Archivio mensile:Febbraio 2015

La ricerca della visibilità sociale

In un lunghissimo articolo di Jacob Silverman sul Guardian che affronta la questione dell’esserci o non esserci sul web — e la affronta in modo articolato, fin troppo, e anche un filino moralista, nel senso che si perde nel dare un po’ troppi giudizi senza poi arrivare alla conclusione di un suo, di giudizio — c’è spazio anche per quella tipologia di persone che stanno sui social tutto il giorno, pur senza condividere nulla. Ad un certo punto emerge anche un termine che mi riporta indietro alla fine degli anni 90, quando bazzicavo i newsgroup musicali italiani e quella parola si usava molto:

Nel web sociale, la persona che non condivide è vista come un modello superato che non può trovare posto nel nuovo spazio sociale. Se non addirittura sconnessa del tutto, quella persona non è semplicemente connessa a ciò che conta — magari ha una email, ma non un profilo Facebook, oppure sì ma non lo usa molto. (Il termine prevalente per indicare questo tipo di persona è «lurker», una vecchia parola mutuata dalle message board, leggermente peggiorativa, che descrive qualcuno che legge la board ma non pubblica mai i suoi messaggi). Non è strano chiedersi perché un amico stia su Twitter ma twitta raramente, o perché metta spesso «mi piace» sugli status degli altri in Facebook, ma non posta mai nulla. Perché non sono preoccupati di accumulare capitale sociale? Perché ancora, essere nella minoranza “tranquilla” è meglio che non esserci del tutto. Va forse peggio alla persona i cui frequenti tweet e aggiornamenti di stato non ricevono risposta alcuna. Nell’epoca dei social media, sforzarsi per cercare la visibilità e non raggiungerla è un’amara sconfitta.

La vanità degli scrittori.

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«Ho intervistato e condiviso il palco con molti scrittori negli anni, e la maggior parte di essi si sono dimostrati persone modeste e con i piedi per terra. Solo uno una volta è arrivato nella lobby dell’albergo indossando gli occhiali da sole, ma era un attore riciclatosi in scrittore. E di tutti i relatori dei festival letterari ai quali veniva chiesto di indossare il microfono ad archetto, solo due si sono rifiutati di farlo perché rovinava la loro pettinatura — ed erano entrambi maschi».

Julian Baggini, scrittore inglese che si occupa soprattutto di divulgazione filosofica, è l’autore di questa frase, tratta da un suo intervento sul Guardian circa un problema che affligge gli scrittori. I quali non saranno egocentrici come le rockstar, ma non sono neppure immuni da un altro vizio: la vanità. Spiega Baggini:

Più ho esperienza con gli scrittori, più noto i loro piccoli segnali di vanità, come la tendenza a riportare la conversazione ai loro lavori al minimo accenno provocazione. «Come ho scritto nel mio…», affermano al modo della più tipica apertura di un monologo. È un vizio comune, certo, ma visto che gli scrittori dovrebbero essere delle persone eccezionalmente curiose, penseresti che siano i meno propensi a mettere loro stessi (anziché gli altri) al centro di tutto. Ma forse è solo il riflesso del fatto che uno scrittore, oltre ad essere interessato alle cose che succedono del mondo, deve anche esplorare a fondo il suo punto di vista su di esso.

Di volta in volta ho visto scrittori infastiditi anche da critiche miti e anche quando le recensioni tutto sommato presentavano un giudizio positivo. Una volta, per esempio, scrissi quella che pensavo essere una recensione entusiasta di un libro su uno degli argomenti più dibattuti nella storia dell’uomo. Suggerii che l’autore aveva risolto il problema di come dire qualcosa di nuovo circa un tema sul quale era già stata detta ogni cosa, e lo aveva fatto mettendo insieme i pezzi nel miglior modo possibile. L’autore mi rispose, ringraziandomi per le belle parole ma anche dicendosi «devastato» dal mio giudizio di scarsa originalità.

Il peggior esempio di autore troppo sensibile fu invece quando recensii, mi sembra piuttosto generosamente, un libro di memorie. Ricevetti una email dall’autore che minacciava di farmi causa. Il mio errore era stato quello di aver riportato che l’autore aveva picchiato sua «moglie» — quando in effetti si trattava di una coppia convivente.

Whiplash, un roundup.

Il film premio Oscar Whiplash (non che si voglia parlare ancora di Oscar, ma vabbé) secondo Ivan Hewett del Daily Telegraph presenta delle similitudini con il mondo del porno:

Whiplash (come suggerisce il titolo, «frustata» in italiano) è un tipico esempio di pornificazione della cultura, cioè dell’idea che puntare all’estremo e cercare sempre il massimo effetto shock siano gli unici modi per ottenere un prodotto artistico. Come nel porno, tutto dev’essere a favore di camera, e questo lo si ottiene mostrando una scena shockante nel più breve arco di tempo possibile. Tutto deve avvenire alla massima velocità, e così vediamo Flecther attaccare ripetutamente l’impegno dello studente di batteria dopo averlo ascoltato per circa due secondi. Il che non è semplicemente plausibile. Occorre tempo per capire se un batterista è «dentro il groove», ma il regista Chazelle vuole solo condurci velocemente al momento orgasmico in cui il batterista viene umiliato.

Si è letto da più parti che Whiplash potrebbe avere tra i suoi pregi quello di facilitare il ritorno della musica jazz presso un pubblico giovane (o non) che nel tempo ha dimostrato disaffezione nei confronti di questa musica. Il tentativo è lodevole — dato anche il noto conservatorismo del genere musicale, almeno nella sua parte più mainstream — , seppur qualcuno ha già messo in guarda dal rischio che la pellicola possa rendere il jazz un genere hipster. Il fatto è che l’immagine che Whiplash dà del jazz non corrisponde molto alla realtà. Scrive ancora Hewett:

Il jazz che si sente nel film, suonato da quello che si suppone essere il jazz ensamble del miglior college musicale degli Stati Uniti, è straordinariamente smorto. E tutto il college sembra avere sede in un bunker sotterraneo. Non ci sono finestre, e il professore sadico sembra governare l’intera scuola con una bacchetta di ferro. Nessuno ride, nessuno scherza. Mentre chiunque abbia anche la più piccola conoscenza del mondo del jazz sa che il divertimento e il gioco sono alle sue radici.

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Della moda e della pubblicità.

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Josephine Collins è una giornalista e docente di moda all’University of Arts di Londra. In un suo intervento su The Conversation scopre un po’ l’acqua calda dei rapporti tra il mondo dei magazine patinati e quello della pubblicità. Il suo giudizio — che è più rammaricato, che di accusa — arriva dopo il recente sdoganamento, sull’Atlantic, delle riviste di moda come di un grimaldello del femminismo. Scrive Collins:

Chieditevi cosa penserebbero i lettori delle riviste di moda della credibilità del team editoriale di cui si fidano se conoscessero che le copertine sono qualcosa che a volte viene pagato — il costo dello scatto, non una tariffa per la pubblicità — da un marchio pubblicitario. Lo stesso marchio che ha dato indicazioni circa la location, la modella, la pettinatura e gli abiti. Nelle riviste di moda capita spesso che gli stylist debbano rinunciare a delle idee creative per lo storytelling di un servizio fotografico — gli indumenti, dalla testa ai piedi, vengono spesso imposti dai pr delle agenzie pubblicitarie.

Di recente ho sfogliato un magazine dove lo stesso outfit era usato sia nella pubblicità di un marchio che in un servizio. Anche in un mondo dove esiste una regola non scritta secondo cui i pubblicitari mettono il becco anche nei servizi, questo sembra davvero troppo.

Se per i corrispondenti di moda dei quotidiani non essere benvenuti alle sfilate dopo una brutta recensione può essere una medaglia all’onore, la situazione per chi scrive nelle riviste di moda è differente. Gli introiti pubblicitari per le riviste di moda e di lifestyle sono l’anima del successo commerciale, soprattutto in un mondo dove le copie stanno crollando. Non essendo mai state capaci di critica, le riviste di moda mostravano la loro disapprovazione di una collezione escludendola dalle pagine; ora però i pubblicitari chiedono per contratto che tutte le sfilate siano coperte. La minaccia di ritirare la pubblicità, infatti, gioca un ruolo enorme nelle scelte editoriali, e i lettori potrebbero rimanere sconcertati nell’apprendere i negoziati che si svolgono dietro le quinte.

Spaventarsi a morte.

Spesso le espressioni idiomatiche (i modi di dire, insomma), se prese alla lettera non vogliono dire nulla — c’è anche uno studio dietro alla differenza tra i cliché e le frasi fatte. C’è però un’eccezione alla regola, ed è rappresentata dall’espressione «spaventarsi a morte». Quando ci spaventiamo, infatti, il nostro corpo rilascia una grande quantità di adrenalina: è una reazione fisiologica allo stress causato dallo spavento meglio conosciuta come «fight or flight response». In una persona di buona salute e con un cuore forte, questo non rappresenta un problema. È raro, ma sussiste, il pericolo per chi non sia in perfetta salute che il suo cuore si blocchi. Lo spiega bene un video prodotto dai ragazzi di AsapSCIENCE:

Rottamare gli Oscar

Una voce fuori dal coro degli elogi alla notte degli Oscar è quella di Michael Hogan sul Daily Telegraph, che invita a «non credere all’hype» creatosi attorno alla cerimonia e di considerarla per quello che è: «spazzatura». Gli attori sono i primi a finire nel mirino del suo attacco:

Gli attori — che raramente sono tra le creature più affascinanti — fanno discorsi sdolcinati e auto-indulgenti e cazzeggiano in modo pretenzioso sul loro «mestiere». Poche cose risultano meno tediose di queste. Sembrano l’equivalente nello showbiz di quei colleghi che ti mostrano le foto delle loro vacanze e ti raccontano quello che hanno sognato la notte precedente.

Ma Hogan ne ha anche per la cerimonia stessa, che considera qualcosa di molto auto-celebrativo e interessante, forse, solo per gli addetti ai lavori e per alimentare un po’ il chiacchiericcio via social-network:

Gli Oscar sono fondamentalmente una gloriosa festa per l’assegnazione di premi aziendali. Sono importanti per chi vince, certo, ma di scarso interesse per tutti gli altri. Non c’è alcun motivo per cui dovrebbero interessarci più del «Rappresentante dell’anno per le vendite regionali di supposte Anusol» o della cena annuale della Ginsters. Il solo fatto che tutti indossano vestiti costosi e hanno zigomi fotogenici non rende la cerimonia interessante.

Tanta nostalgia degli anni Novanta.

Jason Farago, giornalista e critico d’arte, ha scritto un lungo articolo per la sezione Culture del sito della BBC, nel quale sostiene che nel mondo dell’arte c’è una decade che «sembra appartenere a ieri e alla storia antica allo stesso tempo»: gli anni Novanta. A riprova di ciò, Farago cita alcune grandi esibizioni che si sono tenute negli ultimi anni. Nel 2013, ad esempio, il New Museum di New York ha ospitato una mostra interamente dedicata al 1993, intitolata NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star; mentre lo scorso anno il distaccamento di Metz del Centre Pompidou ha allestito 1984-1999: The Decade, una retrospettiva sulla generazione che ha riportato l’arte francese al centro dell’attenzione. O, ancora, sta per essere inaugurata al Montclair Museum nel New Jersey la mostra Come As You Are: Art of the 90s, interamente incentrata sugli anni Novanta. Queste esibizioni non solo, sottolinea Farago, ci permettono di capire come quell’arte sia venuta alla luce; soprattutto, «dimostrano come quell’arte sia ancora forte quindici anni dopo».

Per capire l’arte degli anni Novanta è essenziale concentrarsi sull’economia prima ancora che sull’estetica. Dopo la sbornia degli anni Ottanta — che Farago descrive come un periodo di grandi eccessi mediatici e deliranti speculazioni, dove le opere d’arte valevano un mucchio di soldi — si assistette nel 1991 ad un crollo del mercato dell’arte, con la chiusura di moltissime gallerie e la caduta delle quotazioni di molti artisti contemporanei fino a quasi il 50%. Per dirla con le parole di Mary Boone, celebre commerciante di opere d’arte, se «gli anni Ottanta erano l’eccesso, i Novanta rappresentavano la conservazione».

Ma cosa caratterizzava maggiormente l’arte degli anni Novanta? Secondo Fargo:

le questioni razziali, la sessualità e il multiculturalismo erano costantemente dibattute all’inizio della decade, in particolare durante la controversia Biennale organizzata dal Whtiney Museum nel 1993, della quale l’opera d’arte più famosa furono le spillette per entrare nel museo, disegnate da Daniel J Martinez, che formavano la frase «Non avrei mai potuto immaginare di voler essere bianco». Anche l’emergere della Rete influenzò fortemente la produzione di arte. Così come la cosiddetta «celebrity culture», soprattutto in Gran Bretagna, dove i giovani artisti appartenenti alla corrente dei Young British Artist conquistarono sia le gallerie che le prima pagine dei tabloid. Il grande tema, tuttavia, era la globalizzazione. Ciò si rifletteva non solo nell’arte di quei giorni, ma anche nelle istituzioni che nacquero in quel contesto: gli anni Novanta furono il decennio in cui le Biennali — da quella di Johannesburg a quella di Montreal fino a quella organizzata a Gwangju, in Corea del Sud — diventarono snodi centrali nella produzione e nella diffusione di arte.

Le spille ideate da Daniel J. Martinez nel 1993 per la Biennale del Whitney Museum

Le spille ideate da Daniel J. Martinez nel 1993 per la Biennale del Whitney Museum

Tra i contributi più importanti al dibattito sull’arte negli anni Novanta, Farago cita il libro del curatore francese Nicolas Bourriaud Estetica relazionale, pubblicato nel 1998, nel quale l’autore si spinse ad affermare che l’arte non era più solo una collezione di oggetti, ma «un modo di incontrarsi: il lavoro di ogni singolo artista è un insieme di relazioni con il mondo, che danno vita ad altre relazioni e così via, all’infinito». Per questo motivo, nota Farago, negli anni Novanta gli artisti hanno iniziato a lavorare su più media e hanno iniziato a creare

eventi o esperienze con i quali i visitatori potevano interagire direttamente. Félix Gonzàlez-Torres ha creato montagne di caramelle da succhiare, che i visitatori della galleria potevano consumare una per una. Rirkrit Tiravanija serviva il curry, gratis. Piotr Ulkański aveva trasformato il pavimento di una galleria in un illuminato dancefloor. Nel 1997, Jeremy Deller aveva collaborato con una sezione di fiati di Manchester, che suonava acid-house arrangiata per tube e tromboni; la reazione dell’artista fu classicamente anni Novanta: «Mi sono reso conto che non dovevo più creare degli oggetti. Potevo organizzare queste specie di eventi, far succedere le cose, lavorare con le persone e divertirmi».

Félix González-Torres (American, 1957–1996). "Untitled" (Portrait of Ross in L.A.), 1991.

Félix González-Torres (American, 1957–1996). “Untitled” (Portrait of Ross in L.A.), 1991.

Nonostante espressioni tipiche dell’arte degli anni Novanta siano passate subito di moda, come la net art con le sue enormi fotografie modificate digitalmente, secondo Farago è quasi sorprendente constatare la freschezza e l’attualità di moltissima arte di quel periodo. Non solo per via del fatto che molti temi di allora sono ancora in voga oggi, come la questione dell’identità o l’impatto delle trasformazioni economiche. Ma anche a livello di lascito culturale:

La pratica sociale delle gallerie che è emersa in quel decennio rimane la lingua franca dell’arte contemporanea di oggi, e le installazioni video che erano innovative negli anni Novanta ora sono alla base di ogni esibizione. Da allora cosa è emerso di nuovo? Al di là di un piccolo ritorno della performance e di un revival della pittura astratta, il lascito degli anni Novanta dura ancora oggi. Le persone fanno ancora la coda per del curry nelle gallerie; l’unica differenza è che oggi lo fotografano prima di mangiarlo.

Per Farago la teoria di Francis Fukuyama, secondo la quale la storia è finita nel 1989, è fallita brutalmente all’inizio del 21esimo secolo, con la crisi economica che ha dato il via alla ripresa dei cicli storici. Ma forse è possibile traslare il pensiero di Fukuyama dalla storia alla cultura: «La successione regolare di periodi e movimenti che ha caratterizzato la storia dell’arte può essere finita, e gli anni Novanta potrebbero essere più di un punto su una timeline: il primo decennio di un lunghissimo periodo di stasi».

Gli accorati appelli in difesa del niente.

Sul Corriere della Sera è apparso un accorato appello (ma avete notato che quando si parla di un «appello» lo si fa precedere sempre dall’aggettivo «accorato»?), primo firmatario Umberto Eco (e vabbé…), seguito da altre 42 firme illustri, contro l’ipotesi di acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori. Quello che ne nascerebbe — già ribattezzato, con sprezzo del buon gusto linguistico, «Mondarizzoli», «Mondazzoli» o «Rizzondadori» — sarebbe un polo editoriale con in mano circa il 40% del mercato. Mercato che, però, è assai morto; e se è vero — come parrebbe — che Mondadori ha messo sul piatto 120 milioni di euro per acquisire una società, la RCS, che ne varrebbe 200, c’è poco da fare se non dire ad Umberto Eco e ai suoi amici (tra i quali, oltre ai soliti noti dalla firma facile, appare anche qualche outsider dell’appello e insospettabile come Pietrangelo Buttafuoco e il mitologico Raffaele La Capria) che è il caso di rassegnarsi. Premessa la lunga vita che si dedica ad ognuno, se va avanti così moriremo democristiani; non sarà un problema, per loro, morire stipendiati da Berlusconi (avrei voluto scrivere «morire berlusconiani», ma mi rendo conto dell’esagerazione).

Tra l’altro, l’appello in questione contiene anche qualche elemento di comicità, come in tutti gli appelli che si rispettino. E lo si trova laddove i firmatari scrivono che, tra i danni che «un colosso del genere» causerà nel mondo editoriale, vi è quello di uccidere «a poco a poco le piccole case editrici». I cui cataloghi, come è noto, sono pieni di titoli firmati da Umberto Eco, Mauro Covacich, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Antonio Scurati e Susanna Tamaro (questo elenco non voglia fare un torto ai nomi qui citati, ma soprattutto a quelli non citati).

C’è un ultima strada che questi scrittori possono percorrere per non incrociare questo tragico destino. Che è quella che la scrittrice Sandra Petrignani traccia sul Foglio. Non volete essere parte di questo nuovo, eventuale, polo editoriale? Non vi resta che rimboccarvi le maniche. Non è una tragedia, nel libero mercato:

Sarebbe bello se ci fosse un ravvedimento generale a partire proprio dagli scrittori ora «molto preoccupati», se non indignatissimi, e pronti a prendersela con i soliti cattivoni berluscononi e manageroni editoriali. Sarebbe bello se gli scrittori tornassero a credere di poter partire da se stessi, se fossero in grado di abbandonare la navona che non affonda, anzi salpa per lidi sempre più arraffoni e maneggioni e spietatissimi, e se ne andassero tutti insieme a fondare qualcosa di nuovo altrove, un nuovo sogno, una scommessa sul futuro dell’arte e della letteratura sottratte alla politica e agli scambi di poteri. Ma non solo gli scrittori, anche gli editor di valore che non ne possono più – a ogni nuovo testo che presentano in casa editrice – di sentirsi chiedere non “quanto è bello?” ma “quanto vende?”, e con loro altre persone di buona volontà, come si diceva una volta. Via tutti a fondare qualcosa di nuovo, di mai visto prima, via a cercarsi industriali sognatori pronti a scommettere su un manipolo di veri pazzi. Chissà che divertimento, allora, e quanti bei romanzi imperituri si tornerebbe a scrivere.

Pensare a se stessi, soprattutto.

OliverSacksBigOliver Sachs, uno dei più affermati scienziati nel campo della neurologia e autore di libri bellissimi come L’uomo che scambio sua moglie per un cappello e Musicofilia, ha rivelato di avere un cancro terminale al fegato. E in un intervento sul New York Times affronta la cosa dal punto di vista di chi conosce il suo destino ma, nonostante tutto, non molla. Sa di non avere più tempo da dedicare «alle cose inessenziali» e che deve invece concentrarsi «su se stesso, sul suo lavoro e sui suoi amici». Insomma, niente perdite di tempo la notte a guardare NewsHour, né troppa attenzione «per la politica o per questioni come il global warming: non per indifferenza, ma per distacco». Soprattutto, nel suo intervento fa una considerazione sui suoi sentimenti:

Non posso pretendere di vivere senza paura. Ma il mio sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; mi è stato dato molto e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Mi sono confrontato con il mondo, un confronto speciale di quelli che capitano ai lettori e agli scrittori. Sopra tutto, sono stato un essere dotato di pensiero, un animale pensante, su questo splendido pianeta, e questo in sé è stato un enorme privilegio e una grande avventura.

E — come già detto — tantissimi auguri.

Tutte le virgole del New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Mary Norris lavora al New Yorker dal 1978 e ha eseguito varie mansioni fino al 1993, quando è diventata uno dei copy-editor del giornale. Ovvero una di quelle persone incaricate di leggere ogni singola parola di ogni singolo articolo in cerca di errori e di conformare il testo a quelle che sono le rigidissime norme di redazione della rivista. Il che vuol dire, tra le altre cose, controllare che «sulphuric» sia scritto «sulfuric», che l’utilizzo delle maiuscole sia coerente e la punteggiatura corretta (si scriverà «light-years» o «light years»?) e che nel correggere una virgola non cambi il senso che l’autore del testo intendeva dare.

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