Gen 8, 2015

Sartrerizzarsi, l’originale.

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Mentre va di moda sartrerizzarsi e rifiutare le onoreficenze, è stata resa nota la lettera che Jean-Paul Sartre scrisse di suo pugno nel 1964 al comitato dell’Accademia Svedese, nella quale spiegava la motivazione del suo rifiuto del premio Nobel.

La storia di questa lettera è piuttosto tortuosa. Sartre aveva sempre detto di non voler accettare alcuna onorificenza o premio, perché «uno scrittore che prende posizioni politiche, sociali o letterarie deve agire solo con quanto è suo — cioè la parola scritta» e «tutte gli onori che potrebbe ricevere esporrebbero i suoi lettori ad una pressione che non considero accettabile». E non cambiò mai idea. Per questo quando iniziò a circolare la voce di una sua possibile candidatura al Nobel, Sartre prese carta e penna e scrisse al comitato dell’Accademia Svedese. Solo che quella lettera arrivò troppo tardi al tavolo del comitato, quando ormai il suo nome era stato scelto e non era più possibile tornare indietro. Fosse arrivata prima, probabilmente la sua stessa candidatura sarebbe stata ritirata. Fino a quel momento, infatti, gli stessi membri dell’Accademia avevano espresso qualche dubbio — non ultimo proprio per via delle dichiarazioni che lo scrittore era solito fare nei confronti dei premi —, tanto che il suo nome fu affiancato a quello di altri due papabili letterati: lo scrittore russo Mikhail Sholokhov (che vinse l’anno successivo) e il poeta inglese WH Auden (che però il Nobel non lo vinse mai).

Ma perché emerge solo ora il contenuto di questa lettera? Perché per prassi, l’Accademia Svedese mantiene secretate per 50 anni tutte le informazioni riguardanti le nomination e le selezioni dei premi Nobel. Certo, sempre nel 1964 in una lettera indirizzata alla stampa svedese (e pubblicata anche in francese su Il Monde e in inglese sulla New York Review Of Books), Sartre aveva già avuto modo di spiegare il perché del suo rifiuto del Nobel, scrivendo che

lo scrittore che accetta un’onorificenza di questo tipo coinvolge non solo se stesso, ma anche l’associazione o l’istituzione che lo stanno onorando […] Lo scrittore deve perciò rifiutarsi di essere trasformato in un’istituzione, anche se questo dovesse avvenire nelle circostanze più onorevoli, come sembra essere questo caso.

Ciò che emerge ora, a distanza di 50 anni, è che la decisione per Sartre non fu affatto semplice, ma costernata da almeno un dubbio. Non era il premio in sé a tentarlo, quanto la cifra che lo accompagnava: 250 mila corone svedesi. Nella lettera oggi resa nota, Sartre scriveva:

O uno accetta il premio e con i soldi può supportare quelle organizzazioni e quei movimenti che considera importanti — e i miei pensieri vanno al comitato londinese contro l’Apartheid. Oppure uno rifiuta il premio sulla base di prodigi principi, e in questo modo priva quei movimenti di tutto il supporto di cui necessitano disperatamente. Ma credo che questo sia un falso problema. Ovviamente rinuncio alle 250 mila corone svedesi perché non desidero essere istituzionalizzato né a Est né a Ovest.
D’altra parte a una persona non può essere chiesto di rinunciare, per 250 mila corone, a quei principi che non sono solo suoi, ma sono condivisi da tutti i suoi compagni. Questo è ciò che ha reso così doloroso per me sia l’assegnazione del premio che il rifiuto che ora sono obbligato a fare.

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