento della temperatura di una foto, aumento della saturazione dei colori, del contrasto, dell’esposizione e l’aggiunta di un filtro che dia la sensazione di ‘vecchio’. I filtri più caldi hanno una correlazione più ampia con il numero dei commenti, mentre gli effetti che influiscono sull’esposizione sono più legati al numero di visualizzazioni. Ci sono anche due correlazioni negative: aumentare la saturazione è correlata ad un numero minore di visualizzazioni, e gli effetti ‘invecchianti’ portano a meno commenti». In generale, si legge nella ricerca, «temperature più calde, contrasti più alti, e un’esposizione più lunga portano all’aumento della possibilità di ricevere sia più visualizzazioni che commenti».

Per quanto la ricerca offra spunti interessanti, scrive Singal che è impossibile trarre da essa un andamento coerente: «Si tratta infatti di un’analisi effettuata su dati raccolti da milioni di fotografie, molte delle quali già in partenza con poche visualizzazioni e commenti. E del resto ci sono moltissime foto con tante visualizzazioni e tanti commenti anche tra quelle cui non è stato applicato alcun filtro».

L’aggregazione di contenuti duecento anni fa

aggregazione di contenuti

L’aggregazione di contenuti, le ‘listicles‘, la rielaborazione di articoli apparsi altrove non sono un’invenzione di Internet, ma una pratica che esisteva già sui quotidiani americani del Diciannovesimo Secolo. È quanto ha spiegato Ryan Cordell, professore alla Northeastern University, in uno speech tenuto al Mit.

Analizzando i giornali presenti nell’emeroteca della Library of Congress, Cordell e il suo team hanno scoperto che le abitudini del giornalismo di allora non erano così differenti da quelle di oggi. E hanno trovato esempi di liste e articoli sugli argomenti più bizzarri pubblicate già due secoli fa: le dimensioni dei laghi degli Stati Uniti, la durata della vita delle specie animali, le diverse qualità di pomodori. Tutta roba che potremmo tranquillamente vedere condivisa oggi sulle bacheche Facebook dei nostri amici.

Spiega Joseph Lichterman sul sito del Nieman Journalism Lab, un ente che è tra i più determinati a spiegare il giornalismo di oggi e le sue derive future, che era molto comune per i giornali del Diciannovesimo secolo l’aggregazione dei contenuti, la ripubblicazione di poemi o estratti da racconti e anche la creazione liste originariamente pubblicate altrove. Una pratica simile a quella che succede col giornalismo di oggi, soprattutto ma non solo online, dove la forma dell’aggregazione dei contenuti o della rielaborazione di storie apparse su altre testate è tra le più comuni.

Oggi con Internet è tutto molto facile. Allora, ha spiegato Cordell nella sua ricerca, i giornalisti erano abbonati a molti giornali e ritagliavano da essi tutto ciò che trovavano interessante, rilevante o semplicemente che ricoprivano uno spazio rimasto bianco nella pagina:

Molti dei giornali del 1800 erano fatti principalmente di contenuti presi da altri giornali. Erano più aggregatori che produttori di contenuti originali. E spesso erano editati da uno staff molto ristretto, e alcuni studiosi hanno dimostrato come fu proprio questa aggregazione a permettere la diffusione rapida dei giornali che avvenne nel Diciannovesimo secolo, poiché grazie ad essa non ci si doveva preoccupare di creare interamente il prodotto.

Uno dei principali problemi dell’aggregazione, ora come allora, è quella della corretta attribuzione delle fonti. Così come oggi non è difficile perdersi nel mare magnum delle notizie prese dalla rete — spesso quella che noi riteniamo una fonte principale, un produttore di contenuti, è invece una rielaborazione di un’altra fonte — e attribuire in modo scorretto (o, spesso, non attribuire affatto), anche in quegli anni sono capitati grandi svarioni. Che hanno poi finito per creare delle sorte di ‘falsi storici’. Cordell e il suo team hanno infatti scoperto che un giornale locale, il New Orleans Crescent, nell’edizione del 16 agosto del 1868 aveva pubblicato il racconto The Children dello scrittore americano Charles M. Dickinson, un testo peraltro non inedito ma già apparso in varie antologie, attribuendolo però al quasi omonimo scrittore inglese Charles Dickens. In breve tempo il testo fu ripreso da altri giornali, che in larga parte non verificarono la fonte e continuarono ad attribuirlo a Dickens. Tanto che l’indomani della morte dello scrittore inglese non era raro trovare il racconto ripubblicato con l’indicazione che il testo era stato trovato «postumo alla morte tra le carte dello scrittore».

La vecchia Nuova York di una volta.

oldnyc
La New York Public Library ha mappato la vecchia New York, con fotografie che vanno dal 1870 al 1970:

This site provides an alternative way of browsing the NYPL‘s incredible Photographic Views of New York City, 1870s-1970s collection. Its goal is to help you discover the history behind the places you see every day.And, if you’re lucky, maybe you’ll even discover something about New York’s rich past that you never knew before!The images all come from the New York Public Library’s Milstein Collection. While many photographers contributed to the collection, the majority of its images are the work of Percy Loomis Sperr, who documented changes to the city from the late 1920s to the early 1940s.

La democratizzazione dell’arte non funziona

Jane Austen banknote

Da queste parti si ha una passione — per niente nascosta — per Jonathan Jones, il critico d’arte del Guardian. Il quale interviene a gamba tesa in una delle questioni attualmente in voga nel Regno Unito: la scelta di chi dovrà comparire sui nuovi biglietti da 20 sterline. Una decisione che la Banca Centrale britannica ha preso sull’onda del successo della scelta di Jane Austin come soggetto raffigurato sulle banconote da 10 pounds. Per quelle da 20 la scelta dovrà cadere su un personaggio che si sia distinto nelle arti visive, quindi uno scultore, un pittore o un designer, e la decisione finale spetterà in ogni caso al governatore Mark Carney.

Jonathan Jones non è molto contento di questa eccessiva democratizzazione dell’arte, che a suo dire non verrà condotta tra i veri appassionati ma sarà piuttosto la celebrazione «di persone che blaterano nomi a caso su Twitter e che voteranno in maniera sentimentale». Qualcosa che per Jones ha più a che fare «con il populismo e la propensione nazionale alla pura ignoranza ed esecrabili gusti in fatto di arte visiva».

Quando si tratta di arte, la democrazia non funziona, perché non sono molte le persone in grado di avere una reale visione artistica. E perché dovrebbero, tra l’altro? E così l’elettorato si trasforma in una minoranza auto-eletta di appassionati d’arte e di ficcanaso culturali le cui visioni poi ci vengono falsamente imposte come ‘scelta del popolo’.
Pensate che stia esagerando? L’estate scorsa per la seconda volta il movimento Art Everywhere ha organizzato l’affissione di opere d’arte britanniche su manifesti sparsi per tutta la nazione. L’evento è stato pubblicizzato come una selezione democratica dell’arte preferita dai britannici. Ma bisogna fare attenzione ai dettagli. Secondo un report del Guardian appena 38 mila persone hanno partecipato alla votazione. Come può un dato del genere rappresentare il consenso di tutto il popolo britannico?
Proprio perché si trattava di un piccolo elettorato di entusiasti, è stato facile per chi ha organizzato la campagna far sì che le proprie scelte — fossero eccentriche o ideologiche — venissero supportate. Così è emerso che, secondo le votazioni di Art Everywhere, la seconda opera d’arte britannica più apprezzata è il dipinto del 1921 di Dora Carrington Farm at Watendlath. Tutto ciò è — uhm — interessante. (Anche Laura Knight ha ottenuto buoni piazzamenti). Ma queste sono scelte che danno l’idea di un piccolo gruppo di appassionati che domina un altrettanto piccolo bacino di votanti con scelte che sono sia stravaganti che sciocche.

La teoria del McDonald’s.

Con un articolo pubblicato sul New York Times l’8 dicembre 1996, l’economista Thomas Friedman aveva spiegato la cosiddetta «teoria del McDonald’s»: due paesi che ospitassero entrambi almeno un punto vendita della nota catena di fast food non si sarebbero mai fatti la guerra tra loro. Nel dettaglio:

So I’ve had this thesis for a long time and came here to Hamburger University at McDonald’s headquarters to finally test it out. The thesis is this: No two countries that both have a McDonald’s have ever fought a war against each other.
The McDonald’s folks confirmed it for me. I feared the exception would be the Falklands war, but Argentina didn’t get its first McDonald’s until 1986, four years after that war with Britain. Civil wars don’t count: McDonald’s in Moscow delivered burgers to both sides in the fight between pro-and anti-Yeltsin forces in 1993.
Since Israel now has a kosher McDonald’s, since Saudi Arabia’s McDonald’s closes five times a day for Muslim prayer, since Egypt has 18 McDonald’s and Jordan is getting its first, the chances of a war between them are minimal. But watch out for that Syrian front. There are no Big Macs served in Damascus. India-Pakistan? I’m still worried. India, where 40 percent of the population is vegetarian, just opened the first beefless McDonald’s (vegetable nuggets!), but Pakistan is still a Mac-free zone.

Oggi scrive Maurizio Ricci su Repubblica che con la Russia di Putin anche questa teoria è crollata:

La Crimea ha i McDonald’s, la Russia pure, ma questo non ha impedito a Putin di farne un sol boccone. E, se è difficile non chiamare guerra gli scambi di missili e le incursioni dei carri armati nel Donbass, vale la pena di notare che i McDonald’s sono ben diffusi anche in Ucraina.

Per soprammercato, ho trovato un’altra interessante teoria del McDonald’s, ma non ha nulla a che vedere con le guerre:

I use a trick with co-workers when we’re trying to decide where to eat for lunch and no one has any ideas. I recommend McDonald’s.
An interesting thing happens. Everyone unanimously agrees that we can’t possibly go to McDonald’s, and better lunch suggestions emerge. Magic!

Scrivere le biografie.

Ammesso e non concesso che un giorno sui quotidiani italiani ci sarà un articolo dedicato a Jim O’Rourke, lascio ai posteri un buon modello di biografia presa da un articolo del Guardian — valevole per chiunque, non solo per O’Rourke. Mi serve per sottolineare come si scrivono le biografie brevi negli articoli di giornale, soprattutto avendo in mente che il lettore potrebbe non sapere nulla di chi si sta parlando:

As musical polymaths go, Jim O’Rourke makes Damon Albarn look slack. Straddling the indie and experimental scenes like a cardigan-clad colossus, O’Rourke has played guitar with Sonic Youth, collaborated with avant garde titans Derek Bailey and Merzbow, produced a Grammy award-winning Wilco album, improvised a film score for Werner Herzog, had his own short films shown at the Whitney Biennial and, as music consultant for School Of Rock, taught a bunch of child actors how to shred like AC/DC.

Since leaving Chicago post-rockers Gastr Del Sol in 1998, he’s explored American primitivist guitar (Bad Timing), glitchy electronica (I’m Happy And I’m Singing And A 1,2,3,4) and playfully zonked improv (as one-third of Fenn O’Berg), each new project seemingly intended to confound fans of the previous one. He even found time to join Sonic Youth for four years, while resisting an easy payday by turning down the opportunity to produce A-ha and the Rolling Stones.

I cent’anni della bottiglia della Coca Cola

design bottiglia coca cola

L’iconica bottiglia in vetro della Coca Cola, uno degli oggetti di design più conosciuti al mondo, compie 100 anni. Il primo progetto risale infatti al 1915, quando ad Harold Hirsch, uno degli avvocati della compagnia di Atlanta, venne l’idea di creare una competizione per trovare la bottiglia perfetta. Come racconta Jonathan Glancey in un articolo pubblicato sul portale culturale del sito della BBC, alla gara parteciparono otto aziende specializzate nel packaging — ovvero quella branchia del design che si occupa della progettazione del contenitore di un prodotto. A queste aziende era stata data un’unica consegna: quella di presentarsi con «una bottiglia in grado di essere individuata anche al buio, e con una forma tale che chiunque potesse riconoscerla anche se rotta».
La competizione fu vinta dalla Root Glass Company, un’azienda dell’Indiana, il cui progettista, Earl R Dean, era stato ispirato dalla forma di un chicco di cacao. L’idea di Dean si scontrò però con dei problemi tecnici: la sua bottiglia era infatti troppo bombata per adattarsi alle macchine imbottigliatrici. Tuttavia quella forma fu alla base della bottiglia che tutti noi oggi conosciamo: una versione snellita di quella progettata da Dean e che entrò ufficialmente in produzione a partire dal 1916.

Come scrive Glancey nel suo articolo, nel corso degli anni la bottiglia è rimasta pressoché la stessa e pochi sono stati gli interventi di restyling. Il più significativo dei quali avvenne nel 1957: il designer statunitense Raymond Loewy e uno dei suoi collaboratori John Ebstein sostituirono il classico logo ‘intagliato’ nella bottiglia e ne applicarono uno bianco a mo’ di stencil. Nessuno però si sognò mai di modificare il logo stesso, che è rimasto quello classico progettato nel 1886 da Frank Mason Robinson (cui si deve anche il nome Coca Cola), modellato sul corsivo Spencerian, una forma di scrittura standardizzata molto utilizzata nella corrispondenza aziendale negli Stati Uniti e ideata da Platt Rogers Spencer nel 1840.

L’impatto avuto dalla bottiglia della Coca Cola nel mondo dell’arte è stato, secondo Glancey, «uno dei primi esempi di design di massa e pensato per la gente, nonché uno dei migliori nel suo genere». E ricorda di quando, nel 1950, la Coca Cola fu il primo prodotto commerciale ad apparire sulla copertina della rivista Time. Il suo stesso creatore Raymond Loewy, che pure aveva progettato treni aerodinamici, automobili glamour e interni delle navicelle spaziali, nutriva una grande considerazione per quel logo.

Molti gli artisti che hanno tributato nel corso degli anni questo classico, inserendolo nelle loro opere. Tra gli esempi più celebri c’è Andy Warhol, che spesso rese la bottiglia protagonista delle sue opere e una volta la rappresentò per 210 volte in una sua serigrafia. Warhol scrisse anche nel suo libro La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa:

Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca Cola, sai che anche il Presidente beve Coca Cola, Liz Taylor beve Coca Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu.

Una bottiglia di Coca Cola la si trova poi dipinta nel quadro Poetry of America di Salvador Dali (è ‘appesa’ al petto di uno dei due soggetti raffigurati), mentre l’artista americano Robert Rauschenberg ne utilizza addirittura tre nella sua opera Coca Cola Plan del 1958. C’è poi un altro esempio di marchio famoso, scrive Glancey, che ha avuto sugli americani lo stesso fascino della Coca Cola e il cui logo deriva da quello stesso Spencerian già alla base del logo della bibita: si tratta del logo della Ford. Un altro mito americano.