Archivio mensile:Gennaio 2015

Quote of the day

Intervistato sull’Atlantic da Jennie Rothenberg Gritz, alla domanda su cosa lo spinga a continuare a creare storie dopo aver scritto alcuni dei libri di più successo degli ultimi vent’anni, Nick Hornby risponde:

Credo solo di non aver ancora fatto la cosa che realmente voglio fare. Non so cosa sia. So solo che la volta precedente non è andata come doveva.

Many kisses.

Dicono che noi punk italiani abbiamo copiato da quelli inglesi. Bene, per dimostrarvi che noi non scimmiottiamo nessuno, vi farò un gioco nuovo, potrei dire che l’hanno inventato negli USA e farebbe più effetto e invece no, l’abbiamo inventato Cristina e io, si chiama il «finger job», ovvero gioco del dito.

È morto Maurizio Arcieri. New Dada. Supporto ai Beatles. Chrisma/Krisma. Punk. New Wave. Finger-job. Many Kisses. Gott Gott Electron.

Una volta, ai tempi in cui con la moglie Cristina faceva l’ospite fisso ad una trasmissione televisiva sulle reti Mediaset, lo incrociai per i corridoi degli studi. Io conoscevo lui, lui ovviamente non conosceva me, giovane stagista. Caso volle che stavo andando a prendere il caffé con un signore che ai tempi della Polydor era stato il suo discografico. Quando lo vide volle fermarsi a scambiare due chiacchiere. «Ciao Maurizio, quanto tempo!». Maurizio Arcieri fece quella faccia lì un po’ confusa, come a chiedersi chi fosse quella persona. Chiacchierarono un po’ dei vecchi tempi, l’uno contento di aver rivisto uno degli artisti che aveva aiutato a promuovere — Chinese Restaurant, Hibernation, Cathode Mama —; l’altro a reggere abbastanza bene il gioco, perché era evidente a chiunque che non si ricordasse di chi gli stava parlando. Mi sarei fatto un selfie, se a quei tempi si fosse usato importunare le ex rockstar in un corridoio televisivo. Non lo feci. Ma avrei voluto dirgli quanto la sua musica aveva contribuito alla mia formazione musicale, sebbene all’epoca di Lola non ero nemmeno nato.
Avevamo questo incrocio tra Lou Reed, Bryan Ferry e John Foxx (il punk, con la ‘k’, in Italia fu anche, se non prevalentemente, questo) e non l’abbiamo saputo valutare per quello che veramente era, preferendo affidarci alle cronache del Corriere della Sera che raccontavano di quella volta in una balera nel reggiano, il coltellino, il dito ecc — questo in Italia, perché fuori dai confini personaggi come Nico Papathanassiou e Hans Zimmer erano ben contenti di prendere parte ai suoi dischi.

Quando ci allontanammo, la persona con cui stavo andando a prendere il caffé mi disse: «Secondo me non si ricordava». Non sapevo cosa rispondere.

Un paio di mosse così così

Dennis Karjala spiega perché, dopo un certo limite di tempo, è giusto che le opere protette diventino di pubblico dominio:

Se nel 1998 il Congresso non avesse esteso per 20 anni il copyright, oggi Rhapsody in Blue di George Gershwin, Il sole sorgerà ancora di Hemingway e Via col vento di Margaret Mitchell sarebbero di pubblico dominio. Batman e Robin potrebbero essere usati da chiunque. Mentre i film del 1940 — come Il grande dittatore di Charlie Chaplin o Furore di John Ford — sarebbero divenuti di pubblico dominio alla fine del 2015.
Invece tutte queste opere — e decine di migliaia di altre — rimarranno coperte da copyright almeno fino al 2019. Certamente, dopo assisteremo ad un altro tentativo di estensione del termine.

Perché evidenziare tutto questo è importante? Beh, come ti sentiresti se dovessi ottenere una licenza dal proprietario del copyright per poter leggere un passaggio della Bibbia in chiesa? O se prima di poter inforcare la bicicletta avessi bisogno della licenza dai discendenti dell’inventore della ruota?

Diamo tutti per scontato il diritto di utilizzare certi pezzi della nostra tradizione culturale, come la Bibbia. E possiamo liberamente utilizzarli perché i diritti proprietari — come i brevetti o i copyright — costituzionalmente devono esistere solo per una certa quantità limitata di tempo. Dopodiché queste opere diventano di pubblico dominio, che vuol dire che nessuno ha l’esclusivo diritto di controllare la loro copia, la loro esecuzione pubblica, il loro uso, la loro vendita o la loro modifica.

Tutto questo avviene mentre Taylor Swift — che pare abbia deciso di giocare un’agguerrita guerra su più fronti — mette il trademark ai testi di alcune canzoni del suo ultimo disco 1989: qui i dettagli di cosa ha protetto e per quali utilizzi. Il motivo di questa scelta lo spiega bene Kelsey McKinney:

Per molti (anche se non necessariamente per Taylor Swift), le vendite dei dischi e lo streaming non contano più per fare i soldi. Una delle fonti di guadagno maggiori per molti artisti — siano essi dei top-seller come Swift o dei cantautori semi-sconosciuti — è la vendita del merchandise. Vendere magliette è profittevole, ma non se chiunque può produrre delle imitazioni e vendere a tuo discapito.

Può sembrare stupido che artisti come Taylor Swift mettano il trademark per così tante frasi e per utilizzi così differenti (il sapone?), ma quello che Swift sta facendo è qualcosa che ogni artista fa già — assicurarsi che l’unica persona che possa trarre profitto dal suo lavoro e dalla sua immagine sia lei.

Ora che possiede il trademark, nessuno può stampare una maglietta con la scritta «The Sick Beat» e venderla al di fuori del luogo del concerto senza infrangere la legge. È una mossa intelligente, anche se può sembrare un po’ stupida.

Il cartogramma del mondo.

immagine via Vox, copyright TeaDranks - clicca per ingrandire

immagine via Vox, copyright TeaDranks – clicca per ingrandire

TeaDranks rappresenta il mondo con un cartogramma: ogni nazione è raffigurata in rapporto al suo numero di abitanti. Scrive Vox:

Un aspetto molto semplice di questa rappresentazione è che, a differenza di molti altri cartogrammi, le forme di ogni nazione sono molto riconoscibili. Avendo pochi abitanti, una larga parte delle nazioni anglofone come il Canada e l’Australia quasi spariscono dalla cartina, mentre le nazioni del subcontinente indiano si gonfiano enormemente. Anche la Russia, se giudicata dal numero di abitanti, si restringe e passa dall’essere un grande territorio ad una nazione di media grandezza. Si vede inoltre che la Nigeria domina l’Africa occidentale in termini di popolazione reale, ciò che non si evince osservando una mappa tradizionale.

So long, Andy

Appena ripresomi per la dipartita di Giuliano Ferrara dal Foglio, arriva il post di Andrew Sullivan a darmi la mazzata finale: smette di bloggare. Seriamente: il rinnovo automatico per gli abbonati è sospeso, ed è stato tolto il pay-meter sugli articoli già scritti. Per due motivi, fondamentalmente:

andrew-sullivanIl primo spero che chiunque possa capirlo: nonostante sia stata l’esperienza più gratificante della mia carriera da scrittore, ho bloggato tutti i giorni per quindici anni filati (beh, abbastanza filati). Un tempo lungo abbastanza per qualunque lavoro. In un certo senso, il motivo sta tutto qui. Arriva un momento in cui devi muoverti verso cose nuove, shakerare il tuo mondo, o riconoscere prima di fare crash che gli esaurimenti possono capitare.
Il secondo è che sono saturo della vita digitale e voglio ritornare in quella reale. Sono un essere umano prima che uno scrittore; e uno scrittore prima che un blogger, e anche se sono stati una gioia e un privilegio essere stato il pioniere di una nuova forma di scrittura, desidero fare altro, in forme più tradizionali. Voglio tornare a leggere, lentamente, con attenzione. E voglio assorbire un libro difficile e rimuginare i miei pensieri su di esso per un po’ di tempo. Voglio avere un’idea e farle prendere lentamente forma, piuttosto che pubblicarla immediatamente su un blog. Voglio scrivere lunghi pezzi che rispondono più astutamente e a fondo alle molte domande che l’esperienza di The Dish mi ha posto. Voglio scrivere un libro.

E voglio passare un po’ di tempo vero con i miei genitori, mentre ci sono ancora, con mio marito, che troppo spesso è una «vedova del blog», mio fratello e mia sorella, mia nipote e i miei nipoti, e ritrovare gli amici che ho dovuto semplicemente abbandonare perché ero sempre incollato al blog. E voglio stare bene. Negli ultimi anni ho avuto crescenti problemi di salute. Non sono correlati al mio essere sieropositivo; il dottore mi dice che sono semplicemente il risultato di 15 anni di quotidiano stress dovuto all’essere sempre sul pezzo. Le ultime settimane sono state particolarmente difficili — e mi hanno costretto a fare i conti con la realtà.

Un grande compleanno.

wyattLa prima volta che ho sentito Robert Wyatt è stata sul disco Third una decina di anni fa. Ci sono arrivato tardi, ma del resto a quel tipo di rock non ci si affeziona durante l’adolescenza: manca il brivido. Che ovviamente non è vero che manchi, anzi. Solo che servono un grande lavoro d’orecchio, una grande pazienza. Mica è musica, quella, che può ascoltare chiunque facendo un volo dal — chessò — punk rock alla scena di Canterbury apprezzandone tutte le sfumature. Io a Third ci ero arrivato via il progressive rock. Le fonti che mi nutrivano (col senno di poi: mica ‘ste grandi fonti) me lo avevano spacciato come uno dei capolavori assoluti del genere, solo un po’ più intriso di jazz (del jazz, al tempo, ero ancora quasi totalmente a digiuno). Mi aspettavo i Gentle Giant, trovai tutt’altro. Non mi piacque, così come non mi piacque Moon in June la prima volta che l’ascoltai: quel brano, ancora più che tutto Third, sono stati il mio primo vero incrocio con Robert Wyatt, cioè con il succo di quello che è Robert Wyatt. Di quello che è sempre stato, non solo nella sua prima parte di carriera (quella di batterista bipede, come ama ironizzare). C’era però qualcosa, in Moon In June, che era impossibile da ignorare: la voce. Robert Wyatt, per il tempo che gli fu concesso di suonare la batteria, era stato un gran bel batterista. Non nel senso che fosse tecnico, o che cercasse nella tecnica, nel manierismo, nel virtuosismo la sua essenza di musicista. Tutt’altro, a Wyatt di quelle cose lì non è mai importato un cazzo. Solo che gli ascolti di gioventù — Cecil Taylor, soprattutto, perché il suo modo di suonare la batteria era un po’ pianistico, e d’altronde stiamo parlando di due strumenti «a percussione» — devono avergli indicato la strada, devono essergli rimasti impressi più di qualunque seminario su uso e tecnica dello strumento. E tanto più pestava — era un pestone, Robert Wyatt — tanto più la sua voce sembrava arrivare direttamente dal lui bambino. Una voce d’angelo, una voce malinconica. Due aspetti che l’hanno sempre contraddistinto. No, non era possibile ignorarlo.

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È cambiato il mondo, anche quello della musica

Per Courtney Harding il problema delle lamentele di quelli come Nick Mason (o di David Byrne e, in certa misura, anche Thom Yorke) nei confronti dei servizi in streaming sta nel fatto che

una volta guadagnavano tonnellate di soldi con la loro musica, ora non più e quindi non va bene. A loro piace tirare continuamente in ballo l’idea di «artista della middle-class» come un qualcosa che debba essere preservato ad ogni costo. Ma sta proprio qui il problema: tra poco non ci sarà più alcuna middle-class di artisti perché non ci sarà più alcuna classe media di nessun tipo.

Secondo Harding ora viviamo nell’epoca della gig economy — un concetto che abbraccia più cose, ma che si applica solitamente ai freelance e a coloro i quali sono costretti a sbarcare il lunario con un lavoretto, magari part-time, che gli consenta di dedicarsi con profitto all’altro lavoro, quello “importante”. Nonostante ciò — sostiene Harding — continuiamo a sperare che le cose ritornino quelle di prima, e ad insegnare ai nostri figli di scegliersi un lavoro che garantirà loro una proficua carriera nel corso della vita. Declinando la questione nel campo dell’industria musicale, scrive Harding:

Una volta ho tenuto una lezione in una classe di college e uno studente mi ha chiesto se pensavo che le vendite di musica sarebbero risalite come un tempo. Certo che no. Non avremo mai indietro l’industria musicale degli anni Novanta, proprio come non tornerà mai l’industria manifatturiera degli anni Cinquanta.
C’è però l’altra faccia della medaglia di tutto questo — oggi per i musicisti ci sono molti più modi di fare soldi. Una band indipendente non venderà mai tonnellate di dischi, ma può licenziare un suo brano per uno spot pubblicitario. Stare in un gruppo cool quando hai vent’anni potrà aprirti le porte di un’agenzia di grido quando ne avrai trenta. Molti marchi e start-up vogliono avere nei loro team esperti di musica; e persino insegnare ai bambini i soliti quattro accordi potrà non essere il lavoro dei sogni per molte persone, ma è sempre una fonte di reddito.
Dobbiamo andare oltre la nozione della vecchia classe media della musica, dove si poteva far uscire un disco ogni due anni, fare una manciata di date, vendere qualche maglietta e guadagnare 75 mila dollari all’anno. La realtà ora è quella di fare il guidatore per Lyft quando sei a casa, magari accettare la composizione di un paio di brani per un’agenzia pubblicitaria, produrre e promuovere la tua musica e lavorare come barista nei weekend. Tutto ciò è meno divertente e più stressante rispetto ai cari e vecchi tempi? Assolutamente. Ma è anche la nuova normalità.

Insomma, per Harding solo chi rimpiange un passato che non c’è più e durante il quale certe cose — certi guadagni — erano dati non solo per scontati, ma anche come dovuti, riesce a scagliarsi contro le nuove fonti di guadagno musicale. Lo insospettisce, tuttavia, che anche qualcuno delle nuove generazioni lo faccia, quando è evidente che non faranno mai parte della «middle class» del passato e che, anzi, è proprio grazie alle nuove tecnologie se qualcuno di questi è riuscito a diventare quello che è («Onestamente, pensate davvero che Psy sarebbe diventato Psy dieci anni fa?»).

Per Harding la conclusione del suo discorso è molto semplice:

Credo assolutamente nel fatto che bisogna pagare gli artisti per il loro lavoro, ma calcolare quanto devono essere pagati (o hanno il diritto di essere pagati) è difficile. Tuttavia opporsi a Spotify, in assenza di una soluzione realistica, suona stupido e privilegiato. Mi è piaciuto essere un figlio del baby boom, appartenente alla classe media, con davanti la prospettiva di una pensione. Ma tutto questo non rappresenta più un’opzione percorribile. Anziché rimpiangere il passato perduto, dobbiamo concentrarci per rendere la gig economy più sostenibile per tutti.

La morte della musica acquistata

Derek Thompson analizza i dati di Nielsen sulla vendita di musica negli Stati Uniti nel 2014 e dice che il mercato della musica acquistata è fondamentalmente morto:

grafico_nielsenQuasi ogni numero nella relazione annuale dell’industria musicale effettuata da Nielsen per il 2014 è preceduto da un segno negativo, inclusi quelli che si riferiscono alle vendite nelle catene (-20%), vendite totali di nuovi dischi (-14%) e vendite online di nuove canzoni (-10.3%). Solo due cose hanno il segno +: la musica ascoltata in streaming e le vendite di dischi in vinile. Da qualche parte in America, un sociologo intraprendente sta sviluppando un’interessante teoria su come l’emergere di nuove tecnologia nei media ironicamente sta amplificando il nostro interesse negli anacronismi della cultura pop.

Dunque cosa dire del vinile? Sta risorgendo, sì, da una pila di cenere. Nove milioni e duecento mila LP sono stati venduti nel 2014, più 51% su base annua, una crescita ancora più veloce di quella dello streaming video. Nove milioni è più di zero ma, commercialmente parlano, l’impatto globale sul mercato è misero. I dischi in vinile contano per il 3.5% delle vendite globali. Il mercato del CD (che è morto, ricordate) è 15 volte più grande.