Archivio mensile:Dicembre 2014

I post più letti dell’anno (e tanti auguri).

Un elenco delle cose più lette su questo blog nel 2014, a giudizio insindacabile di Google Analytics:

I segni selezionati di Manfred Echer — dove si racconta la storia dell’etichetta tedesca ECM, con la scusa di recensire il cofanetto celebrativo Selected Signs III-VIII.

Ricostruire quella Milano — c’era tutta una zona di Milano piena di bei negozietti, e ora non c’è più. Fortunatamente un progetto di Rebecca Agnes l’ha fatta rivivere.

Abbecedario di un pianista — una (specie di) recensione di questo bel libretto di Alfred Grendel.

Le ossessioni di Kylie Minogue — all’uscita dell’ultimo disco della popstar australiana mi sono fatto prendere un po’ la mano, e ho azzardato le cose che secondo me ossessionano Kylie Minogue.

Quella volta che Gianfranco Funari diresse un giornale — dove si raccontano quei tre mesi del 1994 durante i quali il conduttore televisivo prese la direzione di un quotidiano nazionale, L’Indipendente.

La serialità di Maurizio Cattelan — in cosa il celebre artista italiano eccelle, tra le tante cose grazie alle quali eccelle.

«Ebola» o «L’ebola»? — come si scrive il virus?

Come il jazz avrebbe potuto cambiare la vita di Wynton Marsalis — ho letto il libro del famoso jazzista, e ho avuto la conferma che il jazz (o, almeno, una parte di esso) è uno dei generi più conservatori di sempre.

E tanti auguri di buona anno, ovvio.

L’artista come imprenditore creativo.

(foto: Javier Jaén per "l'Atlantic)

(foto: Javier Jaén per l’Atlantic)

Il ruolo dell’artista è cambiato nel corso degli anni, adeguandosi di volta in volta a quelli che erano i cambiamenti — più ampi — in atto nella società. Questo è quello che spiega, in un lungo saggio pubblicato sull’Atlantic, il critico letterario William Deresiewicz.
Lo svolgimento prevede la spiegazione di una tripartizione del ruolo dell’artista: artigiano, genio e produttore. L’aspetto artigianale e manifatturiero dell’artista è il punto di partenza:

Prima di pensare agli artisti come a dei geni, li abbiamo considerati degli artigiani. I due termini, non a caso, sono virtualmente identici. La stessa parola «arte» ha le sue radici nei significati di «unire» e «assemblare» — cioè, «fare» o «creare», in un senso che sopravvive ancora in espressioni come «l’arte di cucinare» e in termini come «ingegnoso» [«artful», nell’articolo originale – ndt], nel senso di «abile» nei lavori manuali [«crafty», nell’articolo originale – ndt]. Possiamo pensare a Bach come a un genio, anche se lui si riteneva più un artigiano, un creatore. Shakespeare non era un artista, bensì un poeta, una denotazione che ha radici in un’altra parola che sta per «fare». Era anche un «drammaturgo», un termine su cui val la pensa soffermarsi. Un drammaturgo non è qualcuno che scrive soggetti; è qualcuno che li fabbrica, come un fabbricatore di ruote o un carpentiere navale.

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Citation du jour

Intervistato da Silvia Truzzi per il Fatto quotidiano [domenica 14 dicembre 2014], alla domanda se abbia mai letto Il nome della rosa, Pietro Citati risponde:

Non l’ho letto. Arrivai a pagina quaranta, alla descrizione di una chiesa medievale: talmente incompetente che non potevo andare avanti. Di Eco ho letto solo Il pendolo di Focault, un brutto libro, ne ho scritto malissimo. Secondo me, Umberto Eco non esiste come scrittore.

Tirarsela a tavola.

instagram-food

Il cibo va mangiato, non fotografato e postato su Instagram — scrive Anne Perkins:

Certo che l’aspetto conta, perché può influenzare l’esperienza che arriva subito dopo. Ma limita le aspettative. È importante che le cose abbiano gusto, e profumino, e si sentano sulla lingua allo stesso modo con cui ci appaiono. Ma nessuno mangerebbe mai — chessò — un tortino di pesce, per non dire un tacchino o i cavolini di Bruxelles, se fosse solo per il suo aspetto. Per dirla tutta, se si fosse mangiato solo il cibo che appariva bello, saremmo rimasti solo con della frutta fresca, delle verdure crude e dei ristoranti molto costosi. Fotografare il cibo è davvero solo un modo in più per tirarsela.

«Elefante» è un refuso.

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Sul Foglio del lunedì di oggi è stato ripubblicato un articolo di Luigi Mascheroni uscito sul Giornale lo scorso 24 dicembre. Argomento: i refusi e la scomparsa di chi era pagato per scovarli (e stanarli): i correttori di bozze. Ma l’argomento è una scusa, astuta, per presentare un delizioso volumetto di Giovannino Guareschi, La donna elefante. Elogio del correttore di bozze, uscito per i tipi di Henry Boyle.

Giovannino canta una spassosa lode della figura del correttore di bozze, un uomo infelice, che gira per le strade e legge tutti i cartelli, le insegne, le pubblicità luminose, «sempre in affannosa ricerca di errori». Un buontempone che non si limita a correggere gli errori tipografici, «ma cambia la parola che non gli sembra appropriata, o la frase che non gli sembra abbastanza efficace»… Nei casi più gravi «cambia addirittura i finali delle novelle o imposta e risolve in altro modo i romanzi che capitano sotto la sua revisione». I più coscienziosi, quando si accorgono di non aver corretto qualche errore «si mettono vicino alla rotativa, e copia per copia, correggono a mano il refuso». E sì che i grandi scrittori, invece, sono cattivi col correttore di bozze. «Lo maltrattano sempre quando egli dimentica di segnare una virgola, ma non lo ringraziano mai quando corregge loro la parola I taglia ». E la cosa peggiore è che magari, per il grande scrittore, non è neppure un errore.

Incapacità comunicative.

Il Corriere della Sera di questa mattina ci informava, in un articolo di Paolo Di Stefano che purtroppo non riesco a rintracciare online [p. 23], che il termine «selfie» pur essendo apparso per la proma volta in un forum australiano nel 2002, è stato inserito solo l’anno scorso nell’Oxford Dictionary. E che nei prossimi mesi a farla da padrone tra i termini con i quali saremo bombardati, ci saranno «belfie» (cioè un selfie, ma del lato b) e «nomofobia», cioè quello stato di ansia che arriva quando per vari motivi — abbiamo dimenticato lo smartphone a casa, dove ci troviamo non c’è campo — siamo disconnessi dalla Rete.

Un articolo simile — ché alla fine dell’anno si fanno questi rescononti un po’ ovunque — l’ha scritto anche Fay Schopen sul Guardian. Più che indagare i nuovi vocaboli, Schopen cerca di capire come la rete stia modificando il linguaggio inglese, anche se questa transazione per ovvi motivi la possiamo ritrovare anche nell’Italiano — che solo a volte, vedi il caso di «selfie» prende in prestito termini da altre lingue: spesso, invece, i modi di dire ce li inventiamo nel nostro idioma. Scrive Schopen:

Certo che il linguaggio evolve, e da amante delle lettere mi fa piacere, anche se mi sembra che stia evolvendo nella direzione sbagliata. Ora, quando le persone scrivono su internet usano un terribile linguaggio pseudo-emozionale anziché esprimere se stessi in maniera coerente. Da persona che scrive meticolosamente ogni parola di un testo o di un tweet (anche se a volte mi permetto anche io un ironico «lolz»), sono consapevole che questo mio discorso possa sembrare come un rimanere arroccati su una posizione passatista. Ma proprio perché lo scrivere mi dà da vivere, odio vedere il linguaggio macellato in questo modo.

Tra gli esempi che Schopen cita, e qui si può tracciare un parallelo tra quanto scrivevo sopra a proposito di inventarci formule linguistiche nuove nel nostro idioma, c’è l’espressione «I can’t even». In italiano non abbiamo un’espressione corrispondente (almeno, che io sappia: se ce ne sono, fatemelo sapere) ad indicare ciò che lo Urban Dictionary definisce come «una frase completa solo se la si legge su Tumblr» e che viene usata quando «qualcosa è troppo divertente, o spaventosa o adorabile» per avere una buona reazione nei suoi confronti. Una nostra espressione simile potrebbe essere «non ce la posso fare». Scrive Schopen che quando sente qualcuno pronunciare, o lei stessa legge la frase «I can’t even», la prima cosa che le viene in mente è di rispondere: «You can’t even WHAT??» — che se ci pensate, è la stessa cosa che viene da rispondere a noi quando qualcuno sentiamo qualcuno dire: «Non ce la posso fare» («Fare COSA???»).

Conclude Schopen che questo strano modo di evolversi del linguaggio potrebbe causare qualche problema alle nuove generazioni, incapaci di esprimersi:

Questa maniera di esprimersi sta facendo nascere una generazione che porta con sé due problematiche: ha una risposta emozionale esagerata ad eventi ordinari, mentre allo stesso tempo è completamente incapace di esprimere appropriate e coerenti emozioni.

Regole di aggregazione

Giusto per smentire la completa inutilità delle liste delle cose migliori che si sono lette durante l’anno, o forse per ribadire l’antico adagio secondo cui c’è sempre un’eccezione ad ogni regola, oggi attraverso una di queste liste mi sono imbattuto in un vecchio post di Ann Friedman pubblicato sul sito della Columbia Journalism Review riguardante il lavoro di chi aggrega contenuti altrui.
Non starò qui a fare la spiegazione del motivo per cui, oggigiorno, l’aggregazione di notizie è un filtro tanto importante quanto le notizie stesse (l’ho già fatto qui); e che si può dare una linea anche mettendo insieme contenuti prodotti da altri.
Voglio solo segnalarlo — aggregarlo —, perché sono delle semplici regole che ogni tanto bisogna ricordarsi di consultare, ché dopo un po’ il rischio è quello di farsi prendere la mano e sviare dalla linea di partenza quel tanto che basta per oltrepassare il limite — e fare dell’aggregazione una violazione dei più banali diritti riservati ad autori/editori.

Oggi che tutti filtriamo link, come possiamo evitare di sfruttare chi produce i lavori che tanto amiamo? Ci sono tre semplici regole fondamentali per essere un aggregatore etico:

1. Mettere bene in evidenza la fonte, che deve essere accreditata sia allo scrittore che a chi lo ha pagato per fare questo lavoro.
2. Mettere sempre un link diretto, e non al blog dove hai pubblicato un estratto e dove è eventualmente contenuto il link.
3. Cita non più di un paragrafo. Se sei un buon aggregatore, vuoi che la gente clicchi sulla fonte per ottenere tutta la storia. Non chiamare aggregazione il copia-incolla di 8 su 12 paragrafi che costituiscono una storia — non è aggregazione, è un ristampa (non autorizzata).

La morte dei regali di Natale last minute.

Ormai il Natale è passato, e con lui anche l’ansia da regalo. Vale la pena però dare un’occhiata a quanto racconta Will Oremus su Slate a proposito del fare i regali all’epoca di Spotify e Netflix. Se prima un libro, un disco o un film in dvd salvavano la vostra vita, essendo dei regali generalmente graditi e da acquistare fino allo scadere dell’orario di apertura dei negozi, oggi con la diffusione dei servizi di streaming diventa tutto più difficile:

Certo, i servizi in abbonamento per i libri come Kindle Unlimited e Oyster hanno una selezione limitata di titoli in un dato momento, così come è limitata la selezione di film su Netflix. In teoria, basta poco per capire se il titolo che stiamo acquistando da regalare sia o meno disponibile su tali servizi. Ma anche in questo caso, è difficile far sparire la sensazione che si stia sprecando il denaro duramente guadagnato per un libro o un film da regalare a qualcuno che ha già speso il proprio denaro — altrettanto duramente guadagnato — per assicurarsi l’accesso immediato a più di quanti film o libri potrà leggere o vedere in una vita.

Va ancora peggio con la musica. I servizi come Spotify possiedono un catalogo talmente vasto che è più difficile trovare un disco che non hanno. I primi che mi vengono in mente sono i Beatles e Taylor Swift. Senza dubbio ci sono altri artisti non disponibili su Spotify, ma rappresentano l’eccezione anziché la regola. Non c’è dunque da stupirsi che le vendite di dischi negli Stati Uniti siano crollate del 65 percento dal 2000. E ora stanno precipitando anche le vendite di album digitali su iTunes. Acquistare un disco da regalare ad un abbonato a Spotify vuol dire farsi mostrare la smorfia sul viso di chi non può nascondere il fatto che gli stiate regalando qualcosa che già possiede.

Libri, musica e film una volta erano la semplice risposta alla domanda «Cosa regaleresti ad una persona che ha già tutto?». Oggi la nuova domanda è: «Cosa regaleresti alla persona che streamma tutto?»

Letteratura e cucina

Aldo-Buzzi

Chi pensa che i libri di cucina siano noiosi e abbiano un apporto letterario prossimo allo zero ha ragione. Del resto, non si può pretendere che un ricettario contenga della letteratura. O che un libro che spiega come cucinare un — cito a caso — pollo alla cacciatora sia scritto in maniera godibile; è scritto, piuttosto, con l’intento di dare istruzioni e seguire passo per passo il lettore — il cuoco, meglio, seppur provetto.

Essendoci un’eccezione a tutto, ne esiste una anche per i libri di cucina. Sto parlando di L’uovo alla kok, scritto da Aldo Buzzi nel 1979 e ancora in catalogo nella collana Piccola biblioteca di Adelphi. Aldo Buzzi non nasce come scrittore, ma come architetto. Abbandona però quasi subito la sua vera professione, dedicandosi a pieno tempo alla scrittura: per il cinema, scrivendo sceneggiature e collaborando con Alberto Lattuada (la cui sorella diventerà anche sua moglie); e per la narrativa: proprio dall’esperienza cinematografica nasce il suo primo libro Taccuino di un aiuto regista (Hoepli, 1944) e negli anni Sessanta lavora come redattore capo della Rizzoli.

Ci sono molte analogie tra la scrittura di Aldo Buzzi e la cucina, non solo per via dell’Uovo alla kok. La scrittura di Buzzi sembra procedere, infatti, nello stesso modo in cui nasce una ricetta elaborata: cucinando. Dietro ogni sua riga, sempre sintetica, sempre molto attenta alla sintassi e alla punteggiatura, si intravede una grande lavoro di cucina sulle parole. Del resto, tra le sue affermazioni più celebri, c’è quella secondo la quale «una pagina piena di cancellatura è bella come un’acquaforte di Morandi». E si vede, nei suoi testi, anche una cura maniacale per i termini, per la loro origine e per la loro traduzione nelle varie lingue. Tra le pagine più deliziose dell’Uovo alla kok c’è quella, subito all’inizio del libro, dove racconta la ricetta della Sopa de lima, la zuppa di lime. Descrivendo l’origine del termine che indica il piccolo agrume, Aldo Buzzi scrive:

La lima è un limoncino tropicale, perfettamente rotondo e grande come una pallina da golf, color verde-rana, sugoso, di sapore diverso da quello del limone. Lima, plurale lime, è la voce italiana per lo spagnolo lima, plurale limas e l’inglese lime, plurale limes. Essendo il primo significato di lima (e quasi sempre l’unico sul dizionario) quello del noto utensile d’acciaio, l’idea di una zuppa di lime è, al primo momento, di una assurdità repellente. Sarebbe più logico se la lima si chiamasse limo, così il limone diventerebbe quello che in pratica è già: un grosso limo.

In uno dei tanti brevi capitoli che compongono questo libretto, Aldo Buzzi fornisce anche — ma senza esplicitarla — la spiegazione del perché il suo libro si chiami così, con «kok» scritto all’italiana, in luogo del francese «alla coque»:

Una paillard, come ognun sa, è una fetta sottile di carne di vitello (o di manzo, come era in origine, lo ha ricordato di recente il Carnacina) ai ferri, con pepe, sale e limone. Il signor Paillard, il cui nome appare sempre più spesso italianizzato in Paiard o Paiar (in compagnia, sui menu più frettolosi, di uova alla kok, wustel, ascé di manzo alla Metro d’Otel, eccetera eccetera), già proprietario di un famoso ristorante di Parigi, sul boulevard des Italiens, e prima chef del Ritz, non ha fatto un grande sforzo per raggiungere l’immortalità. Ma solo in Italia. In Francia, gastronomicamente, paillard non vuol dire nulla: come se qualcuno chiedesse del vitel tonné.