Ottobre 23, 2014

In difesa dei cliché

CLICHE

Orin Hargraves, linguista e autore di It’s been said before – A guide to the use and abuse of cliches, interviene sul Guardian in difesa dei cliché linguistici:

Perché i cliché persistono e prosperano pur in un’atmosfera che li rende pressoché sgraditi ovunque? Più li ho studiati, più mi sono convinto che essi sono una parte estremamente utile e funzionale in ogni linguaggio naturale.

Le persone che sono chiamate a parlare a braccio, quando non sono abituate a farlo tendono a sovraccaricare di cliché i loro discorsi. Se piazzate un microfono di fronte ad una persona incontrata per strada e le chiedete una dichiarazione su un qualunque argomento, probabilmente otterrete in risposta delle frasi familiari. Questo mi ha portato a pensare al ruolo vitale che i cliché hanno nella costruzione del flusso di una conversazione.

Molti cliché sono anche frasi fatte. Per una frase è possibile essere sia un cliché che una frase fatta, essere l’una o l’altra cosa o nessuna delle due. Qual è la differenza? Dire se una frase sia un cliché o una frase fatta risponde a due domande completamente diverse, una sul significato e l’altra sull’utilizzo. Una frase è una frase fatta quando il suo significato è noncompositional; cioè, quando non può essere compresa solo attraverso il significato letterale delle parole che la compongono (per esempio: «tirare le cuoia» o avere le «farfalle nello stomaco»). D’altra parte, una frase è un cliché se il suo utilizzo è abusato e dunque inefficace. Nessuna di queste qualità è oggettivamente misurabile, e così stabilire se una frase sia o meno un luogo comune è sempre soggettivo. «D’altro canto», che ho appena usato, è una frase fatta, in virtù di essere per lo più noncompositional. È anche un cliché? No, perché ha una funzione chiara e disponibile nel discorso, e serve per segnalare al lettore un contrasto con quanto è stato detto in precedenza. È molto spesso utilizzata, ma non è inefficace né abusata né usata impropriamente.

La conclusione è che i cliché, nonostante siano demonizzati, devono essere in larga parte accettati:

Quando si utilizza un cliché ci sono poche possibilità di essere fraintesi, e allo stesso tempo si ottiene una dichiarazione di unità con chi vi ascolta, invocando un luogo comune istantaneamente riconosciuto che vi mette «sulla stessa loro pagina» (se posso usare quest’espressione). Usare i cliché nei discorsi è più accettato che metterli in un testo. Eppure, sia gli ascoltatori che i lettori assorbono i cliché così come i commensali assorbono i cosiddetti «comfort food»: solo quando vi è un eccesso sentiamo che la creatività non è riuscita. La maggior parte di noi ha qualcosa da dire per la maggior parte del tempo, e «la maggior parte del tempo» non è qualcosa che richiede una creatività sorprendente. I cliché, allora, forniscono una scorta di formule affidabili per sbrigare l’ordinario, che spesso è il soggetto centrale del nostro discorso.