Archivio mensile:Ottobre 2014

Non si leggono più libri (ma si legge tutto il resto)

550412-Books-1368750653-758-640x480Non si leggono più libri, pare. Il ministro della cultura francese ha detto di non riuscire a leggere un libro da due anni, sommersa com’è da testi legislativi, e di non ricordare un’opera del Premio Nobel Patrick Modiano. Allora il Guardian, per la penna di Rihannon Lucy Cosselett, ne approfitta per la solita intemerata contro la vita iper-connessa:

It’s a question of time, we say. Yet we make time for other things: binge-drinking, arguing on Twitter, the X-Factor. The internet in particular is frequently blamed for the death of the novel. It changes the way we read: we scan, trying to pick the diamonds from the detritus, flitting from one page to the next. Our attention spans are frazzled. Researchers say we are developing new, digital brains that are eclipsing the deep reading circuitry that has formed over millennia. This kind of reading feeds our imaginations and in them, we create people and places and experiences, in what Will Self described beautifully, as a kind of telepathy. It’s not that the internet is making us stupid, but that we’re losing what comes with that deep reading: immersion, relaxation, escapism.

I’ve always viewed reading as a form of self-improvement. As with travel, you discover new worlds and ideas, become richer, more knowledgeable, and hopefully more empathic; a better human. But if, as a society, we have abandoned this kind of self-improvement, what does it say about us? We live in a self-improvement culture, with many of us relying on meditation apps to gain some kind of “headspace”. Download this app and on your lunchbreak, instead of doing what you usually do – curling up in the staff room next to the radiator in the hope of a short nap – make a few clicks and you might reach nirvana.

Non che non ci siano delle verità, in ciò che scrive Cosslett. Ma il discorso è, ovviamente, molto più complicato che dare la semplice colpa ai messaggini di Whatsapp. Forse che c’entri anche il cambiamento nella visione di cosa siano i veicoli della cultura, dello svago o dell’informazione?

Irregolari.

Sui giornali degli ultimi giorni sono state pubblicate un paio di interviste a personaggi decisamente sopra le righe — e il cui pensiero è, dunque, ancor più interessante da segnalare.

Inizia Enzo Ciaccio che intervista Paolo Poli su Lettera43:

Cosa vuol dire per lei essere spregiudicati?
«Mantenere intatta la propria identità, qualunque essa sia. Spregiudicata era la grande Paola Borboni, che fu tra le prime a spogliarsi sul palcoscenico. Si divertiva a spiegarmi come faceva ad eccitare gli uomini».

Mentre sull’argomento delle unioni civili Poli afferma (e come non condividere):

«Gli uomini vogliono sposarsi tra loro? Per me va bene. Punto»
Ce l’ha con chi si batte per l’uguaglianza dei diritti?
«No, però che barba: mi dà noia il matrimonio normale, figuriamoci il resto. Preferisco la gioi che mi ha sempre procurato l’avere gli ormoni un po’ scombinati».

Altra intervista da novanta è quella che Luca Mastrantonio fa al filosofo marxista sloveno Slavoj Žižek su La Lettura del Corriere della Sera [26.10.2014, pp. 6-7]:

Cosa significa essere marxisti oggi?
«Io sono uno di sinistra e bla bla bla… ma qui ho avuto problemi con i sindacati. Sono nelle mani dei lavoratori, come quelli statali, che difendono i propri privilegi, e non i diritti dei poveri: precari, giovani, disoccupati. E se li tocchi ti dicono che se un neoliberale, ma chiedere che il sistema sia più equo non è un’idea di destra. È triste: oggi è un privilegio essere uno sfruttato con un impiego permanente»

Sui lussi:

«… Sa qual è il mio lusso?»
No.
«Una volta all’anno vado col mio figlio adolescente, o mia moglie, ma separatamente, a Dubai, nell’hotel… curvo [al Burj al-Arab, ndr]. Trovo offerte speciali, da mille dollari a notte. E lì, non faccio nulla: vado la cinema, faccio shopping, scrivo mente mio figlio gioca al computer. Pura decadenza»

Sulle donne:

Che rapporto ha con le donne?
«Sono eticamente rigido in amore. Sto con una donna solo se siamo liberi entrambi. A Lubiana è facile sapere con chi sono stato: in genere poi la sposo; quattro volte su dieci è successo. Mi piacciono le cattive ragazze, su di loro puoi fare affidamento nei momenti difficili.»

Le virtù della Settimana Enigmistica

In un vecchio articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica, e ripreso dal Foglio rosa [27.10.2014, p. II] Marco Cicala racconta di una sua visita alla redazione de La Settimana Enigmistica e dell’incontro con il suo vice-direttore Alessandro Bartezzaghi, concludendo che il popolare settimanale enigmistico

è un paradiso tolemaico, rassicurante, protettivo, permeabile al nuovo solo in dosi contenute e con estrema calma. Un posto dalle regole chiare, dove nessuno bara al gioco. Universo ordinato, chiamatelo pure piccolo-borghese, dove le segretarie battono ancora a macchina e i naufraghi si ritrovano sempre su uno scoglio mono-palma; dove i ladri girano con piede di porco e mascherina; le mogli si lamentano dei mariti panciuti davanti alla tv e sulla spiaggia i mariti ritirano la pancia vedendo passare una bella ragazza in bikini. A chi accusava i cruciverba di essere uno strumento di repressione, conservatorismo, cieca obbedienza alle convenzioni vigenti l’enigmista Giampaolo Dossena replicava: «Sono favorevole al nozionismo delle parole incrociate, perché la base della cultura è la passione per le nozioni inutili». Magari è anche per questo che facciamo i cruciverba un po’ alla chetichella. Perché ci secca di essere colti in flagrante delitto di inutilità. La beata solitudo del solutore.

Come il jazz avrebbe potuto cambiare la vita di Wynton Marsalis

9788807722462_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleÈ stato con grande entusiasmo che ho iniziato a leggere il libro di Wynton Marsalis Come il jazz può cambiarti la vita, pubblicato qualche anno fa in Italia da Feltrinelli con la traduzione — invero piuttosto lineare — di Edorardo Fassio. Entusiasmo nonostante il titolo (mutuato dall’originale e sul quale non ricade dunque la colpa dell’editore italiano), che sottintende uno scopo educativo ad uso del ceto medio riflessivo che non vede l’ora di farsi insegnare quelle tre-quattro cose essenziali da sapere su uno dei generi musicali (su una delle musiche, direi anzi) più attraenti e da meglio spendersi in società.

Wynton Marsalis avrebbe davvero potuto scrivere sorta di bignami sul jazz. E in parte questo libro lo è, seppur da un punto di vista molto poco oggettivo e che troppo concede agli umori di chi l’ha scritto. Ma del resto, si legge un testo che abbia un suo punto di vista, meglio se forte, su un argomento; di trattati generali sappiamo poco che farcene. Marsalis parte dunque dalla sua esperienza personale, dall’amore per il jazz che ereditò dal padre (anch’egli musicista), dall’importanza del jazz nelle relazioni non solo tra musicisti ma traslate in qualunque altro contesto sociale. L’importanza di improvvisare, non solo musicalmente, e l’importanza di farlo ascoltando le opinioni (gli atti musicali, nel jazz) di tutti; i concetti di apertura, di curiosità intellettuale che il suonare il jazz — ma, in verità, che il suonare tutte le musiche — portano con sé.

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Pensate (non troppo) positivo

Gabriele Oettingen mette in guardia sui rischi del pensare (troppo) positivo:

Il pensare positivo inganna la mente e le fa percepire di aver già raggiunto l’obiettivo, allentando invece la tenacia nel perseguirlo.

Alcuni critici del ‘pensare positivo’ hanno consigliato alle persone di abbandonare tutte le belle chiacchiere e fare invece un bel bagno di realtà soffermandosi sulle sfide e sugli ostacoli. Ma questa sembra essere una correzione troppo estrema. Gli studi hanno dimostrato che una strategia del genere non funziona meglio rispetto ad avere troppi pensieri positivi.

Cosa invece funziona bene è il mantenere un approccio ibrido che combina il pensare positivo con il realismo. Ecco come funziona. Pensate ad un desiderio. Per qualche minuto, immaginate che questo si realizzi, e lasciate che la vostra mente si abbandoni ad esso e si faccia trascinare. Quindi invertite le marce. Spendete qualche altro minuto immaginando gli ostacoli che si interporrebbero sulla via che conduce alla realizzazione del vostro desiderio.

(Ri)Ascolti per il weekend – 3

Che io abbia una passione per quel genere giornalistico tipico dei paesi anglosassoni è conosciuto come obituary è cosa nota. Ieri il Guardian ha pubblicato quello di Spaceape, che morì lo scorso 2 ottobre e che produsse con Kode 9 uno dei dischi più influenti del nuovo millennio:

The Spaceape, who has died of cancer aged 44, was a poet, vocalist and MC from London who took the Jamaican dub poetry tradition into a new and experimental age. Born Stephen Gordon, he made a series of recordings as The Spaceape – both in his own right and with others including the pioneering DJ, producer and academic Kode9 and the Mercury Prize-nominated electronic artist Burial – that defined “dubstep”, the bass-heavy soundtrack to much of 21st-century youth culture.

(…)

His longest-term collaboration was with Kode9 (Steve Goodman), the founder of the Hyperdub record label that became synonymous with the rise of dubstep in the early 2000s. Gordon had never performed or recorded music until Goodman, his flatmate, suggested that they should try doing a track together. Gordon chose a cover version of the Prince song Sign O’The Times, and the result, Sine of the Dub, became the first single to be released on Hyperdub in 2006. Reimagined by the pair, the song had become a glowering, slow-motion narration by a man on his deathbed, which stood out for its spare, minimal sound.

Non è il New York Times

ntnyt

Sono passati 36 anni ieri da quella volta che George Plimpton, fondatore di Paris Review, s’inventò un falso New York Times — il Not The New York Times — che uscì durante il più lungo sciopero della stampa americana: ottantotto giorni consecutivi, dal 10 agosto al 4 novembre del 1978, durante i quali i giornali di New York non furono pubblicati.

Dopo due mesi e mezzo di sciopero, i newyorkesi trovarono inaspettatamente nelle edicole una specie di New York Times. Era il Not The New York Times, una parodia con notizie satiriche, false pubblicità e farseschi editoriali. Tra le notizie in prima pagina c’erano la descrizione di una nuova droga esotica (il cui nome «si pronuncia ko-kayne» e «viene generalmente assunta per via nasale»), un tedioso articolo di sette paragrafi scritto interamente in burocratese («Carter previene sforzi per disinnescare la politica di Discord») e la ricetta del pollo al curry dell’allora sindaco Koch. C’erano anche le previsioni del tempo: «Per lo più oggi presente, e lo sarà ancora domani».

La parodia, si scoprì, era frutto del fondatore di Paris Review George Plimpton e di una manciata di suoi amici, tra cui Christopher Cerf, Tony Hendra e Rusty Unger. Tra gli arruolati come ‘giornalista’ c’erano anche il giornalista Carl Bernstein, la regista e scrittrice Nora Ephron e lo scrittore Terry Southern, anche se nessuno di questi fu schietto circa il suo contributo.

Nel 2008 il vero New York Times pubblicò un articolo in cui si complimentava per la genialità della parodia. Che includeva anche un falso scoop riguardante il Vaticano. Nell’agosto di quell’anno, infatti, era morto Papa Paolo VI e il suo successore, Giovanni Paolo I, morì dopo soli 33 giorni di papato.

La notizia principale del Not The New York Times riportava che anche il successore di Giovanni Paolo I — Giovanni Paolo Giovanni Paolo [sic!], già arcivescovo di Liverpool — era morto, a soli 18 minuti dalla sua nomina:

Il Papa è morto ancora; il suo regno è stato il più breve di sempre. I cardinali fanno ritorno dall’aeroporto.

Avendo già nominato due papi quell’estate, riportava l’articolo, molti dei cardinali non ne potevano più dei loro alloggi in Vaticano e cosi «si dissero favorevoli a nominare il successore di Giovanni Paolo Giovanni Paolo in teleconferenza».

Il caro e vecchio word-processor

Sulla complicatezza dei word-processor moderni — quello di Microsoft su tutti — e sull’impatto che hanno su chi li utilizza, Edward Mendelson ha un’opinione piuttosto tranciante:

Gli scrittori intelligenti riescono a produrre scritti intelligenti con qualunque strumento, ma il mezzo con cui scrivono ha sempre degli effetti più o meno sottili sui loro testi. Karl Popper denunciò le politiche di Platone, e le fantasie derivanti da una società chiusa ai cambiamenti, nel suo libro La società aperta e i suoi nemici (1945). Quando scrivo con Word, nonostante i suoi menù ricchi e la sua stupefacente capacità, non riesco a non provare la lieve sensazione di essere entrato in una società chiusa e legata a delle regole. Quando lavoro con WordPerfect, con tutta la sua sciatta e poco tecnologica semplicità, il mondo mi sembra più aperto, un posto dove il finale non può essere previsto e la libertà è reale.

In difesa dei cliché

CLICHE

Orin Hargraves, linguista e autore di It’s been said before – A guide to the use and abuse of cliches, interviene sul Guardian in difesa dei cliché linguistici:

Perché i cliché persistono e prosperano pur in un’atmosfera che li rende pressoché sgraditi ovunque? Più li ho studiati, più mi sono convinto che essi sono una parte estremamente utile e funzionale in ogni linguaggio naturale.

Le persone che sono chiamate a parlare a braccio, quando non sono abituate a farlo tendono a sovraccaricare di cliché i loro discorsi. Se piazzate un microfono di fronte ad una persona incontrata per strada e le chiedete una dichiarazione su un qualunque argomento, probabilmente otterrete in risposta delle frasi familiari. Questo mi ha portato a pensare al ruolo vitale che i cliché hanno nella costruzione del flusso di una conversazione.

Molti cliché sono anche frasi fatte. Per una frase è possibile essere sia un cliché che una frase fatta, essere l’una o l’altra cosa o nessuna delle due. Qual è la differenza? Dire se una frase sia un cliché o una frase fatta risponde a due domande completamente diverse, una sul significato e l’altra sull’utilizzo. Una frase è una frase fatta quando il suo significato è noncompositional; cioè, quando non può essere compresa solo attraverso il significato letterale delle parole che la compongono (per esempio: «tirare le cuoia» o avere le «farfalle nello stomaco»). D’altra parte, una frase è un cliché se il suo utilizzo è abusato e dunque inefficace. Nessuna di queste qualità è oggettivamente misurabile, e così stabilire se una frase sia o meno un luogo comune è sempre soggettivo. «D’altro canto», che ho appena usato, è una frase fatta, in virtù di essere per lo più noncompositional. È anche un cliché? No, perché ha una funzione chiara e disponibile nel discorso, e serve per segnalare al lettore un contrasto con quanto è stato detto in precedenza. È molto spesso utilizzata, ma non è inefficace né abusata né usata impropriamente.

La conclusione è che i cliché, nonostante siano demonizzati, devono essere in larga parte accettati:

Quando si utilizza un cliché ci sono poche possibilità di essere fraintesi, e allo stesso tempo si ottiene una dichiarazione di unità con chi vi ascolta, invocando un luogo comune istantaneamente riconosciuto che vi mette «sulla stessa loro pagina» (se posso usare quest’espressione). Usare i cliché nei discorsi è più accettato che metterli in un testo. Eppure, sia gli ascoltatori che i lettori assorbono i cliché così come i commensali assorbono i cosiddetti «comfort food»: solo quando vi è un eccesso sentiamo che la creatività non è riuscita. La maggior parte di noi ha qualcosa da dire per la maggior parte del tempo, e «la maggior parte del tempo» non è qualcosa che richiede una creatività sorprendente. I cliché, allora, forniscono una scorta di formule affidabili per sbrigare l’ordinario, che spesso è il soggetto centrale del nostro discorso.