Archivio mensile:Marzo 2015

Il grande fratello di cui non ci preoccupiamo.

bigbrother

Tra gli italiani c’è uno strano ‘doppiopesismo’ quando si tratta di privacy. Ogni volta che qualcuno prova a limitarla con azioni che prendono di mira le nuove tecnologie, c’è una rivolta. Quello che più o meno è successo anche in queste ore, con l’annuncio del passo indietro del governo che ha tolto le modifiche proposte nel codice di procedura penale contenute nel decreto sull’antiterrorismo, in seguito ad una rivolta via web degli utenti non molto felici di trovarsi, un giorno, un programma-spia nel proprio computer.
Sempre rimanendo nel tema delle nuove tecnologie, spesso ci preoccupa l’enorme quantità di dati sensibili che i colossi dell’informatica e della rete hanno a disposizione sul nostro conto. Google conosce ciò che ricerchiamo, Facebook i nostri gusti, Amazon i nostri acquisti. E così via.

C’è però un aspetto delle nostre vite che non ci preoccupa, o che sembra preoccuparci infinitamente meno rispetto agli esempi esposti poco sopra. E riguarda il fatto che lo Stato, ormai, conosce tutto di noi. È una contraddizione che ha messo bene in evidenza l’economista e studioso liberale (ma lui preferirebbe «libertario») Alberto Mingardi, con un editoriale su La Stampa. Spiega Mingardi che ormai «il segreto bancario è morto e sepolto, dentro e fuori i confini delle nazioni, [ma] nessuno ha recitato una prece». Oggi lo Stato sa tutto di di noi e controlla ogni nostro movimento: non solo quanto guadagniamo e quanto spendiamo, ma come questo si rapporta al nostro stile di vita, quali investimenti facciamo, se abbiamo debiti e di quali entità. E non vale, secondo Mingardi, la massima che vuole che «gli onesti non hanno nulla da temere», perché in realtà questo spionaggio statale porta ad una «straordinaria concentrazione di potere che si produce, in capo ad organizzazioni che possono essere informate, in tempo reale, di ogni e qualsiasi transazione economica». Una concentrazione di potere che non solo dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il concetto di libertà e privacy, ma che secondo l’economista è del tutto simile a quella che si tira in ballo (e che tanto desta preoccupazione) quando ci sono di mezzo i colossi del web come Google o Amazon.

Ma perché, allora, nessuno si lamenta più di tanto, nessuno «recita una prece» o grida sdegnato? Scrive Mingardi:

Abbiamo la percezione che siano problemi dei ricchi, che a noialtri dovrebbero interessare poco o punto. Perché abbia senso essere sleali col fisco, bisogna che ci sia un patrimonio da occultare. C’è da dire che ‘ricchi’ sono sempre gli altri. Nella Russia di Stalin, per essere kulako, contadino proprietario e dunque nemico di classe, era sufficiente possedere due mucche.
Oggi, è un’idea molto diffusa che la burocrazia fiscale si stia attrezzando per prendere all’amo i pesci grossi, trascurando di passare ai raggi X quelli piccoli. Parrebbe un ragionamento di buon senso: val la pena concentrare risorse, per andare a prendersi il bottino più sostanzioso. E tuttavia, non è sempre così: si pensi a quanto avvenuto a quell’operaio pisano che si è trovato alla porta l’Agenzia delle Entrate, perché era andato due volte in crociera nel corso dello stesso anno. Troppe vacanze, per il reddito di quella famiglia: o così almeno, è apparso a dei funzionari, senz’altro ben intenzionati.
È facile sorridere di un eccesso di zelo, ma ciò che conta sono i meccanismi che lo hanno reso possibile. La tracciabilità ‘assoluta’ rappresenta un cambiamento epocale. Chiamiamola pure «trasparenza», ma implica un potere di sorvegliare le nostre vite che i più tremendi regimi del Novecento neanche si sognavano.

Capi d’accusa low cost.

Ieri, seguendo le notizie che riportavano la tragedia del volo della Germanwings precipitato in Francia, notavo che ogni volta si faceva riferimento al fatto che la compagnia fosse low cost. L’ho anche scritto su Twitter, ad un certo punto: nella mia ignoranza sull’argomento, pensavo (e penso tutt’ora) che far notare insistentemente l’appartenenza della Germanwings alla categoria delle compagnie low-cost fosse scorretto. Un po’ come quando nei casi di cronaca nera si calca sempre la mano sulla nazionalità dell’accusato, soprattutto quando la nazionalità non è italiana. Ma essere ‘low cost’ non è un’aggravante, o un modo per circostanziare la tragedia, o peggio ancora per insinuare l’esistenza di due differenti classi di voli: quella regolare, più sicura; e quella low cost, dove il brivido del biglietto a prezzo minore è da contrappesarsi al rischio maggiore di sciagura aerea.

La storia si è ripetuta questa mattina sui giornali. Ne ho sfogliati tre o quattro, di quelli principali, e in tutti gli articoli sulla questione si leggeva nel titolo, o nel sommario, o nell’occhiello (o nel boxettino esplicativo) la dicitura «low cost». Nessuno dei giornali, o dei singoli articoli, scriveva esplicitamente che volare con una compagnia low cost è più rischioso. Del resto, oltre ad essere una stupidata, è anche difficile da dimostrare. Passava però l’idea, un po’ sottotraccia e un po’ no, che sia così, o comunque che sia ‘più vero’ il suo contrario, e cioè che le compagnie aeree tradizionali sono più sicure. Fa nulla se sono le stesse compagnie tradizionali ad inseguire il modello delle low cost, se non addirittura a dotarsene, com’è il caso della Germanwings posseduta dalla Lufthansa.

Fortunatamente ho scovato un paio di lodevoli eccezioni. Su La Stampa, ad esempio, un articolo di Beniamino Pagliaro a pag.7 spiega che le compagnie low cost sono «ai vertici» per quanto riguarda la sicurezza. E Ettore Livini, su Repubblica, fa pienamente luce sulla questione:

I primi processi sommari hanno messo sul banco degli imputati il tradizionale capro espiatorio del settore: le compagnie low cost. Colpevoli, è il mantra dei critici, di aver ridotto all’osso le spese di gestione a scapito della tranquillità dei passeggeri.
Puntare il dito, a caldo, è facile. Germanwings e il velivolo caduto in Provenza, applicando le teorie lombrosiane al trasporto aereo, sono candidati ideali a finire alla sbarra: l’aerolinea tedesca è una delle più vecchie realtà a basso prezzo del vecchio continente, a suo modo un pioniere del settore. E l’Airbus schiantato al suolo aveva quasi 25 anni e 58.313 ore di volo d’onorato servizio sulle ali.
La realtà e i numeri però, dicono gli esperti, raccontano tutta un’altra storia. Le regole dei cieli — primo fatto — sono uguali per tutti: controlli, manutenzioni e limiti a orari di valgono per qualsiasi compagnia, indipendentemente dal costo cui vende i biglietti ai passeggeri. Non solo: da quando le low cost hanno conquistato i cieli d’Europa (oggi gestiscono circa il 32% dei decolli) il numero di incidenti, anziché aumentare, è diminuito. «Anzi, spesso sono loro che hanno i risultati migliori quando i nostri tecnici effettuano ispezioni a sorpresa per controllare il rispetto delle norme», racconta Fabio Nicolai, direttore centrale delle attività aeronautiche dell’Ente nazionale dell’aviazione civile (Enac).

Anche per quanto riguarda la manutenzione, il discorso non cambia:

Ogni aereo, non importa che nome ha pitturato sulla livrea, deve superarne una verifica pre-volo del comandante e degli addetti di rampa da completare con analisi più profonde e dettagliare ogni 150 ore di utilizzo. Poi ci sono i servizi in hangar: uno stop ogni sei mesi di un paio di giorni per un tagliando completo e – ogni due anni – la cosiddetta ‘heavy maintenance’ dove un jet viene smontato fino all’ultimo rivetto per verificarne l’affidabilità. Vale per la Lufthansa ma vale pure per la Germanwings. L’European aviation safety agency effettua migliaia di verifiche a sorpresa – 800 in Italia lo scorso anno – su oltre 150 indicatori di bordo (dall’usura dei pneumatici, alla pulizia del vano carrelli fino alle perdite d’olio) senza guardare in faccia nessuno. E anche in questo campo — dicono all’Easa — i risultati delle low cost dei paesi avanzati non hanno niente da invidiare a quelli dei rivali.

Certo, nelle cronache si legge anche della protesta del personale di volo della Germanwings, che è rimasto a terra facendo saltare una trentina di voli. È una protesta comprensibile: chiunque, al posto loro, avrebbe fatto lo stesso e chiesto che venisse fatta completa luce sulla sicurezza. È però, temo, anche una protesta che nasconde un’altra finalità: quella di dare una regolata ai rapporti di forza tra azienda e dipendenti. Le compagnie low cost riducono i costi — fino al 30%, spiega Livini nel suo articolo — rispetto alle compagnie tradizionali anche perché hanno capito che la forza è tenere in volo un aereo più tempo possibile. E infatti, spiega sempre Livini, gli aerei delle low cost volano in media 11 ore al giorno, contro le 9 della flotta delle compagnie tradizionali. La protesta del personale è quindi giusta e in qualche modo comprensibile sull’onda emotiva di una strage. Però, mi sembra, ha poco a che vedere con la sicurezza.

Anche il continuo riferimento alle compagnie low cost ha poco a che fare con la sicurezza, ma potrebbe incidere molto con l’aumento del senso di inquietudine che segue le grandi tragedie. Lo spiega bene Antonio Pascale con un articolo sul Messaggero: sappiamo tutti che l’aereo è il mezzo più sicuro che esista, però siamo pronti a mettere in dubbio questo dopo tragedie come quella del volo della  Germanwigs. Scrive Pascale:

Se muoiono tante persone e tutte insieme — e a bordo del volo 4U 9525 c’erano 144 passeggeri, 2 piloti e altri 4 membri dell’equipaggio — reagisci con la paura ed eviti quella situazione. Non si tratta solo della paura della morte, ma di morire in un determinato modo, tutti insieme, nello stesso istante e in breve tempo. Non solo: pensiamo alle povere vittime, cosa avranno provato, e speriamo, con tutta l’empatia possibile, che non se ne siano accorti, non abbiano sofferto. Questa sensazione ci ha accompagnato fin dagli esordi della nostra storia evolutiva e non sarà facile scrollarsela da dosso. Anche perché la certezza è un’illusione altrettanto pericolosa, e in una società complessa poi, genera dei fastidiosi problemi, ci porta a pensare che possiamo e dobbiamo controllare tutto, ci fa compiere scelte sbagliate o non ci fa muovere affatto.

Tic e condivisioni di riflesso.

Chinua Achebe è stato uno scrittore e critico letterario nigeriano, famoso dalle nostre parti soprattutto per il romanzo Il crollo (1958). È morto a Boston il 22 marzo 2013, due anni fa.

Negli ultimi giorni si è assistito però ad una specie di sua seconda morte. Tutto è partito dalla rete. Come ha ricostruito Joshua Benton su Neiman Lab, qualcuno per celebrare l’anniversario della sua morte ha scritto un tweet e ri-condiviso l’obituary che il New York Times aveva dedicato allo scrittore. In pochissimo tempo, Achebe è diventato trending topic su Twitter e su Facebook, con la notizia della sua morte condivisa da moltissime persone, tra cui personalità attendibili come Susan Rice, consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, che in un tweet del 23 marzo (poi rimosso) parlava di «giornata triste per la Nigeria»:

First Post, che ha ricostruito tutta la storia, parla del fenomeno della «condivisione di riflesso»: si condivide senza porsi troppe domande sul contenuto di ciò che si sta condividendo, ma anzi dando per assodato che, parlandone la rete ed essendo citata una fonte autorevole come il New York Times, la notizia sia non solo affidabile, ma anche ‘fresca’. A tal proposito scrive Shirley Li sull’Atlantic:

I lettori spesso non fanno caso alla data di pubblicazione di una storia, perché non c’è associazione tra la stessa e il momento in cui la leggono. Nel passato, la gente prendeva fisicamente in mano un giornale raccogliendolo sulla porta ad una certa ora del giorno (o accendeva la TV per vedere i notiziari della notte). Oggi quelle stesse notizie vengono presentate su internet non sotto forma di titoli, ma di topic; vengono trasformate in parole chiave che a loro volta diventano hashtag. La nozione di data di pubblicazione associata a storie individuali oggi sembra datata. E dal momento che chi produce le notizie fa sempre più affidamento sui social network (soprattutto su Facebook) per farle circolare, tutto l’ecosistema delle notizie incentiva il tenere la data e l’ora di pubblicazione in qualche modo nascosta.

La conseguenza maggiore di ciò è la scomparsa di una data di scadenza per le notizie, siano esse breaking news (e dunque qualcosa di legato ad un determinato momento) o storie che possano essere letta anche fuori dal contesto temporale nel quale sono avvenute. First Post fa poi notare anche un altro aspetto che deriva da questa vicenda, e che ha a che vedere con la distrazione e i riflessi automatici dovuti all’esposizione a flussi ininterrotti di informazioni:

Siamo abbastanza certi che molte persone che hanno condiviso il link al NYT con l’obituary di Achebe abbia fatto lo stesso due anni fa, quando lo scrittore morì per davvero — e se ne sia semplicemente dimenticata. Nel flusso infinito di condoglianze via web, è molto facile perdere traccia di quelle che hai espresso nella tua timeline. E se un certo numero di persone che ricordavano che Achebe era morto due anni prima hanno ridacchiato in silenzio osservando le loro timeline, la verità è che fenomeni di questo tipo dicono qualcosa su di noi e sul moto in cui rispondiamo al flusso costante di informazioni che proviene da internet.

Oriundismi

oriundi

Stefano Bartezzaghi, che si occupa delle cose della lingua italiana come nessun altro, approfitta [La Repubblica, 24.03.2015] della polemica innescata da Roberto Mancini sugli ‘oriundi’ in Nazionale per fare un po’ di chiarezza sul termine, partendo dalla sua esperienza di collezionista di figurine dei calciatori nei tardi anni Sessanta:

[Il termine] «oriundo» non era affatto un nonsense. I calciatori «oriundi» appartenevano a una categoria che andava all’esaurimento: non ne venivano tesserati di nuovi, le frontiere si erano serrate da un pezzo; ma alcuni delle ultime ondate erano ancora in attività (Sivori! Sormani! Pesaola! l’intramontabile Altafini!) e il loro status veniva segnalato dalle sobrie didascalie dell’editore Panini: «oriundo». Nessuno spiegava ai piccoli collezionisti di allora che l’aggettivo derivava dal gerundivo del latino oriri, nascere, avere origine. Significava qualcosa come «indigeno», insomma, ma senza connotazioni sgradevoli («indigeni» era allora un sinonimo di «primitivi», con il tremendo girotondo di specificazioni: baluba, zulu, bagonghi…). Gli oriundi italiani erano in definitiva calciatori nati qui o là, Argentina o Belgio, figli o nipoti di immigrati. Dirigenti sportivi scartabellavano archivi parrocchiali. Anche solo una nonna italiana, se reperita e in qualche modo documentata, poteva consentire a un calciatore sostanzialmente straniero di venire schierato come italiano, anche in Nazionale. Andrebbe quindi detto sempre «oriundo italiano», intendendo «originario (anche lontanamente) dell’Italia»; ma nell’uso rimaneva quella strana parola scempia: «oriundo», come dire «originario» ma senza origine. Un po’ come quando il lattaio chiede quale latte si desidera e gli si risponde «il parzialmente». Aggiungere «scremato» parrebbe da puristi pedanteschi.

Pubblicare, ripubblicare e altre cose.

Massimo Mantellini sul suo blog, partendo da un caso personale, solleva una questione piuttosto interessante. È capitato che l’edizione del Foglio di ieri riportasse per intero un suo articolo, precedentemente apparso sul blog che tiene sul Post. Per chi non lo sapesse — e dunque anche per Mantellini, che dubito non lo sappia ma sembra far finta di — Il Foglio del lunedì, quello che esce su carta color salmone, non è curato dalla redazione del giornale romano, ma da un service esterno diretto da Giorgio Dell’Arti. E dal 1996, anno in cui prese ad uscire ogni lunedì (giorno in cui Il Foglio ‘tradizionale’ non è in edicola), ripubblica il meglio di quanto apparso sulla stampa nazionale.

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Lo strano caso dei metadati musicali.

metadata

Sul Wall Street Journal David Gelernter tira fuori una questione sempre più importante per la musica all’epoca del digitale: quella della mancanza di un adeguato apparato critico. È evidente a chiunque ascolti musica tramite iTunes o Spotify la totale assenza delle informazioni che solitamente vengono fornite insieme al supporto fisico. L’ho anche scritto un paio di volte. Gelernter lamenta questa mancanza soprattutto nel campo della musica classica (che, secondo lui, è eccessivamente frammentata e frammentaria nella fruizione digitale). A ben vedere, però, il discorso può essere esteso a qualunque genere musicale:

Spotify e iTunes hanno moltissima musica classica. Ma sfortunatamente la odiano (o così sembra). Tenere insieme i quattro movimenti di una sinfonia può essere un’operazione ardua, perché l’unica unità musicale che questi siti riconoscono come valida è la ‘canzone’. Spesso non si capisce, anche osservando le piccolissime immagini che riproducono le copertine dei Cd o degli Lp, chi siano gli interpreti — questo perché, evidentemente, i musicisti di classica non sono propriamente umani — e del resto a chi interessa chi sono davvero? Spesso non si riescono ad ottenere nemmeno i più basilari dati su dove, quando e come la performance è avvenuta e la registrazione prodotta. I vuoti nelle collezioni online sono poi bizzarri. Spotify ha un sacco di registrazioni di scarsa importanza eseguite dal grande violoncellista Steven Isserlis e parecchie registrazioni delle suonate per violoncello di Brahms, molte delle quali nelle versioni di Yo-Yo Ma o Jacqueline du Pré (evidentemente qualcuno più anziano in ufficio, mentre scrollava la cenere dal suo sigaro, deve aver detto a chi si occupava del catalogo: «Questi due vendono!», e nessuno si è mai dimenticato l’ammonimento). Ma non esista una copia delle sonate di Brahms eseguite da Isserlis con il pianista Peter Evans, che di tutte quelle esistenti sono di gran lunga le migliori registrazioni.

Tralasciando per un attimo la questione sul numero e la tipologia di registrazioni presenti su Spotify — questione che non dipende, ovviamente, solo da un (pessimo) gusto arbitrario di chi inserisce i cataloghi musicali — rimane il fatto che quello dei metadati musicali nella fruizione digitale è un problema che ha una sua importanza. Tanto più se si considera che, spesso, questi dati non sono sconosciuti, ma vengono forniti dai titolari dei cataloghi delle registrazioni al momento in cui prende il via la distribuzione digitale. Purtroppo, però, non raggiungono mai l’utente finale. Esistono anche aziende — una delle più importanti è Decibel — che si preoccupano di raccogliere i dati delle registrazioni da varie fonti per poi riempire eventuali buchi che nel corso del tempo si sono accumulati all’interno dei servizi digitali. Il funzionamento è ben spiegato in questo video:

La domanda, a questo punto, è molto semplice. Posto che questi dati esistono e sono fondamentali per l’industria musicale (per fare l’esempio più lampante, senza di essi non si saprebbe a chi spettano i soldi da distribuire), sarebbe tanto difficile trovare il modo di metterli a disposizione (almeno una parte) anche agli utenti, senza obbligarli a girare tra Internet e app varie?

Compleanni.

Oggi è l’anniversario dell’espressione «OK», che apparve la prima volta 176 anni fa sul quotidiano Boston Morning Post. Era il 23 marzo del 1839 e, come scrive Allan Metcalf sul blog Lingua Franca, fu quasi uno scherzo: era l’abbreviazione volutamente sbagliata di «all correct».

L’OK è forse una delle espressioni più conosciute in tutto il mondo, a prescindere dalla lingua. Fa notare Metcalf che si potrebbe teoricamente organizzare un picnic mettendosi d’accordo sul da farsi e adoperando solo l’OK come parola — «una specie di Esperanto, solo più facile», scrive ad un certo punto.

Ma l’OK, pur nel suo essere estremamente conciso e riconosciuto da chiunque, ha varie sfaccettature:

I have claimed that this OK is the two-letter essence of an American philosophy of pragmatism, of being concerned above all with getting things done. Something did not need to be perfect to be OK.

But to put it another way, OK introduced a new dividing line between success and failure. If an arrangement or a product is OK, it may be only a partial success, but it’s good enough to get by. Maybe very good, maybe just tolerable. The important thing is that the speaker or writer considers it satisfactory.

We use this OK all the time. If someone slips and falls, we immediately ask, “Are you OK?” And the downed person performs triage with a quick Yes or No—Yes, give me a minute and I’ll recover, or No, call an ambulance.

OK performs this function countless times every day as we coordinate meeting times and places. Like in Shakespeare: “OK, Caesar, see you in the Capitol on the ides”; “OK, Hamlet, I’ll join you on the watchtower at midnight.”

What is OK for one person, of course, may be quite different from what is OK for another. Negotiations are often necessary until everyone is OK with an arrangement. Some may be happy, others reluctant, but the arrangement isn’t definite until everyone has given the OK.

There are different ways of saying and writing OK to indicate different degrees of enthusiasm. I’ve heard from some members of the current millennial generation that texting “K” means grudging approval, “OK” means positive approval, and “okay” implies a degree of enthusiasm. At least those are the signals for some; others surely have different forms of OK for their friends, just as everyone can say OK aloud with varying degrees of enthusiasm.

Case di vetro e indignazioni indiziarie.

Giovanni Orsina, politologo, professore universitario e autore di uno dei più bei testi sul fenomeno Berlusconi (Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio), su La Stampa affronta uno dei temi più scottanti degli ultimi giorni: quello delle intercettazioni e del loro abuso. Scrive Orsina, a proposito dell’ondata di «indignazione indiziaria» che le intercettazioni causano e del cosiddetto mito della «casa di vetro», dove si vorrebbe che in politica esistesse il diritto di sapere tutto di tutti:

Un esempio? Uno solo fra i tanti: la telefonata fra la moglie e il figlio d’un indagato, nella quale si parla dei beni di famiglia. Il lettore legge, e mentre legge già scrive la sentenza di condanna: così tanti soldi altro non possono che essere il frutto d’un illecito. A me invece, se mi è consentita una nota personale, mentre leggo monta la nausea: a vedere le vite di persone a tutt’oggi innocenti (ma non lo meriterebbero nemmeno se fossero dimostrate colpevoli) esposte senza pudore né misericordia al disprezzo universale. E, come mi è capitato di fare non so più quante volte nell’ultimo decennio, mi viene da chiedermi che cosa ci sia di civile in tutto questo.

Ma la «casa di vetro» della democrazia, si dirà, non appartiene anch’essa alla nostra civiltà? Non abbiamo noi elettori e cittadini il diritto di essere informati su chi ci governa e gestisce i soldi pubblici? Certo che lo abbiamo – ma non è un diritto illimitato. Nell’era delle grandi semplificazioni e della demagogia rampante, a quel che sembra, abbiamo dimenticato che la democrazia liberale non è una costruzione solida, coerente, immutabile. È un campo di tensione attraversato da conflitti e contraddizioni, in movimento perenne da un equilibrio storico, fragile e provvisorio, a un altro.

In questo campo di tensione, al nostro diritto a guardar dentro le istituzioni si contrappone non soltanto il diritto alla privacy — che dei «quarti di nobiltà» liberali, in definitiva, ce li avrebbe pure lui —, ma anche l’opportunità che nella sfera del potere sia lasciata qualche zona d’ombra. Il conflitto fra il politico che cerca di nascondere e il giornalista che vuole scoprire è un elemento essenziale della democrazia – è una battaglia che non deve mai concludersi. La democrazia è finita se vince il politico. Ma è in pericolo anche se lo Stato, tramite un suo potere, mette a disposizione del giornalista, in misura eccessiva, uno strumento potente come le intercettazioni. In un’autentica casa di vetro, infatti, non sopravvive nessun essere umano. Un’autentica casa di vetro – che sia davvero, completamente trasparente – brucerà chiunque cerchi di occuparla. Lasciando entrare a ogni giro una nuova processione di aspiranti al governo: salmodianti i loro bravi inni di novità e purezza, inferiori per qualità ai loro predecessori, e destinati comunque anch’essi a essere inceneriti in breve tempo.

Un processo tipico delle società di massa

Matteo-Renzi

Antonio Polito sul Corriere della Sera analizza in un editoriale quelli che secondo lui sono «i due pesi e le due misure» che il premier Matteo Renzi adotta quando si tratti di salvare, o far finta di non chiederne le dimissioni, un ministro, un sottosegretario o qualche altro personaggio di spicco del mondo politico. Il casus belli è quello delle dimissioni dell’ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Secondo Polito si è passati dal giustizialismo di certe procure che condizionavano il mondo politico — e dunque le sue scelte — ad un giustizialismo che, questa volta, è condotto in nome dell’umore del popolo, che Renzi è abilissimo ad intercettare. A farne le spese, come sempre, è il garantismo. Concludendo l’editoriale, Polito sottolinea come quello di seguire l’umore del popolo sia

un processo tipico delle società di massa, ma pieno di incognite. Se infatti un’intercettazione è più importante di una sentenza, e diventa decisivo se farla conoscere o no, per riassunto o testuale, e il momento dell’inchiesta in cui la si rende pubblica, allora rischiamo che la lotta politica condizioni il corso della giustizia, invece che la giustizia influenzi la politica come avveniva vent’anni fa. Un giustizialismo alla rovescia, esercitato dalla piazza invece che dal tribunale. Non so se è meglio. Fu una piazza a salvare Barabba e a mandare a morte Gesù.

Consigli per gli acquisti.

Ad un certo punto, recensendo sul Corriere della Sera il libro, Aldo Grasso ne riporta un passaggio:

Tanti conoscenti, di cui finisci per dimenticarti nome e faccia da un mese all’altro, ma amici no. O si accetta e si corrobora l’ipocrisia come sistema di relazione e stai in compagnia di ipocriti come te e ti senti solo come fai sentire solo chi si fa ipocritamente compagnia con la tua o te ne stai da solo senza chiederti perché lo sei: lo sei perché sei più in gamba e non hai bisogno di una stampella per sentirti dritto solo perché grazie a essa zoppichi come tutti gli altri. E poi non sono un tipo incline a avere abitudini consociative e a lasciarmi trasportare sul nastro mobile delle ritualità, a parte quelle tra me e me legate al mangiare e al sonno

Aldo Busi, Vacche amiche (Marsilio) – esce oggi.