Archivio mensile:Aprile 2015

Sopravvivere a tutto ed essere un genere a parte.

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In un articolo che traccia una sorta di improbabile parallelismo tra i Cure e Frank Ocean (!), dopo che quest’ultimo ha annunciato il titolo del suo nuovo lavoro (Boys don’t cry), Anwen Crawford sul New Yorker dà un paio di definizioni piuttosto efficaci sul gruppo che, da sempre, è la mia più grande ossessione musicale:

The Cure has outlived post-punk, new wave, goth, grunge, rave, and many genres in between. They are their own genre: melodic, melancholic, and just a little bit whimsical. They have never been cool, not even as the youthful trio who released a seven-inch single, their second, called ‘Boys Don’t Cry,’ in 1979. Right from the start, the British music press treated the Cure as something of an embarrassment—they were not as political as the Clash, too nice to be the Jam, and their moody despondency did not have the same touch of authentic despair as Joy Division, whose lead singer, Ian Curtis, committed suicide in 1980. Despite critical mockery, the Cure has been commercially successful and intensely adored. The devotion they attract has made them easy to dismiss as the quintessential band of adolescent woe, Pied Pipers for the world’s ever-replenishing supply of tearful suburban teen-agers. I want to say that their best songs are their most heartfelt ones, but their worst songs are that, too, while some of their most perfect songs—like ‘Boys Don’t Cry,’ or ‘The Love Cats,’ or ‘Friday I’m In Love’–are absolutely throwaway.

Un enorme telefono senza fili.

Leggendo sull’Atlantic un articolo di Joe Pinsker sugli scenari futuri cui i sistemi di traduzione simultanea ci condurranno, ho trovato questo passaggio che rinforza le mie convinzioni. E cioè che, ancora per molto tempo, servizi pure innovativi come quello della traduzione simultanea appena resa disponibile anche in Italia da Skype, saranno sostanzialmente inutili:

A mio padre piace raccontare una storia che riguarda un suo amico scienziato. Il quale una volta esordì ad una conferenza che stava tenendo in Giappone raccontando una barzelletta che durava un paio di minuti. Dopo averla raccontata in inglese, aspettò che fosse fatta la traduzione per il pubblico. La traduttrice però parlò per pochi secondi, dopodiché il pubblico esplose in una risata.
Una volta finita la conferenza, lo scienziato chiese alla traduttrice come aveva potuto riassumere l’umorismo della sua barzelletta in una forma così concisa. Lei alzò le spalle e disse: «Ho spiegato che il nostro ospite americano aveva appena raccontato una barzelletta molto divertente, e che quindi tutti avrebbero dovuto ridere».
La storiella su questo scienziato dimostra la qualità soggettiva e tutta umana della traduzione. Muoversi tra diverse lingue di rado vuol dire tradurre letteralmente il significato; richiede il costante riposizionamento di input imprevisti, infinite decisioni soggettive e qualche consapevolezza sociale. In altre parole, tradurre è qualcosa per cui sono portati gli umani, non le macchine.

Il motivo di questo mio scetticismo è presto detto. Non vorrei che la già pigra umanità facesse troppo affidamento su questo tipo di servizi, e li collocasse nel suo ordine di priorità molto al di sopra del cercare di imparare una lingua straniera che possa rivelarsi utile nel lavoro o nelle relazioni sociali. Il risultato sarebbe imbarazzante: milioni di persone che credono di comunicare con milioni di altre persone facendo affidamento su un servizio terzo nei confronti del quale non possono avere l’onere della prova circa il fatto che si stia comportando correttamente. Un enorme telefono senza fili, dove alla peggio nessuno capirà nulla di ciò che sta dicendo il suo interlocutore e, alla meglio, tutti annuiranno alle affermazioni altrui fingendo di averle capite — un po’ come la traduttrice che chiede al pubblico di ridere per una barzelletta appena raccontata in un’altra lingua.

Riscrivere gli incipit

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Paolo Nori è, secondo me, uno dei migliori scrittori italiani della sua generazione, ed un gran esperto di letteratura russa (ma questo gli viene riconosciuto unanimemente, non è solo «secondo me»). Qualche anno fa, Marianna Rizzini del Foglio gli dedicò un lungo ritratto, per chi volesse inquadrare meglio il personaggio. I suoi libri, i suoi racconti e le sue storielle non sono solo belli e interessanti per ciò che contengono, ma anche per come lo contengono. La sua lingua scritta è molto parlata: suona bene, ed è piena di anacoluti e altre cose del genere che se le scrivessi io — se le scrivessimo noi — sarebbe ridicolo. Eppure, sembra ridicolo anche a qualcuno che fa il suo stesso mestiere. Lo stesso Nori lo racconta oggi su Libero: a Pasqua un suo conoscente lo chiama al telefono, gli spiega di aver parlato di lui con uno «scrittore romano» e che questi gli ha riferito che Paolo Nori sarebbe meglio che «i libri li scrivesse in italiano». A Nori, allora,

è venuto in mente di una volta che ho sentito il mio amico Daniele Benati che, in una relazione dove parlava di lingua scritta e lingua parlata, citava la prima frase di un romanzo che ho scritto, che si intitola La banda del formaggio, frase che è pronunciata dal protagonista del libro, che si chiama Ermanno Baistrocchi, e che dice: «Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate?». In quella relazione, Daniele aveva poi trasformato quella prima frase della Banda del formaggio in una frase grammaticalmente corretta che era, se ho trascritto bene: «Ma ai giornalisti, non capita mai che sorga il dubbio che i loro articoli siano assurdità?».
Ecco. Questa seconda frase, cioè la variante in italiano corretto della prima frase della Banda del formaggio, è una frase che io non scriverei mai, e che mi sembra non solo poco interessante, repellente, proprio, e che mi rimanda a un personaggio non solo poco interessante, repellente, proprio, mentre molto interessante e attraente mi sembra la voce che pronuncia la prima frase, quella scorretta, cioè la voce di Ermanno Baistrocchi, praticamente.

Milano a mano armata.

Scrivendo la cronaca del drammatico episodio della sparatoria di questa mattina al Palazzo di Giustizia di Milano, il sito del Corriere della Sera ha messo insieme un paragrafo gustosissimo da leggere — tutto un periodare breve, brevissimo, figlio della concitazione di dover aggiornare e editare il pezzo man mano che arrivavano nuove notizie. Con l’utilizzo di espressioni risalenti al giornalismo degli anni Sessanta e Settanta, quando a Milano e dintorni si aveva a che fare con la «mala»: «braccato», «acciuffato», «asserragliato», «rocambolesco».

Spari in un’aula di Palazzo di Giustizia di Milano. A sparare in tribunale sarebbe stato Claudio Giardiello, imputato per bancarotta fraudolenta. L’uomo avrebbe esploso 4 o 5 colpi di pistola al terzo piano del tribunale, sul lato di via Manara, attorno alle 11 di mattina dopo che il suo difensore ha rinunciato al mandato, scatenando il caos all’interno dell’edificio. I morti sarebbero tre, tra loro sarebbe rimasto ucciso un giudice, raggiunto però dallo sparatore al secondo piano dell’edificio, nel suo ufficio. Ci sarebbe almeno un’altra persona ferita.
L’uomo, secondo fonti del Corriere della Sera confermate poi dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, è stato acciuffato dai carabinieri a Vimercate, in Brianza, alle porte di Milano, dopo una rocambolesca fuga su una moto e dopo essere stato braccato dalle forze dell’ordine all’interno del Palazzo di Giustizia, asserragliato al terzo piano.

Smarter e dumber.

Il 31 marzo Amazon ha presentato Amazon Dash, il pulsante che permette di ordinare automaticamente un prodotto — il detersivo, il caffé, il dentifricio: l’elenco dei prodotti e dei marchi è in aumento — nel momento in cui ci accorgiamo che è finito, o alla meglio nell’immediatezza della sua fine. Il servizio, rivolto inizialmente solo agli utenti Amazon Prime Fresh e per ora disponibile in via sperimentale solo negli Stati Uniti, prevede una consegna veloce, come mostra il video promozionale qui sopra.

In Europa — in Italia, soprattutto — stiamo ancora baloccandoci sulla questione centri commerciali sì/centri commerciali no. Vi assicuro che capita veramente, e vede due squadre schierate. Da una parte ci sono i difensori dei centri commerciali, che non sono difensori tanto di un modello di consumo (giusto o sbagliato che sia), quanto di una serie di effetti collaterali che questo modello (e quindi il suo ampliamento anche in senso fisico) porta con sé; di solito si tratta di amministratori locali, gente che non vede l’ora di rimpinguare le casse dissestate del suo comune con oneri di urbanizzazione e progetti di compensazione. Dall’altra, c’è la squadra di chi sta contro i centri commerciali: gente che probabilmente ha il tempo di fare la spesa tutti i giorni della settimana (gente che ha tempo in generale, dunque) e che, di solito, nasconde dietro non meglio precisate e argomentate «questioni ambientali» l’opposizione ad un modello che ritiene essere, nella fattispecie: «culturale» e, ovviamente, «negativo», figlio del liberismo. La solita battaglia di principio, come se ne vedono tante in Italia, che trova la sponda in vari settori (se vi interessa la questione, ma non c’entra nulla con quanto sto scrivendo, c’è un fantastico editoriale del professor Angelo Panebianco sul Corriere della Sera).

Quello che le due squadre, chi è a favore dei centri commerciali e chi è contro, non vedono è che le loro argomentazioni sono abbondantemente superate dalla realtà. Dicevamo che qui da noi stiamo baloccandoci ancora se sia meglio ampliare i centri commerciali o dare fiato al commercio di vicinato (come se ci fosse un reale nesso di causa-effetto tra le due cose); là, da loro, dal posto da cui provengono quelle tendenze che poi noi adottiamo con un ritardo stimato tra i dieci e i vent’anni (siamo ancora gente che non ha/non usa la carta di credito, siamo figli della diffidenza) — là, dicevo, prima ancora che qualcuno si ponga un problema filosofico sul commercio e il consumo, qualcun altro inventa un pulsante da posizionare sopra la lavatrice e con il quale ordinare l’ammorbidente finito, che verrà recapitato direttamente fuori dalla porta.

Io non dico se questo sia meglio o peggio dell’acquistare l’ammorbidente in un enorme iper-mercato piuttosto che nel negozio sotto casa. Dico solo che, con ogni probabilità, è la strada che il futuro della grande distribuzione percorrerà. Con immenso scorno di entrambe le squadre attualmente in campo qui da noi: quella miope degli amministratori locali, che si ritroveranno edifici figli di un paio di rotonde sistemate e dei quali non sapranno cosa farsene una volta che ci saremo spostati sulla Rete; e quella più o meno per bene, perché miopemente anti-capitalista, che subirà la celebrazione dell’acquisto facile e compulsivo spostatosi nel frattempo dal centro commercisale al bottone collegato direttamente con l’operatore della grande distribuzione organizzata. Una squadra che ancora una volta conterà i suoi adepti insieme alle ferite, dopo essersi imbattuta nell’ennesima sconfitta dopo che la storia ne aveva già sancita una anni fa.

Sul New Yorker Ian Crouch muove una critica ad Amazon Dash — che no, non è stato un pesce d’aprile sebbene tutti in un primo momento pensavano di sì e anche in questo, se me lo si consente, sta tutta la grandezza di Amazon. È una critica un po’ al consumo in sé (e vabbé…), ma soprattutto alla limitazione della scelta e alla facilità dell’acquisto che questo metodo finisce per imporci:

But what if there is actual value in running out of things? The sinking feeling that comes as you yank a garbage bag out of the box and meet no resistance from further reinforcements is also an opportunity to ask yourself all kinds of questions, from “Do I want to continue using this brand of bag?” to “Why in the hell am I producing so much trash?” The act of shopping—of leaving the house and going to a store, or, at the very least, of one-click ordering on the Amazon Web site—is a check against the inertia of consumption, not only in personal economic terms but in ethical ones as well. It is the chance to make a decision, a choice—even if that choice is simply to continue consuming. Look, we’re all going to keep using toothpaste, and the smarter consumer is the person who has a ten-pack of tubes from Costco in the closet. But shopping should make you feel bad, if only for a second. Pressing a little plastic button is too much fun.

È una critica non molto diversa da quella che fa chi condanna la facilità dei pagamenti elettronici: senza la moneta si perde il contatto con la realtà, si spende troppo facilmente e troppo poco con coscienza. È una cantilena che abbiamo sentito spesso. Ma è una cantilena infondata, figlia del desiderio di combattere contro i mulini a vento tipico di chi è immerso in ideologie e/o vuole arrestare l’inarrestabile. Una cantilena inutile. A meno che non vogliamo arrenderci alla realtà, e pensare solo per numero di rotonde, o per quello di negozi di vicinato salvati da un destino del quale, peraltro, spesso i veri artefici più che i centri commerciali o il commercio elettronico sono gli stessi commercianti.

L’unica critica seria, e Crouch nel suo articolo la tocca almeno lateralmente, è questa: ma tutto questo cercare di essere più smart non ci sta invece rendendo più dumb? Ha un suo senso e un suo fascino, se non altro perché mi viene difficile ritenere una persona intelligente — o più intelligente — solo perché ordina l’ammorbidente con un bottone. Ma per risolvere basterebbe iniziare a misurare l’intelligenza delle persone da altro.