Dicembre 16, 2014

Contro le liste di fine anno.

waynes_world

Michelle Dean questa settimana è guest blogger su The Dish (pare che il titolare sia in giro a cercare nuovi modelli economici per il suo sito o, come l’ha detta l’altro guest blogger Will Wilkinson in un post utilizzando la solita deliziosa formula anglosassone di trasformare ogni nome in un verbo «Andrew is away Andrewing»). Dean ha scritto un post che mette in croce la mania delle liste di fine anno — quella strana usanza, che prende il via solitamente nei primi giorni di dicembre, e che quest’anno mi sembra abbia raggiunto il suo punto di non ritorno, di elencare tutto ciò che ci è piaciuto durante l’anno e giustificarlo — soprattutto — con il fatto che sotto Natale c’è sempre bisogno di qualcuno cui aggrapparsi per farsi venire delle idee regalo.

Dean fa riferimento specifico alle liste di libri. Oltre a farle incrociare gli occhi intorno alla 25esima posizione, secondo lei queste le liste sono anche il segno molto indicativo del modo con cui funziona l’industria editoriale:

Queste liste sono documenti inquietanti del modo in cui pubblichiamo ai giorni nostri. Mi piacerebbe credere che viviamo in un ambiente editoriale dove si producono un centinaio di libri l’anno in modo ben curato e ponderato. Purtroppo, come ha dichiarato di recente anche Ursula K. Le Guin provocando un certo orrore alla cerimonia dei National Book Awards, gli scrittori invece lavorano in un settore controllato da «speculatori di merci che ci vendono come un deodorante, e ci dicono cosa pubblicare e cosa scrivere». Non è un ambiente straordinario per la produzione della letteratura. Più che altro, gli editori continuano a lanciare un sacco di roba contro il muro per vedere cosa rimane attaccato. Trovo schiacciante e un po’ triste ricevere tutte queste bozze, spesso comprate da un editore per una grande quantità di denaro, che sbattono sulla mia porta con il tonfo indegno di un tacchino scongelato.

Anche io in passato ho pubblicato delle liste di fine anno su questo blog (non metto il link: c’è una funzione di ricerca in alto a destra, se interessati). L’ho fatto soprattutto con le liste dei dischi più belli dell’anno. Quest’anno salto, un po’ perché i miei ascolti hanno raggiunto una dimensione talmente privata che quasi mi imbarazzerei a metterli in mostra, e un po’ perché — arrivati fin qui — sono perfettamente d’accordo con Michelle Dean quando afferma che, se proprio si vuole consigliare qualcosa, conviene farlo volta per volta anziché con una lista-abbuffata che aggiunge caos al caos:

Non è infatti questo che volete leggere da qualcuno che vi consiglia un libro, anziché quelle due righe edonistiche di riassunto nel mare di altri 99 libri?

Un’altra delle controindicazioni delle liste di fine anno è evidenziata da Kyle Fowle su A.V. Club, ed è l’ansia che colpisce i fruitori una volta che si scontrano con questi elenchi:

[un’ansia] in contrasto con lo spirito della cultura pop di queste stesse liste. Fare un elenco dovrebbe essere una celebrazione di ciò che la cultura pop fa per noi; non dovrebbe essere una folle corsa a guardare, ascoltare, leggere il più possibile prima della fine dell’anno. Fare indigestione delle stagioni di The Americans o Mad Men mentre si ascoltano gli ultimi lavori di Flying Lotus, Taylor Swift e Aphex Twin, il tutto cercando di analizzare i propri pensieri sul valore che queste cose hanno nella tua vita, si tradurrà solo in un aumento a dismisura fine a se stesso della cultura pop. È come divorare un intero sacchetto di biscotti in un’unica volta. Ti senti pieno, e in alcuni momenti mangiarli era delizioso. Ma alla fine di tutto ti senti disgustato: quei singoli biscotti, benché deliziosi da soli, ora sono solo una parte identificabile di un’alimentazione frenetica.

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